Come abbiamo visto nel precedente articolo[1], la strategia della tensione[2] fu una vera e propria guerra psicologica condotta sulla popolazione civile. L’obiettivo dichiarato era di porre fine all’avanzata delle sinistre con ogni mezzo, destabilizzando le istituzioni democratiche e preparando l’opinione pubblica a svolte autoritarie. I neofascisti furono il braccio operativo di questa operazione, ma la cabina di regia – come dimostrato da sentenze e inchieste giornalistiche – fu lo Stato Maggiore dell’Esercito italiano, in cooperazione con apparati deviati dello Stato, servizi segreti e la NATO. Il tutto all’ombra di una copertura politica data dai governi dell’epoca e dall’ostruzionismo di alcune istituzioni. Questa guerra sporca, condotta a suon di bombe e di morti, doveva frenare l’impeto del protagonismo della classe operaia e dei movimenti giovanili sorti intorno al ’68.
Se Piazza Fontana, a Milano, aveva segnato il primo simbolico episodio di questo attacco, la strage del Rapido 904 ne segna iconicamente la conclusione. Anche se, come vedremo, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, nel nostro Paese le bombe continuarono ad esplodere. Nonostante lutti e distruzione, la “strage di Natale” risulta essere ad oggi il più misconosciuto degli attentati della lunga scia di sangue che attraversò l’Italia di quegli anni. Gli atti processuali raccontano di una convergenza fra due gruppi nell’esecuzione della strage: uno di matrice mafiosa, legato a cosche siculo-romane, e un altro di matrice camorristico-eversiva di chiara ispirazione neofascista. Vi sono state numerosissime sentenze a riguardo, alcune dagli esiti sorprendenti. Ad oggi, tuttavia, dopo 36 anni, non risultano ancora i nomi degli esecutori.
Quel tragico giorno
23 dicembre 1984. In tarda mattinata, un treno parte dalla stazione centrale di Napoli con destinazione Milano. È ricolmo di passeggeri meridionali che si dirigono alla volta del Nord, che vanno a ricongiungersi coi propri familiari in occasione delle festività natalizie. A questi si uniranno altri viaggiatori nelle stazioni successive. In buona parte, sono pendolari. Quel treno, corre veloce sui binari e molti non vedono l’ora di riabbracciare i propri cari e rincasare per sfuggire alla morsa del freddo. Non è un treno qualunque e presto dovrebbe giungere a destinazione. Non a caso, si chiama “Rapido” cui le Ferrovie dello Stato hanno assegnato un numero: 904.
A Firenze, il treno compie una delle regolari soste presso la stazione di Santa Maria Novella. Qualcuno scende, qualcun altro sale. Sale anche un ordigno, che viene collocato da mani ignote in un vano. Le carrozze sono stipate di passeggeri e bagagli. C’è un clima di festa, in particolare nella carrozza n. 9, una di quelle più popolari. Il treno riprende la sua corsa e imbocca la lunga galleria che attraversa le viscere dell’Appennino che separa Firenze da Bologna. All’improvviso, nel tratto tra Vernio e San Benedetto Val di Sambro, si verifica una terrificante deflagrazione a bordo del treno. Solo grazie alla prontezza del macchinista, che blocca immediatamente la linea, si evita la coincidenza del passaggio di un altro treno sul binario opposto. Nello stesso tratto ferroviario, dieci anni prima, il 4 agosto 1974, un’altra bomba ad alto potenziale era stata posizionata sul treno Italicus, provocando 12 morti e 48 feriti.
Intanto, nella galleria divampano le fiamme e i fumi del rogo. È un inferno. Il treno è fermo sui binari. La carrozza n. 9 è completamente dilaniata, le altre risultano gravemente danneggiate. All’interno delle vetture si sono diffusi panico e terrore, fra corpi straziati, urla, pianti, frantumi di membra incenerite. La macchina dei soccorsi scatta immediatamente, ma non basta a contenere la strage. 15 persone hanno perso la vita, 267 sono ferite. Fra questi, una persona versa in gravissime condizioni e per le ferite riportate Gioacchino Taglialatela morirà qualche mese più tardi, aggiornando il conto delle vittime a 16. Chi ha messo l’ordigno sul treno? E perché?

I feriti dell’attentato

Le anime nere dell’attentato

Nella galleria di S. Benedetto Val di Sambro una volontà criminale, politico mafiosa, eversiva, mise in atto un massacro di innocenti. Tutto fu predisposto per provocare il maggior numero possibile di vittime: l’occasione del Natale, la potenza dell’esplosivo, il “timer” regolato per fare esplodere la bomba dentro un tunnel in coincidenza del transito, sul binario opposto, di un altro convoglio. In quella galleria sono rimasti i corpi di 15 persone e centinaia ne sono usciti feriti in maniera anche gravissima, alcuni morendone a distanza di anni.
Le indagini degli inquirenti si indirizzarono subito su un duplice filone, strettamente intrecciato. Il primo si concentrò sulla matrice camorristico-eversiva, che traeva origine nell’anticipazione della strage che Carmine Esposito – ex poliziotto di estrema destra con dei trascorsi penali – aveva fatto alcuni giorni prima dell’eccidio alla Questura di Napoli. Esposito fece delle rivelazioni che portarono gli investigatori sulle tracce di Giuseppe Misso, noto esponente camorristico con dichiarate simpatie neofasciste, e Massimo Abbatangelo, parlamentare del Movimento sociale italiano.
Il secondo filone d’inchiesta prese avvio dall’arresto di Guido Cercola, braccio destro dell’esponente mafioso Pippo Calò, leader della mafia capitolina. A questo arresto fece seguito il ritrovamento nella casa dell’affittuario e sodale di Cercola di due congegni radioelettrici in grado di innescare una potente esplosione. Questi due ordigni risultarono compatibili con quelli utilizzati per la strage del Rapido 904. Successivamente, in un casale dello stesso Cercola, vennero rinvenuti due pani di esplosivo Semtex H (di cui uno ridotto di circa un chilo), sei cariche di tritolo (di cui una mancante di 40 grammi) e nove detonatori, anch’essi compatibili con quelli utilizzati per l’attentato.
I legami fra criminalità organizzata e neofascismo
Al centro delle indagini emerse la figura di Calò, già noto per essere “cassiere della mafia” e punto nevralgico degli affari che legano mafia siciliana, camorra napoletana, malavita romana con gli ambienti dell’estrema destra.
Secondo il giudice Viglietta, che indagò sulla banda della Magliana, quella di Calò fu: “un’organizzazione con stretti vincoli con la destra eversiva, ambienti deviati dei servizi segreti e della massoneria“, la quale non è priva di “obiettivi politici”[3].
Nelle settimane successive vennero fermati vari membri del clan Misso. Il primo fu il giovane Carmine Lombardi, sospettato di aver portato l’esplosivo alla stazione di Napoli, il quale di lì a poco venne ucciso in un agguato. Il secondo è Lucio Luongo, che condusse gli inquirenti all’arsenale del gruppo. Dal canto suo, un altro componente della banda, già detenuto, Mario Ferraiuolo, iniziò a collaborare, confermando che il clan, oltre all’attività di criminalità comune, si muoveva anche per finalità politiche.
Ferraiuolo sostenne che si erano svolte riunioni con Abbatangelo, il quale, ai primi di dicembre del 1984, avrebbe consegnato a Misso armi, detonatori e un pacco chiuso contenente esplosivi, portato a Roma da Luongo una settimana prima di Natale; affermazioni poi confermate da Luongo.
Nell’ottobre 1985, Calò venne incriminato come mandante della strage, mentre altri 22 ordini di cattura vennero emessi per Misso e i suoi per reati di camorra; tra i ricercati vi fu anche Gerlando Alberti jr, legato alla “famiglia” di Calò ma “trapiantato” nel clan Misso e di fatto elemento di collegamento tra le due realtà. Misso ricevè inoltre una comunicazione giudiziaria per la strage del 904, e così di lì a poco Abbatangelo.
Nel gennaio 1986 il Pm Pier Luigi Vigna chiese il rinvio a giudizio di Calò, Cercola, e altri tre esponenti del gruppo romano, e di Misso, Abbatangelo e altre tre persone del gruppo napoletano. Per Vigna, la strage sarebbe stata il frutto di un intreccio di interessi di mafia, camorra e destra eversiva, finalizzata a “distogliere l’impegno della società civile dalla lotta contro la mafia“, producendo un “blocco del paese sulla via della democrazia“. Il Pm ipotizzò “una pluralità di valenze” della strage, frutto del legame tra settori di mafia, camorra, destra eversiva e Banda della Magliana, e di una convergenza di interessi tra questi soggetti.

Prima pagina dell’Unità, 24 dicembre 1984

Risvolti giudiziari

In primo e in secondo grado la magistratura, in base alle risultanze raccolte dagli inquirenti, condannò all’ergastolo Pippò Calò ed i suoi uomini per l’esecuzione materiale del reato di Strage, mentre un’accertata fattiva collaborazione di elementi di spicco della camorra – quali Giuseppe Misso- portò nei suoi confronti e in quelli dei suoi uomini a pesanti condanne detentive.

La Cassazione ribaltò queste decisioni Ignorando tutto il castello accusatorio sostenuto dalle prove raccolte dagli inquirenti e, per mano di Corrado Carnevale, annullò la sentenza nei confronti di Calò e Misso, rinviando il giudizio ad altra sezione della Corte di Assise di Appello di Firenze. La Corte, riformando parzialmente la sentenza, condannò per strage Calò, ma assolse Misso condannandolo solo per detenzione abusiva di esplosivo e riducendone la pena a tre anni.
Alla fine di questo giudizio di rinvio, stranamente due figure chiave del processo, Galeota, braccio destro di Misso, e sua moglie, vennero uccisi in un agguato di camorra dai tratti estremamente dubbi[4].
In un secondo giudizio di rinvio, a seguito di stralcio, il noto esponente missino Abbatangelo, già condannato in primo grado per strage alla pena dell’ergastolo, venne assolto da tale accusa per non aver commesso il fatto e condannato per porto e detenzione abusiva di esplosivi. La Corte di Cassazione rigettò i ricorsi proposti dai familiari delle vittime, nel frattempo costituitisi in associazione, contro la sentenza di secondo grado nei confronti di Abbatangelo e li condannò al pagamento delle spese processuali. Oltre al danno, la beffa.
La Commissione parlamentare Stragi
Dalla vicenda processuale del rapido 904, andata avanti per 5 lunghissimi giudizi, emerse un quadro inquietante in cui, alla strategia eversiva di destra, si legò la manovalanza mafiosa e camorristica, che organizzò e portò a termine con agghiacciante “professionalità” il compimento della strage.
La Commissione parlamentare Stragi, presieduta dal Senatore Gualtieri[5], nel 1994 evidenziò un chiaro contesto in cui maturarono le azioni terroristiche riportabili alla strategia della tensione, senza riuscire in alcuni casi, come questo del “Rapido 904”, a individuare un più ampio ambito di responsabilità. Lo stesso Gualtieri avvertì che restavano non pienamente chiariti i contesti diversi e i più ampi disegni strategici cui le stragi sono state funzionali.
Il lavoro della Commissione parlamentare puntò il dito sulla distrazione e assenza dei servizi Sismi[6] e Sisde[7], che avrebbero dovuto cogliere e segnalare ogni attività di tipo terroristico. Inoltre, illuminò il contrasto tra giudicati di diverso grado operati dalla Cassazione. La Commissione evidenziò la possibilità e l’attualità della reiterazione di atti criminali alla scopo di turbare e condizionare lo svolgimento della vita democratica del Paese, mettendo in luce, come nel caso degli attentati mafiosi del 1993, un’opera sistematica di disinformazione della “falange armata”, che si avvalse di un supporto informativo e logistico non disponibile sul semplice mercato criminale.
La ricostruzione del quadro processuale, in definitiva, evidenziò in alcuni casi la volontà di settori delle Istituzioni di non fare piena luce sulle vicende di stragismo[8].
Il ruolo di Massimo Abbatangelo
La strage sul treno rapido «904» Napoli-Milano, del 23 dicembre 1984, è stato uno dei momenti più sanguinosi della strategia del «terrorismo mafioso». Il filone d’inchiesta che portò all’incriminazione del camorrista Misso e del missino Abbatangelo venne postulato come intreccio «camorristico-eversivo», di chiara ispirazione neofascista. Queste connessioni hanno indotto a una rilettura più attenta del ruolo svolto dal clan del rione Sanità.
Nel marzo 1991, l’assoluzione dall’accusa di strage, pronunciata in via definitiva dalla Corte di Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, escluse la partecipazione del clan camorristico dall’attentato del 904. Tuttavia, altri elementi offerti dal processo sono tuttora irrisolti.
È il caso dell’imputazione per detenzione di esplosivo per la quale la Corte d’Appello fiorentina confermò le condanne nei confronti di Misso, Pirozzi e Galeota. Quell’accusa che Alfonso Galeota negò poche ore prima di essere ucciso («Anche stavolta non hanno voluto crederci») e che di fatto rappresenta un collegamento con l’ex deputato missino Massimo Abbatangelo, che secondo l’accusa avrebbe consegnato loro l’esplosivo, proprio nel negozio di Galeota.
Ma chi è Massimo Abbatangelo? Consigliere comunale di Napoli dal 1964 al 1987, deputato al Parlamento per quattro legislature, dal 1979 al 1994, poi, europarlamentare. È stato un dirigente nazionale del Movimento Sociale Italiano e poi, di Alleanza Nazionale. Nel 2008, aderì al partito de La Destra di Storace. Nel 2009, ne divenne segretario in Campania. Ai tempi dell’occupazione dell’ex Convento in Salita San Raffaele – tra il 2010 e il 2011 – difese apertamente la banda di Casapound Napoli, responsabile di numerosi agguati e pestaggi.
Il pm Catello Maresca chiese pene molto severe per 34 esponenti di questo gruppo neofascista, accusato di associazione sovversiva e banda armata. Ma, anche qui, la seconda Corte di Assise di Napoli, presieduta da Alfonso Barbarano, ha poi respinto le tesi dell’accusa, rappresentata dal sostituto procuratore Maresca, nell’ambito del maxi processo nei confronti di Casapound Napoli. Da quella requisitoria, venne inflitta una sola condanna a tre anni a Enrico Tarantino per porto e detenzione in luogo pubblico di ordigni esplosivi, precisamente quattro bottiglie incendiarie.
Abbatangelo fu tra i padrini di questo gruppo. Dal suo cursus honorum ne si deduce il motivo: la notte dell’11 ottobre 1970 assaltò a colpi di bottiglie molotov una sezione del Partito Comunista Italiano. Nelle inchieste sulle violenze fasciste a Napoli, fra il 1972 e il 1974, il suo nome compare molto spesso legato a drammatici episodi di squadrismo. Nel gennaio 1984 venne colpito da ordine di carcerazione. Venne arrestato e sottoposto a scontare la pena irrevocabile di due anni alla quale lo condannò la Corte di Appello di Napoli.
Relativamente alla drammatica vicenda del rapido 904, in primo grado di giudizio, Abbatangelo venne condannato all’ergastolo per strage. Il 18 febbraio 1984, venne poi assolto dall’accusa principale di aver partecipato alla strage, ma venne ugualmente condannato a 6 anni di reclusione per aver consegnato a Giuseppe Misso l’esplosivo impiegato nell’attentato. Non a caso, nel corso delle indagini, venne più volte citato da esponenti del clan Misso come figura di collegamento fra gli ambienti della destra eversiva e la camorra.
Il 9 luglio 2015 venne revocato il vitalizio da parlamentare ad Abbatangelo, insieme ad altri nove ex deputati e otto ex senatori. Nel 2017 la sentenza venne poi revocata e il vitalizio ripristinato, con la restituzione di 17 mensilità di 5600 euro cadauna non percepite dalla sospensione.
La vicenda di Giuseppe Misso
Da sempre vicino alle organizzazioni fasciste, sostenitore dell’MSI, Misso è noto per la sua vicinanza ai NAR[9]. È noto anche per essere stato uno dei boss camorristici che militavano apertamente in politica e per essere tra gli indagati, insieme a Michele Florino[10] e Massimo Abbatangelo, per la strage dell’Italicus e per la strage della stazione di Bologna del 1980.
Finì sotto processo, ma poi venne assolto dall’accusa, per una sua presunta partecipazione alla strage del rapido 904. Negli anni Ottanta la notizia della rapina miliardaria realizzata dal suo clan ai danni del Monte dei Pegni del Banco di Napoli fece il giro del Mondo. Mentre Florino e Abbatangelo vennero fuori da questi processi, Misso vi rimase coinvolto per un grado di giudizio.
Nel 2000, come ha raccontato, rifiutò un incontro al partito di Alleanza Nazionale in cerca del suo sostegno elettorale: «Nutrivo ragioni di avversione nei confronti degli esponenti di questo partito, ragioni che scaturivano essenzialmente dal fatto che, quando ci fu la vicenda giudiziaria della strage del Rapido 904, io venni scaricato. Nessuno volle occuparsi della posizione mia e dei miei compagni, ma vi fu solo una mobilitazione politica in favore di Abbatangelo». E ancora: «Dopo le stragi di Mafia del 1992, mi hanno applicato il carcere duro in una stagione politica nella quale al governo c’era anche AN. Io negli anni ˈ80 avevo rischiato la vita e ammazzato per sostenere l’MSI e venivo ripagato in questo modo». A quell’epoca, rivela Misso: «Abbiamo sollecitato un intervento politico, in nostro favore perché esistevano dei rapporti fra i familiari di Mino Galeota, detenuto con me, ed esponenti politici dell’MSI, come Maceratini, Florino e tanti altri ancora. Loro però continuavano a ripetere che non potevano esporsi direttamente per noi perchè eravamo etichettati come camorristi e che il loro aiuto veniva indirettamente dalla mobilitazione che facevano per Abbatangelo. Il discorso riguarda direttamente anche lo stesso Giorgio Almirante».[11]

Dettaglio della nona carrozza dopo l’esplosione

Altri imputati

In merito alla strage del rapido 904, un’incongruenza ancora più evidente sul piano giudiziario risulta dall’analisi della posizione di Carmine Esposito, l’informatore che si presentò alla Questura di Napoli pochi giorni prima della strage, segnalando che ci sarebbe stato un attentato su un treno. La Cassazione rese definitiva la condanna a 3 anni per Esposito, vicino agli ambienti della destra napoletana e in contatto con il clan di Misso, riconosciuto colpevole di favoreggiamento per non aver rivelato le fonti delle sue «anticipazioni». Riconoscendo cosi, implicitamente, l’esistenza di un qualche collegamento tra l’attentato e la criminalità napoletana. Elementi sui quali Galeota sapeva forse troppo.
Venne imputato di strage anche il tecnico elettronico austriaco Friedrich Schaudinn, scomparso dalla sua abitazione di Ostia, dove era agli arresti domiciliari, alla fine del luglio 1988. Schaudinn aveva ammesso in istruttoria di aver messo a punto per conto di Cercola un congegno a tempo (secondo l’accusa quello utilizzato per la strage) intuendo che sarebbe stato impiegato in un attentato.
Schaudinn (intervistato dal Tg2 il 3 ottobre 1988) scrisse dalla Germania al presidente della Corte d’Assise, Armando Sechi, due lettere in cui affermò che le sue dichiarazioni istruttorie (il contributo di Schaudinn, aveva precisato nell’ordinanza il giudice  istruttore, era stato «determinante nella ricostruzione di aspetti fondamentali del processo») erano state male interpretate.
36 anni dopo, nessuna verità
Dietro a questi orrori c’è stato un disegno preciso, volto a generare terrore, a condizionare la libera determinazione dei cittadini nell’esprimere la loro volontà politica, usando il sangue invece del confronto.
Il paradosso della vicenda è costituito dal fatto che, alla fine, la magistratura ha condannato i familiari delle vittime al pagamento delle spese processuali, permettendo che personaggi implicati in vicende di tale gravità, il cui affresco è stato tinteggiato in queste righe, facciano ancora parte della vita politica del paese.
Nel più totale silenzio istituzionale, la strage di Natale e i suoi 16 morti chiedono ancora giustizia. Non bisogna dimenticare ciò che è accaduto, perchè attraverso la consapevolezza si può contrastare la reiterazione di tali strategie che, purtroppo, ciclicamente turbano la vita del nostro Paese.
Non bisogna dimenticare che solamente facendo luce su questa ed altre stragi, altri innocenti forse saranno risparmiati.
(2.fine)
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MATERIALI DI APPROFONDIMENTO:

Sulla Strategia della tensione:

Saverio Ferrari, La strage di piazza Fontana, RedStarPress, 2019;

Strage del Rapido 904 anche detta Strage di Natale

https://www.raicultura.it/storia/articoli/2019/01/Rapido-904-Una-Strage-al-buio-3a0e146f-378c-4ccb-a9cc-002f49388fd7.html

https://ladigacivile.eu/rapido904

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/12/23/rapido-904-quel-treno-che-non-si-mai-e-fermato-e-continua-a-vivere-nella-memoria-da-35-anni/5633255/

Sulle responsabilità della strage:

http://www.reti-invisibili.net/rapido904/

https://www.radioradicale.it/scheda/39443/strage-sul-rapido-904-condannato-allergastolo-massimo-abbatangelo

Su Misso e la storia della camorra napoletana:

Donatella Gallone, Per amore delle bionde – Uno scugnizzo a passeggio con i boss, ilmondodisuklibri 2010.

Su Casapound Napoli e i legami con Abbatangelo:

https://www.yumpu.com/it/document/view/22696845/dossier-no-casapound-cau-noblogs

https://ilmanifesto.it/processo-casapound-a-napoli-il-pm-un-gruppo-criminale-dedito-alla-caccia-al-compagno/

https://www.open.online/2019/11/13/casapound-tutti-assolti-a-napoli-dalle-accuse-di-banda-armata/

27 dicembre 1984. Piazza Maggiore, Bologna. Funerali in commemorazione delle vittime del Rapido 904. [Tutte le immagini sono state amichevolmente concesse dall’Associazione dei familiari delle vittime del Rapido 904 che si ringrazia per l’amichevole partecipazione]

LE NOTE

[1]Consultabile al link: https://www.ilmondodisuk.com/anniversari-da-nord-a-sud-le-stragi-di-piazza-fontana-e-del-rapido-904-quella-scia-di-sangue-che-segno-la-storia-italiana/

[2] Per approfondire cosa fosse la strategia della tensione, consulta: Saverio Ferrari, La strage di piazza Fontana, RedStarPress, 2019 e il link: https://www.tpi.it/cultura/piazza-fontana-avvertimento-guardian-20190529330526/

[3]G. Flamini, La Banda della Magliana, Storia di una holding politico-criminale, Milano, Kaos, 2002, pp. 114-117.

[4]Per approfondire la nebulotica vicenda dell’agguato, si rimanda a: Fulvio Bufi, Strage dei clan per il rione Sanità – È una guerra fra camorristi l’agguato dopo il processo di Firenze; Paolo Fallai, Forse Galeota sapeva troppi segreti del 904, Corriere della Sera, 16 marzo 1992, pg. 5.

[5] Libero Gualtieri prese parte alla Resistenza. Al termine della Seconda Guerra mondiale entrò nel Partito d’Azione per poi schierarsi col Partito Repubblicano. Durante la X Legislatura, dal 1987 al 1992, fu Presidente della Commissione Stragi. Nel passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica si schierò coi Democratici di Sinistra. Fra le sue numerose inchieste figura anche quella dell’implicazione di apparati dello Stato sulla vicenda della Banda della Uno bianca.

[6] Il Servizio informazioni e sicurezza militare, in acronimo SISMI, è stato un servizio segreto italiano, di natura militare con competenza sulla sicurezza internazionale.

[7] Il Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica (S.I.S.De.) è stato un servizio segreto italiano. Secondo le legge istitutiva avrebbe dovuto “agire per la difesa dello Stato democratico e delle istituzioni poste dalla Costituzione a suo fondamento contro chiunque vi attenti e contro ogni forma di eversione”.

[8]Si rimanda all’intensa ricostruzione della vicenda fatta da Patrizia Tramma, Rapido 904: la mancata verità – Zezi teatro, consultabile al link: http://www.reti-invisibili.net/rapido904/

[9] I Nuclei Armati Rivoluzionari furono un’organizzazione terroristica di stampo neofascista attiva tra il 1977 e il 1981. Venne implicata in numerose stragi, omicidi e attentati. Ebbe forti collegamenti coi servizi segreti e con la criminalità organizzata. I suoi esponenti principali furono Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini.

[10] Neofascista napoletano, esponente dell’MSI. Più volte eletto al Parlamento. Da segretario della sezione “Berta”, venne implicato nella vicenda dell’omicidio di Iolanda Palladino. Accusato di favoreggiamento, venne poi prosciolto dall’accusa. Per approfondire, si invita a consultare i seguenti link: https://www.identitainsorgenti.com/anniversari-45-anni-fa-moriva-iolanda-palladino-bruciata-viva-a-via-foria-da-un-gruppo-fascista/ e https://www.napolitoday.it/cronaca/anniversario-omicidio-iolanda-palladino-2016.html

[11] Corriere del Mezzogiorno, 29 gennaio 2008.

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