Le disobbedienti/Il sogno audace di Colette: pittrice, giornalista e (soprattutto) una donna libera

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«Fu, soprattutto, una donna libera. Una pioniera, in­somma. Sognava di essere padrona di sé, in anticipo di due secoli sui suoi tempi, come sosteneva sua madre che la conosceva meglio di tutti. Un sogno audace, a dirla tutta. Fu dunque attrice, mima, pittrice, ricamatrice, giornalista. Aveva decifrato le regole della comunicazio­ne e sapeva che gli scandali avrebbero cementato la sua fama. Passò per innumerevoli esperienze e le inglobò tutte nella scrittura».
Nicoletta Sipos in “Colette. Un sogno audace” racconta la poliedrica scrittrice francese Sidonie-Gabrielle Colette (Saint-Sauveur-en-Puisaye, 28 gennaio 1873 – Parigi, 3 agosto 1954) con leggerezza e profondità attraverso la voce narrante della figlia Colette de Jouvenel. Tra loro il rapporto non fu facile, Colette madre era una donna dal carattere forte, volitivo e indipendente. Si sposò tre volte e dopo aver imparato – con il primo marito – a non farsi defraudare del talento e dei meriti si dedicò a quel che le piaceva fare: scrivere.
Romanzi, commedie, sceneggiature, critica teatrale e articoli di vario genere caratterizzati da uno stile vivace, audace, vivido e ironico. Sperimentò anche il mimo, la recitazione, il music- hall, il cinema e l’imprenditoria.
La sua curiosità intellettuale si accompagnò alla trasgressione, apparizioni in scena senza indossare altro all’infuori del suo carattere, una relazione omosessuale e l’amore ricambiato con il figliastro di gran lunga più giovane la resero una donna che infrangeva le regole sociali senza remore, di più, con il gusto di arrecare scandalo e portare scompiglio nelle vite dei benpensanti.
Quello che la società imponeva alle donne le andava stretto.  «In realtà, l’ostentato desiderio di proteggere bam­bine e signore dalle insidie di un mondo crudele era un utile pretesto per negare loro la possibilità di coltivare il proprio talento. La sola cosa che contava era che fos­sero asservite ai loro uomini, mettessero al mondo un numero sufficiente di eredi e si occupassero di crescerli obbedienti, lavoratori e sani. Un po’ di scuola veniva concessa, giusto quanto ba­stava per scrivere biglietti di auguri e note della spesa, nonché per leggere ricettari e il libro delle preghiere. L’e­vasione era affidata alla lettura di romanzi d’amore che illustravano la generosità di un maschio forte e gentile, pieno di pietà per una fanciulla bella ma ridotta in mi­seria, o bruttina ma di carattere docile, afflitta da ma­dre cieca o da sorellina tisica. Era l’intrattenimento più indicato a bloccare l’evoluzione mentale delle fanciulle, cui si impediva tra l’altro la pratica di tutti gli sport, per­sino una tranquilla ginnastica da camera».
L’atrofia mentale e fisica era il destino scelto per il sesso debole che Colette rifiutò in blocco, la realtà l’annoiava perciò la interpretava aggiungendo elementi senza curarsi del fatto che fossero bugie, la sua esperienza quotidiana, le sue vicende personali erano spunto per la scrittura. Esercitava il corpo e la mente guardando con divertimento all’umanità nei suoi tanti contorcimenti.
Cominciò a scrivere giovanissima sotto la sorveglianza del primo marito Henri Gauthier-Villars – Willy – riscuotendo un grande successo con i romanzi di Claudine, una ragazzina audace e spigliata che conquistò il pubblico, peccato che i libri portassero la firma del marito. Soltanto dopo il divorzio, nel 1911, comincerà a firmare il suo lavoro.
«Dopo il 1968 le donne diranno “l’utero è mio e lo ge­stisco io”. Mia madre lottò invece per vedere riconosciu­ta la sua firma, il mezzo più sicuro per uscire dall’ombra del marito. Sapeva che la gente guardava a lui e ignora­va la sua esistenza. Lui era una stella, lei un fantasma. Lui attirava l’ammirazione delle donne e l’invidia degli uomini, mentre lei era trasparente. Non a caso annotò: La nostra coppia suscitava curiosità, da sola non susci­tavo proprio niente».
La posizione di Colette nei confronti del femminismo fu ambigua, affermava di non condividere le idee delle donne che portavano avanti la battaglia femminista ma – nei fatti – agiva per affermare quelle stesse idee.
Ambiguo fu anche l’atteggiamento nei confronti del nazismo, non lo condannò, non si schierò, si barcamenò in una zona grigia di non detto e poco comprensibile. Scelse di vivere seguendo la propria curiosità senza curarsi dei dettami sociali, amò uomini più giovani di lei, non si negò nulla che le suscitasse interesse e la sua scrittura fluida e vivida – in cui infondeva le proprie esperienze, opinioni e idee – intrigava per l’autenticità, la sottile provocazione e lo spirito brillante.
Per la commedia Gigì che andò in scena a Brodway agli inizi degli anni Cinquanta fu lei a scegliere una giovane Audrey Hepburn in un colloquio rivelatore che apre il libro.
Nel 1936 diventò Commendatore della Legion d’onore e in occasione della proclamazione come componente dell’Académie royale belge de langue et de littérature françaises commentò «Sono diventata scrittrice senza accorgermene e senza che nessuno se l’aspettasse» mentre Simone de Beauvoir di lei scriveva: «Quello che diceva scaturiva da una sorgente naturale. Al confronto, la brillantezza di Cocteau appariva costruita».
Nel 1945 fu eletta componente dell’Académie Goncourt, seconda donna dopo la scrittrice Judith Gautier, nel 1953 divenne componente onorario del National Institute of Art and Letters di New York e ricevette il grado di Grand’Ufficiale della Legion d’onore, l’anno successivo, alla sua morte, la Chiesa non consentì un funerale religioso e lo stato le riservò – prima donna – le esequie nella corte d’onore del Palais-Royal. Lo stile narrativo di Sipos, scorrevole e godibile, rende i tratti caratteriali di Colette madre e figlia restituendoci una fotografia delle loro vite e delle loro scelte.

La curiosità: nel 1910 Colette venne a Napoli con Au­guste Hériot, erede dei grandi magazzini Louvre, lui 24 anni lei 37.
©Riproduzione riservata
IL LIBRO
Nicoletta Sipos, Colette. Un sogno audace,
Morellini
Pag 202
euro 17,90


L’AUTRICE

Nicoletta Sipos scrive di libri su “Chi” e sul blog nicolettasipos.it . Italiana di origini ungheresi, considera un punto di forza elaborare i suoi romanzi da storie vere. La sua vita di Colette corrisponde a questo criterio. Si è occupata di violenza domestica (Il buio oltre la porta); di maternità assistita (Perché io no); della Shoah in Ungheria (La promessa del tramonto e La ragazza con il cappotto rosso). Con Lena & il Moro e ha trasformato in noir l’incontro tra una professoressa in pensione e un giovane sbandato alla vigilia di Natale.

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