«Il solo fatto di essere nata donna mi aveva sempre costretta a vivere all’interno di gabbie, che le circostanze ammantavano di apparenze diverse. Quella in cui il destino mi aveva precipitata e della quale solo in quel momento prendevo piena coscienza mi apparve però come la più angusta di tutte, perché minacciava di privarmi anche dell’unico vero scampolo di libertà che avessi mai conosciuto».
L’unico scampolo di cui scrive Chiara Montani, autrice di una intensa biografia romanzata da poco in libreria per Neri Pozza, Il destino di Sofonisba, è la pittura e a pronunciarle è la protagonista. Une lettura vorace che mi ha accompagnata nei giorni di pausa natalizia regalandomi la possibilità di conoscere la storia di una artista che ammiro e mai ho incontrata in un testo di storia dell’arte sul quale mi sia capitato di studiare!
Il talento di Sofonisba Anguissola (1535-1625) grazie alla sensibilità artistica e l’affetto paterno fu apprezzato presso le corti italiane e quella spagnola dove, però, mai le fu data l’opportunità – contrariamente a quanto previsto per i suoi colleghi – di essere insignita del titolo di pittrice di corte e – pertanto – di firmare le sue opere.
«Perché dama di corte, mi chiedevo, e non pittrice di corte? E a quel pensiero sentivo crescere l’invidia per il conte, per mio padre e per tutti gli esseri di sesso maschile, padroni delle loro scelte, liberi di decidere del loro futuro” e ancora: “Consapevole delle difficoltà in cui versava la famiglia e di come mio padre si costringesse spesso a umiliarsi accettando le elemosine dello zio Ponzino, il quale non perdeva occasione per denigrarlo, talvolta non potevo evitare di chiedermi cosa ci impedisse di vivere semplicemente della mia arte. Ma il nostro mondo era un totale paradosso. Ciò che per un uomo sarebbe stato del tutto naturale, per una donna diventava indecoroso, inappropriato, inimmaginabile. Per quanto fossi costretta a conviverci, mai e poi mai sarei riuscita a comprenderlo».
Eh già, perché per il suo lavoro Sofonisba non poteva essere pagata, ciò che le era accordato si limitava alla possibilità di ricevere doni. Andò meglio, qualche secolo dopo a Élisabeth Vigée Le Brun (1755-1842), i cui ritratti dell’aristocrazia le valsero il titolo di pittrice di corte di Maria Antonietta e la possibilità di esser remunerata.
Il genio artistico di Sofonisba non sfuggì a Vasari, che ne scrisse nelle Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori una raccolta organica della storia dell’arte pubblicata nel 1550, né a Michelangelo e a Caravaggio che, dallo studio del suo “Fanciullo morso da un gambero”, trasse spunto per il ben più famoso dipinto “Ragazzo morso da un ramarro”.
Caravaggio riconobbe il talento nel catturare e fissare sulla tela i moti dell’animo di cui la pittrice aveva affinato lo studio sui testi di Leonardo, la sua bravura nel cogliere l’intima essenza dei volti e i corpi che ritraeva, in lei scorse la sensibilità nel leggere i sentimenti, interpretare il carattere e le inclinazioni dell’animo eternandole grazie al sapiente uso dei pigmenti, della luce, della tecnica della velatura e della preparazione dei colori. Espressioni, posture, luce, colori, sguardo avido e curioso sul mondo sono tutti elementi che hanno fatto di Caravaggio il genio che rivoluzionò la pittura e che, parimenti, sono rinvenibili nelle opere della pittrice cremonese.
Perché, dunque, Sofonisba Anguissola conobbe, sì la fama dei contemporanei ma la sua eco si spense nei secoli successivi? Dopo aver appreso l’arte da Bernardino Campi e Bernardino Gatti detto il Sojaro, senza mai poter studiare le tavole anatomiche interdette alle donne, grazie all’instancabile lavoro paterno nella tessitura di relazioni, fu chiamata a ritrarre la Duchessa Margherita e la nuora Elena alla corte dei Gonzaga, poi gli Estensi di Ferrara e i Farnese.
Nel 1559 giunse la grande occasione: grazie ai buoni uffici del Duca d’Alba si trasferì alla corte spagnola di Filippo II come dama d’onore e maestra di pittura della giovane sposa Elisabetta di Valois.
Qui l’autrice porta l’azione sull’aberrante esercizio del potere ecclesiastico attraverso i roghi dell’Inquisizione che tanti uomini e donne videro torturati e uccisi con l’accusa di eresia e sull’amore tra Sofonisba e il conte Broccardo Persico, amore mai consumato per il voto di castità pronunciato da quest’ultimo.
Sono pagine dedicate alla vita di corte scandite dalle regole ferree cui la pittrice dovette abituarsi accompagnate dal racconto della costruzione del legame affettivo con la regina, delle relazioni conquistate con uomini e donne di potere e di struggente nostalgia per la lontananza dalle sorelle che seguirono le sue orme Elena, Lucia, Europa, Anna Maria e anche di Minerva l’unica tra loro a esprimere un talento diverso.
Sono gli anni nei quali l’artista comprende il significato e l’ineluttabilità della ragion di Stato che impone decisioni e scelte in nome della politica: matrimoni negoziati per rinsaldare alleanze e concentrare potere e ricchezza, dovere di dissimulazione dei sentimenti e – per le donne- obbligo di generare una discendenza.
Regole che prevedono per le dame di compagnia la scelta di un consorte gradito alla corte che per Sofonisba, alla morte della regina, significò il matrimonio con il nobile siciliano Fabrizio Moncada. Montani scava nell’oscurità dell’animo di quest’uomo mettendone a nudo la fragilità e le ossessioni usando con maestria, al pari della sua protagonista, il chiaroscuro e la giustapposizione tra figure e personaggi cesellando l’uomo e la cognata Aloisia impegnati in un duello nel quale la pittrice si trova intrappolata.
Cinque anni di vita su un otto volante fatto di speranze nutrite con pazienza e andate deluse e tragedie annunciate accanto a un uomo che sentendosi defraudato e sconfitto viene, sempre più, risucchiato da sabbie mobili nel quale ogni suo tentativo di rivalsa si traduce in un ulteriore inabissamento.
Sono anni nei quali l’artista acquista piena consapevolezza del valore che la pittura riveste nella sua esistenza: senza di essa la sua anima inaridisce, l’energia e la voglia di vivere appassiscono, senza poter dominare il colore e i pennelli si sente mutilata.
L’autrice rende appieno il mondo visto attraverso gli occhi della pittrice alla stregua di come può apparire a uno scultore o un fotografo nelle descrizioni in cui la realtà è percepita e scomposta in linee, volumi, profondità e cromatismi.
Un esercizio naturale per un’artista che privato della possibilità di esprimersi con la propria tecnica e cifra stilistica annichilisce, sottrarle la possibilità di dipingere è, per la protagonista, pari alla privazione dell’aria per respirare e della sostanza per definire l’identità.
Alla morte del marito, dopo aver dipinto la pala d’altare La madonna dell’Itria in sua memoria, non avendo altra scelta decide di tornare a Cremona con il fratello con il quale vive ancora quella madre che mai le ha mostrato affetto, tenerezza e vicinanza.
Ma il destino, ancora una volta, sterza bruscamente portandole un secondo e felice matrimonio con il comandante della marina mercantile genovese Orazio Lomellini. Nel romanzo le strade tra i due si incrociano più volte nascondendo un mistero che solo alla fine si svelerà, con lui vivrà per oltre quarant’anni tra Genova e Palermo dove un anno prima della morte andrà a renderle omaggio il celebre pittore fiammingo Antoon van Dyck suo successore come ritrattista della famiglia reale spagnola.
Lo stile narrativo è coinvolgente, fluido e ha la capacità di tenere incollato il lettore/trice alla pagina alimentandone il desiderio di conoscere il seguito di una vita raccontata come un’avventura in cui accordare la preferenza ai personaggi per i quali parteggiare e quelli per cui provare avversione: i buoni, i cattivi, le vittime, gli aguzzini, i tessitori di intrighi, i fantasmi, i deboli e i forti e – come sempre accade- ognuna/o ritrova suggestioni che sussurrano al proprio vissuto.
Nel mio caso è il cameo dedicato a Napoli, da figlia di Partenope ho colto lo stupore per la bellezza del paesaggio all’avvicinarsi alla città dal mare quando da lontano si scorgono i contorni del Golfo e le luci della città che dalla costa si inerpica verso la collina conservando le vestigia dei castelli, la presenza del Vesuvio definita dall’autrice benigna e “materna” che mi ha spinta a riflettere sul perché per i napoletani, benché avvertita nella sua ambivalente dimensione di vita/morte tipica della cultura partenopea, sia vissuta come paterna.
Sul riferimento letterario al poema omerico in cui si narra il mito fondativo della città come conseguenza del suicidio di Partenope in seguito al fallito tentativo di far naufragare Ulisse presso le coste della penisola sorrentina mi permetto di dissentire: Partenope non si sarebbe mai abbandonata alla morte per un vile ingannatore come Ulisse, un uomo che ha elevato l’astuzia al rango di virtù!
Partenope e le sirene vivono in mezzo a noi perpetuando una storia millenaria, chissà forse anche Sofonisba le incontrò…una bella biografia da leggere e far leggere a scuola per colmare le lacune di conoscenza sulla vita di artiste ricche di talento, coraggio e passione.
Negli anni passati alcune di loro, penso a Frida Kahlo e Artemisia Gentileschi, sono divenute popolari in seguito alla pubblicazione di biografie, la realizzazione di film, documentari, podcast e lo sviluppo di vincenti operazioni di marketing rilanciate dal web e dai social, auguro la stessa fortuna a Sofonisba: che possa trovare, nella contemporaneità, il giusto riconoscimento che merita e che in vita le fu, parzialmente, tributato.
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IL LIBRO
Chiara Montani
Il destino di Sofonisba
Neri Pozza
Pag 464
euro 21
L’AUTRICE
Chiara Montani è nata a Milano. Dopo la laurea in Architettura ha lavorato nel mondo del design e della grafica. È specializzata in arteterapia e ama dedicarsi all’arte, soggetto principale anche delle sue opere letterarie. Con Garzanti ha pubblicato una trilogia (Il mistero della pittrice ribelle, La ritrattista, L’artista e il signore di Urbino) ed Enigma Tiziano. È autrice inoltre di Ciò che una donna può fare (UTET), storia dell’arte al femminile. I suoi libri sono tradotti in francese e in spagnolo
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