Le disobbedienti/Quando Jeanne Hébuterne scappò di casa per amore di (Amedeo) Modigliani. Grazia Pulvirenti rievoca la loro passione nel libro “Non dipingerai i miei occhi”

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Il talento di Jeanne Hébuterne non è fiorito, non ha fatto in tempo. Si è suicidata, poco più che ventenne, il giorno dopo la morte di Amedeo Modigliani.
Dopo averlo incontrato, strappa tutte le convenzioni sociali e per seguirlo abbandona la casa dei genitori dove le manca l’aria. Una educazione rigida, bigotta e asfittica in cui il peccato aleggia su ogni cosa la spinge a scegliere una vita diversa. Studiava per far maturare la propria pittura quando incontra l’uomo che la porterà verso un balcone da cui lanciarsi.
Dopo aver visto Modì, la sua esistenza ne viene risucchiata. Va a vivere con lui, che già malato di tubercolosi, placa il dolore sprofondando nell’alcool e nell’hashish in una spirale di tormento che si avvita verso il basso.
Vivono in miseria in una soffitta maleodorante e malsana dove le loro opere prendono vita: Modigliani la dipinge, alla sua maniera, in pochi tratti senza aver bisogno di ritocchi con uno stile che ha maturato una sua personalità e una sua tecnica Jeanne, invece, ancora non lo ha trovato un suo stile e muove i pennelli cercandolo.
Lo cerca nelle tinte accese e le prospettive sbilenche che riflettono l’angoscia e la disperazione crescente che l’accompagna mentre fissa l’abisso verso cui ineluttabilmente si dirige.
L’ineluttabilità la sceglie nutrendo un amore disperato che pervade ogni fibra del suo essere per un uomo che corre verso la morte, si odia, talvolta, per non riuscire a fare altrimenti ma è consapevole di non poter neanche partorire l’idea di una vita senza di lui, il solo pensarlo le risulta impossibile.
Hanno una figlia, si chiamerà Jeanne anche lei, mentre il secondo figlio/a non nascerà mai, sua madre non ce la fa a sopportare un mondo senza l’uomo in cui si era annullata, Amedeo, che accudisce fino alla fine chiudendosi in un silenzio prodromo di quello eterno.
La sua famiglia la oltraggerà anche dopo morta perché il fratello non volendo lo scandalo di una sorella – già troppo chiacchierata per le sue scelte anticonformiste – anche suicida la fa trasportare da un operaio di passaggio con un carretto alla fetida soffitta dove viveva con Modigliani. «Non ho mai capito se in quel foglio sono la donna che vedevi o la donna che desideravi», scrive l’autrice che racconta con uno stile narrativo singolare: a parlare sono i dipinti.
È dalle immagini create da Jeanne e da Amedeo che conosciamo la loro storia, da esse si sprigionano le parole che ci permettono di entrare nelle loro vite. Siamo nella Parigi della prima guerra mondiale flagellata, oltre che dai morti e feriti al fronte e nelle trincee, anche dalla terribile epidemia di spagnola che mieterà milioni di vittime e Noix de coco – noce di cocco, come veniva chiamata Jeanne per il contrasto del pallore dell’incarnato con il castano ramato dei lunghi capelli e Modigliani frequentano Gertrude Stein, Picasso, Matisse, Utrillo, Renoir, Gauguin, Kisling, Ortiz de Zárate, Foujita e Zborowski il mercante d’arte che proponeva le opere dell’artista italiano.
Modigliani è consapevole di non avere ancora molto tempo da vivere e se ne rammarica pensando alla giovane e bella donna che a lui si è immolata e – pure – non può fare a meno di ferirla andando con altre donne, sparendo per notti intere e lasciandola sola, digiuna e al freddo nell’orribile soffitta.
Lotta contro il tempo, la malattia e sé stesso. Di lei, ragazza che non avrà tempo per coltivare il suo talento, che tutto dava e tutto sopportava senza nulla chiedere, l’artista ligure vorrebbe dipingere gli occhi.
Come per i greci anche per lui gli occhi sono lo specchio dell’anima, quell’anima che rincorre, nel volto e sul corpo di Jeanne ritratta in tante occasioni.
Jeanne sfugge, occulta il suo sguardo per non lasciarsi indagare fino in fondo anche se, osservandosi nei lavori in cui Modigliani la ritrae, ritrova la sua anima racchiusa in poche linee e tratti. Questo suo sfuggire è quasi il tentativo di frapporre un’ultima barriera a difesa del suo essere, l’ultimo baluardo a salvaguardia di una identità che rischia di annegarsi in quella di un’altra persona.
L’autrice racconta il tormento di due anime, la loro sensibilità artistica, la loro rabbiosa consapevolezza di un destino che velocemente si compie senza fare sconti, lo fa dando voce a colori e linee fissati su fogli e tele.
Ogni volta che guarderemo un loro quadro ricorderemo la soffitta, le strade di Parigi, le passeggiate in Costa Azzurra ascoltando l’eco delle loro parole, quelle parole che Grazia Pulvirenti ci ha sussurrato restituendo alla storia una donna che stava coltivando il suo talento: Jeanne Hébuterne.
In bocca al lupo, Jeanne e Grazia per la vostra candidatura al premio Strega 2021.
©Riproduzione riservata
IL LIBRO
Grazia Pulvirenti
Non dipingerai i miei occhi – Storia intima di Jeanne Hébuterne e Amedeo Modigliani
Jouvence pag 144
euro 12,00
L’AUTRICE
Grazia Pulvirenti germanista e saggista, presidente della Fondazione Lamberto Puggelli. Scrive poesie e prosa che a lungo sono state trattenute prima di vedere la luce. “Non dipingerai i miei occhi – Storia intima di Jeanne Hébuterne e Amedeo Modigliani” è la sua opera prima.
ANEDDOTO/L’ARIA DI NAPOLI
Fu l’aria di Napoli a salvare il quattordicenne Amedeo, colpito da tubercolosi: vi arrivò nel 1901, accompagnato dalla madre su suggerimento del medico. All’ombra del Vesuvio, conobbe il maestro Domenico Morelli e scoprì la passione per la scultura dopo aver apprezzato l’originalità di Tino di Camaino.

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