L’8 marzo viene celebrata in tutto il mondo la giornata internazionale della donna. Da qualche anno, grazie alla pressione di movimenti come Non una di meno[1], è stata reintrodotta l’usanza di proclamare uno sciopero generale, che in Italia è stata recepita dal sindacalismo di base di ispirazione anarchica e comunista.
In questa data il nostro pensiero va a Maria Bakunin, figlia del noto rivoluzionario anarchico russo, che sin da bambina visse a Napoli e vi si affermò come illustre scienziata e raffinata intellettuale, emersa in contesti fino ad allora ritenuti di esclusivo appannaggio maschile.
ORIGINE DELLA CELEBRAZIONE
Per alcuni, l’individuazione di questa data deriva da una tragedia accaduta nel 1908, che ebbe come protagoniste le operaie in sciopero dell’industria tessile Cotton di New York. Per altri, l’evento che portò all’istituzione di questa ricorrenza è legato ad un altro incendio, sempre verificatosi a New York, ma questa volta nel 1911, dove si registrarono 146 vittime, fra cui molte donne.
Fatto sta che fu il movimento socialista per primo a recepire l’importanza di una giornata di rivendicazione dei diritti economici, politici e civili delle donne. Nel corso del VII Congresso della II Internazionale socialista, tenutosi a Stoccarda dal 18 al 24 agosto 1907, si discusse della questione femminile e del suffragio universale. Pochi giorni dopo, il 26 e 27 agosto 1907, si svolse invece la Conferenza internazionale delle donne socialiste, durante la quale fu istituito l’Ufficio di informazione delle donne socialiste, di cui venne eletta segretaria Clara Zetkin.
Le donne socialiste rifiutarono di aggregarsi alle rivendicazioni del femminismo borghese, in quanto si riteneva che le operaie vittime dello sfruttamento dei datori di lavoro, delle discriminazioni sessuali, escluse dal diritto di voto non avessero nulla a che vedere con le ricche signore che erano madri e mogli di quegli uomini che esercitavano il loro dominio di classe.
Durante la seconda Conferenza internazionale delle donne socialiste, che si svolse a Copenaghen il 26 e 27 agosto 1910, si decise di istituire una giornata internazionale dedicata alla rivendicazione dei diritti delle donne. Nonostante il comune obiettivo, per alcuni anni negli Stati Uniti e in vari Paesi europei la giornata delle donne si svolse in date differenti. Negli anni seguenti, fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, sono state poi organizzate molte altre giornate dedicate ai diritti delle donne.
L’8 marzo 1917, a San Pietroburgo, le donne manifestarono per chiedere la fine della Prima guerra mondiale, rivendicando la fuoriuscita della Russia dal conflitto bellico. In seguito, per ricordare questo evento, durante la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, che si svolse a Mosca nel 1921, fu stabilito che l’8 marzo fosse la Giornata internazionale dell’operaia, che da quel momento in avanti divenne la data simbolica ancora oggi celebrata in tutto il mondo.
In Italia, la prima giornata della donna si svolse nel 1922, ma il 12 marzo e non l’8. Nel corso degli anni successivi, il movimento per la rivendicazione dei diritti delle donne crebbe di pari passo con la diffusione delle idee comuniste e socialiste, anche grazie alla tenace lotta clandestina svolta in opposizione ai regimi fascisti e nazisti.
Nel settembre 1944 venne istituito a Roma lUDI, Unione Donne Italiane, che mosse i primi passi grazie all’iniziative delle partigiane che avevano combattuto in montagna contro il nazifascismo. In quell’assise, si decise di celebrare il successivo 8 marzo la giornata della donna nelle zone liberate dell’Italia.
Il 2 giugno 1946, per la prima volta in assoluto nella storia del nostro Paese, le donne parteciparono al suffragio universale. In particolare, parteciparono al referendum che chiedeva al popolo di scegliere se l’Italia dovesse essere una monarchia o una repubblica. Dal 1946, venne anche introdotta la mimosa come simbolo di questa giornata, in quanto fiore di stagione poco costoso e facilmente reperibile.
Tuttavia, fu solo con l’arrivo degli anni Settanta del XX Secolo che in Italia nacque un vero e proprio movimento femminista. L’8 marzo 1972, in Piazza Campo de’ Fiori a Roma, si svolse la manifestazione della festa della donna, durante la quale le donne rivendicarono, tra le varie cose, anche la legalizzazione dell’aborto. Questa battaglia sfociò in una vera e propria mobilitazione di massa che riuscì a strappare un’apposita legge, fino a quel momento assente.
Il 22 maggio 1978, con la Legge n. 194[2], venne introdotta la Legge sull’aborto, che consente tuttora alla donna, nei casi previsti, di poter ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza in una struttura pubblica (ospedale o poliambulatorio convenzionato con la Regione di appartenenza).
Dal 2011, ha preso moto in Italia il movimento Non Una Di Meno, ispirato ai movimenti di massa ispanoamericani “Ni una mujer menos, ni una muerta más”, che intende occupare e riprendere lo spazio che spetta alle donne nella società. Questo movimento internazionale lotta per l’autodeterminazione delle donne e contro le violenze di genere in tutte le sue forme: dall’oppressione patriarcale allo sfruttamento sui luoghi di lavoro, dal sessismo al razzismo, passando dall’omofobia alla transfobia.

Uno dei manifesti del Movimento Non una di meno

UNA NAPOLETANA CHE VENIVA DALLA SIBERIA
E, dopo questo excursus storico, arriviamo a Maria, terzogenita di Michail Bakunin e di Antonia Kviatovoska, figlia di un deportato politico polacco. Maria Bakunin, nacque il 2 febbraio 1873 a Krasnojarsk, città della Siberia centrale. Poco dopo la sua nascita, i genitori si trasferirono in Svizzera, nei pressi di Locarno, ospiti dell’anarchico Carlo Cafiero.
In seguito alla morte del padre, nel 1876, la famiglia Bakunin si stabilì a Napoli, città da sempre individuata dal rivoluzionario russo come ideale per lo sviluppo di un grande movimento sovversivo. Qui, Antonia strinse una relazione con Carlo Gambuzzi, avvocato di simpatie socialiste, amico fraterno di Michail. Maria, che i familiari e gli amici ribattezzarono affettuosamente “Marussia”, trascorse la giovinezza nel quartiere di Capodimonte, in un contesto protetto, benestante e ricco di stimoli intellettuali.
Da sempre appassionata di scienza, ad appena 17 anni – quando ancora frequentava il Liceo Classico “Umberto I” – fu notata per le proprie abilità e divenne “preparatrice” presso l’Istituto di Chimica di Napoli. Nel 1895, si laureò con una tesi sulla stereochimica, disciplina che studia le proprietà dei composti in relazione alla disposizione nello spazio degli atomi che costituiscono le molecole. Suo relatore fu il chimico Agostino Oglialoro-Todaro, che l’anno successivo divenne suo marito. Maria Bakunin fu la prima donna in Italia a laurearsi in chimica, scienza ritenuta fino a quel momento di esclusivo appannaggio maschile.
Maria Bakunin si impose nella comunità accademica come una donna libera e intellettualmente indipendente. Contribuì in modo significativo al progresso scientifico del nostro Paese, soprattutto nell’ambito della chimica applicata: elaborò un metodo originale per ottenere una particolare reazione chimica – la ciclizzazione – utilizzando l’anidride fosforica.
Nel 1906, Maria Bakunin iniziò a lavorare come docente di chimica organica presso la Scuola Superiore Politecnica di Napoli. Quello stesso anno, tra il 7 e l’8 aprile, assistette all’eruzione del Vesuvio e condusse un’approfondita analisi chimica dei materiali espulsi dal vulcano.
Poco tempo dopo, su richiesta del governo italiano, partecipò alla realizzazione di una carta geologica d’Italia. La scienziata visitò diverse aree della Penisola e studiò le caratteristiche chimico-biologiche del suolo. Partecipò alla mappatura geologica del territorio nazionale e condusse importanti studi sugli scisti bituminosi, rocce scure ricche di materia organica molto diffuse in alcune zone dell’Italia meridionale, da cui è possibile estrarre un olio dalle proprietà curative, l’ittiolo, un catrame minerale di origine organica che, sottoposto a lavorazione, è utilizzato come unguento per il trattamento di malattie dermatologiche come la psoriasi.
Tra il 1911 e il 1913 si occupò della preparazione chimica dell’ittiolo estratto in una miniera nei pressi di Giffoni Valle Piana, paese lungo la catena dei Monti Picentini, in provincia di Salerno.
Grazie alle sue appassionate e rigorose ricerche, nel 1912 vinse il concorso per diventare professoressa ordinaria di chimica tecnologica applicata presso la Scuola Superiore Politecnica di Napoli, prima donna di sempre a ricoprire questo incarico nel nostro Paese.
Nel 1919, la Bakunin divenne vicepresidente della sezione di Napoli dell’Associazione di Chimica Generale e Applicata, della quale fu presidente nel biennio 1921-22. Nel 1932, venne eletta presidente dell’Accademia di Scienze fisiche e matematiche della Società Nazionale di Scienze, Lettere ed Arti di Napoli, ne ebbe le funzioni ancora dal 1944 al 1949 e fu rieletta nel 1952. Nel 1925, partecipò al secondo congresso di chimica pura e applicata a Palermo, portando un contributo sugli scisti siciliani dei Monti Peloritani.

Un manifesto femminista

CHIMICA RIBELLE E CORAGGIOSA
Convinta dell’importanza della formazione professionale come volano per la crescita tecnologica e culturale dell’Italia, nel 1914 venne incaricata dal ministro Francesco Saverio Nitti di condurre una ricerca sul sistema educativo di Belgio e Svizzera. Dal suo resoconto, traspare l’idea che una buona formazione professionale possa avvenire solo in un Paese con un sistema educativo solido e ben finanziato.
La Bakunin negli anni divenne un punto di riferimento per il mondo scientifico, accademico e intellettuale partenopeo.  La sua passione per la cultura e la scienza viaggiò di pari passo con l’impegno umanitario. Tra le varie attività filantropiche portate avanti, figurò quella a favore degli studenti napoletani affetti da tubercolosi. 
Il 12 settembre 1943, durante l’incendio dell’Università di Napoli da parte dei soldati nazisti, Maria Bakunin si sedette sui gradini della biblioteca e rimase immobile finché le truppe si ritirarono. “Coraggiosa fino all’audacia”, così la definì Alessandro Rodolfo Nicolaus, uno dei suoi allievi.
Per le sue “alte qualità scientifiche e morali”, nel 1944, Benedetto Croce la volle al proprio fianco, nominandola presidente della prestigiosa Accademia Pontaniana, che riprese i propri lavori dopo la sospensione imposta dal fascismo.
Nel 1947, fu la prima donna a divenire membro dell’Accademia dei Lincei, una delle istituzioni scientifiche più antiche e prestigiose d’Europa, venendo ammessa nella classe delle scienze fisiche, matematiche e naturali.
Lasciò l’incarico di docente nel 1948, all’età di 75 anni. L’anno successivo il Consiglio di Facoltà le conferì il titolo di professoressa emerita.

Ritratto di Maria Bakunin

MADRINA DEL NIPOTE RENATO CACCIOPPOLI

Marussia” ebbe un ruolo importante anche nella vita personale e professionale del nipote a cui era molto legata, il noto matematico Renato Caccioppoli (1904-1959), figlio della sorella Giulia Sofia e del chirurgo napoletano Giuseppe Caccioppoli (1852-1947).

Il geniale ed estroverso matematico napoletano, cresciuto in un ambiente colto e dalle ampie vedute, soffrì molto le angustie e le privazioni cui venne sottoposto il popolo durante il ventennio fascista. Nel 1935, quando l’Italia mussoliniana invase l’Etiopia, Caccioppoli cadde in una forma di depressione, che acuì la propria irrequietezza intellettuale.
Ai primi di maggio del 1938, Adolf Hitler visitò Napoli. La città venne completamente blindata dal regime fascista per accogliere la visita del Führer. Le ingenti misure di sicurezza messe in atto portarono in città numerosi agenti dell’OVRA[3], camicie nere e soldati delle SS[4].
Subito dopo la parata, alcuni gerarchi e militi si raccolsero in un locale, all’epoca sito in piazza Municipio: il Löwenbrau, a pochi passi dall’Hôtel de Londre. Caccioppoli, fra le molte abilità, aveva maturato un grande talento nel suonare il pianoforte. Per tale ragione, a fine serata, chiese di poter eseguire un brano.
Con grande stupore degli astanti, sedutosi allo strumento, eseguì in un crescendo la Marsigliese, inno nazionale francese dal forte contenuto rivoluzionario. Dopo l’esecuzione, il matematico napoletano tenne un vero e proprio comizio antifascista, che venne immediatamente represso dagli sgherri presenti in sala.
Arrestato e tradotto in Questura con la propria compagna, Caccioppoli venne rilasciato grazie all’intercessione della madre, Sofia, e soprattutto della zia Maria Bakunin. Come ricorda Ermanno Rea nel suo romanzo Mistero napoletano:
«La vicenda finì senza particolare danno per nessuno. Finì con uno di quei compromessi tipici del fascismo napoletano che non aveva alcun interesse ad esasperare i propri rapporti con gli ambienti più influenti della borghesia della città. Così Sofia Bakunin ottenne la scarcerazione della coppia a condizione che il figlio venisse dichiarato pazzo e rinchiuso per qualche tempo in manicomio. Viceversa, nulla avrebbe potuto evitare a entrambi un processo e, nel migliore dei casi, un periodo più o meno lungo di confino.
I Caccioppoli naturalmente accettarono, con il risultato che Sara tornò subito a casa e Renato fu internato dapprima alla clinica Colucci, in mezzo ad autentici matti, e dopo un paio di settimane in una clinica privata a Capodimonte, non lontano da villa Caccioppoli, cioè dalle premure della madre, del padre e dell’affettuosissima zia Maria»[5].

La chimica napoletana immortalata nel suo studio di via Mezzocannone

SIMBOLO DI EMANCIPAZIONE FEMMINILE
Il 17 aprile 1960, Maria Bakunin morì nella sua abitazione, all’interno dell’Istituto chimico dell’Università, in via Mezzocannone n. 10. Donna e scienziata, rimasta nascosta dalla storia per la contemporanea presenza di figure maschili di rilievo, ha segnato un percorso esistenziale singolare e straordinario.
La ricerca storiografica su questa figura ricca e piena di personalità rivela orizzonti di indagine molteplici ed aspetti ancora da approfondire.
Attraverso questa donna vive il simbolo della lotta per l’emancipazione femminile in un’epoca in cui veniva presentato come “naturale” il fatto che determinate posizioni accademiche e intellettuali fossero prettamente riservate al genere maschile. Maria Bakunin rimane una figura estremamente interessante e complessa da inquadrare in una cornice storica evolutasi a ridosso di due guerre mondiali e in un’epoca di profonde trasformazioni politiche, culturali, economiche, sociali.
Il regista Mario Martone, che ha diretto il film Morte di un matematico napoletano (1992), intervistato sulla figura del nipote di Maria Bakunin, Renato Caccioppoli, ha affermato: «Forse, il caso più impressionante è rappresentato dalla scelta dell’interprete per la zia di Renato, Maria Bakunin, personaggio importante drammaturgicamente nella vicenda, ma anche per la memoria storica lasciata a Napoli dal suo modello reale».
Nella pellicola, il ruolo della Bakunin venne interpretato da una straordinaria Vera Lombardi, icona dell’antifascismo napoletano, fortemente voluta nella parte proprio dal regista, come tributo per il suo lungo e intenso impegno al fianco dei movimenti proletari cittadini.
Nella toponomastica cittadina non vi sono tracce indelebili di un omaggio alla grande scienziata, fatta eccezione per un viale periferico sito nella zona flegrea. Senza voler fare accostamenti forzosi, difficilmente oggi le verrebbe intitolato uno stadio, un monumento o un’aula universitaria.
A distanza di molto tempo, sarebbe opportuno che l’Amministrazione cittadina e i napoletani recuperassero la memoria di questa grande donna, che è una delle tante concittadine dimenticate cui rendere doveroso tributo.
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PER APPROFONDIRE:

https://www.panorama.it/news/non-una-di-meno-cosa-fa?rebelltitem=5#rebelltitem5

http://scienzaa2voci.unibo.it/biografie/5-bakunin-maria

http://www.universitadelledonne.it/maria_bakunin.htm


[1] Si rimanda alla consultazione del link: https://nonunadimeno.wordpress.com/

[2] Per la consultazione del testo della Legge 194/78 ed altre informazioni utili, si rimanda al seguente link: http://www.salute.gov.it/portale/donna/dettaglioContenutiDonna.jsp?lingua=italiano&id=4476&area=Salute+donna&menu=societa

[3] Opera Vigilanza Repressione Antifascismo, era la polizia politica segreta del regime fascista.

[4] Le Schutzstaffel o SS, erano un’organizzazione paramilitare del Partito Nazionalsocialista Tedesco create nella Germania nazista che, con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, cominciarono ad operare in tutta l’Europa occupata dai tedeschi.

[5] Ermanno Rea, Mistero napoletano, Universale economica Feltrinelli, pg. 134.

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