Candidato al Premio Strega 2019, il nuovo libro di narrativa firmato da Delia Morea per i tipi di Avagliano sarà presentato dall’autrice venerdì 22 marzo a Napoli, alle 19, al bistrot letterario “Il tempo del vino e delle rose” di Piazza Dante e alla libreria del cinema e del teatro di via del Parco Margherita 35, sabato 30 marzo, alle 18,30. Ne proponiamo di seguito la recensione di Raffaele Carotenuto.

cover delia| ilmondodisuk.com
Qui, sopra la copertina del libro

 

«Rachele spunta dalla strada che congiunge con il Portico d’Ottavia, l’antico ghetto ebraico di Roma. È bella di una bellezza tranquilla, eppure negli occhi neri di velluto a tratti lampeg­gia la tempesta, la voglia repressa di essere: un fascino che attrae, inquieta. Corre verso i giovani con un sorriso di perla, ondeggiando i capelli neri lucidi». Comincia così il libro “Romanzo in bianco e nero” di Delia Morea, Avagliano Editore, pagg. 269, euro 17,00.
Protagonisti tre giovani: i cugini Carlo e Marcello e la ragazza ebrea, Rachele. Due epoche a confronto, in un bianco e nero: Roma alla vigilia della seconda guerra mondiale e gli anni ’70.
Il fascismo, le leggi razziali, la dittatura, la giovinezza, le famiglie, le speranze, i sogni, la vita. E poi la scuola gli amori, i tormenti interiori. Questi gli ingredienti migliori per capire due momenti della storia italiana da un luogo privilegiato, Roma.
L’indagine psicologica dei personaggi raccontati rappresenta dal di dentro il clima della dittatura fascista, la presenza di Hitler in visita a Roma (foto), il sentore di una prossima guerra, la perdita della serenità familiare per un probabile nuovo conflitto mondiale, lacerano l’andamento di una famiglia in commercio già scesa a compromessi con il regime, così per quieto vivere. Le restrizioni imposte dal fascismo per la vendita di oggetti di antiquariato limitano di molto le potenzialità di vendita, si va verso una chiusura di questo passo, la vita non è affatto facile per una famiglia ebrea.
Marcello Guidi, professore di storia del cinema contemporaneo, un uomo di mezza età che si innamora di una studente  bella, loquace, fresca, aperta. Si chiama Janine Rachele e gli ricorda subito la Rachele della sua giovinezza: la ragazza si rivolge a lui perché vorrebbe, sotto la sua guida, scrivere la tesi  su un film diretto nel 1944 da Vittorio De Sica, “La porta del cielo”.
Tra dimensioni temporali differenti, il colpo di scena non manca, la bella ebrea cade tra le braccia di Carlo, il belloccio, l’affascinante. Così si scatena il tormento del cugino Marcello, anche lui perdutamente innamorato della giovane donna, che a sua volta non riesce a guardarlo con gli occhi di una innamorata, ma di amico fidato.
Il racconto scorre veloce, con lo stacco dei decenni differenti, avanti e indietro. Con intelligenza e dinamicità dei dialoghi l’autrice rilascia un’impronta intimista, fatta di sentimenti contrastati, capaci di tenerti lì, ad aspettare la pagina successiva per capire, per vedere la direzione scelta dai protagonisti.
Poi arriva la guerra, l’ansia profonda assale tutto, Marcello si nasconde in una villa dell’amico del padre per fuggire dalla chiamata alle armi del fascismo, la madre e la sorella appena fuori Roma, solo il padre ostinato ad aprire il suo raffinato negozio di accessori per abbigliamento.
Il romanzo continua con un ritmo serrato, i personaggi principali prenderanno strade diverse, se ne affacceranno di nuovi, gli interrogativi sulla vita aumentano, non tutti troveranno spiegazione.
Delia Morea ha la penna facile, inquadra il lettore, lo tiene in corda, lo sfianca con una scrittura audace, di presa e di efficacia su chi la segue, lo cattura dentro le storie e lo porta per mano fino alla fine. Un romanzo da leggere a piccole dosi, con la predisposizione al bianco e al nero, proprio perché va affrontato con l’umore giusto.