Su un palco scuro, minimale e essenziale, sboccia Olimpia. Nasce a fatica tra rantoli e affanni, ci tiene con il fiato sospeso fino poi a librarsi luminosa davanti ai nostri occhi, spalancando le sue ali-braccia come una Valchiria. Bianca e eterea, è fragilità e potenza al tempo stesso, è quella fragile bellezza in parte oscura che solo una deità può racchiudere.
Inizia così la tragedia reinterpretata dalla regista Luisa Corcione, basata sul testo drammaturgico di Luigia Sorrentino. Una messa in scena corale in cui ogni artista ha aggiunto il proprio tassello per poi armonizzarsi come in un’orchestra. Su uno stesso palco si fondono poesia, pittura, scultura, musica, danza e teatro.
«Si incontrano senza mai toccarsi fisicamente, così come vuole la prassi post-lockdown che ha reso tutto più articolato» mi accenna Corcione durante una pausa tra le prove. E non è un dettaglio da sottovalutare. Un testo poetico in riduzione teatrale ha già le sue difficoltà e la distanza sociale ci ha messo il carico da novanta.

Qui sopra un momento dello spettacolo fotografato da Guido Mencari


Ma questo non traspare durante la rappresentazione. Per poco meno di un’ora, ci immergiamo in un non-luogo avvolto nel vento, in cui le individualità interpretate dagli attori Noemi Francesca e Emilio Vacca possono tranquillamente coincidere con gli aspetti di luce e ombra di ognuno di noi. Come il bianco e nero che loro stessi vestono in scena.
In quel momento siamo tutti nel ventre di Olimpia, non più così soli e lontani ma pronti a rinascere.
Olimpia come Napoli? Forse si, se si pensa all’icona della Sirena mostruosa ma generatrice, che incarna sacralità e umanità. Olimpia come città difficile da vivere, che ti ama e che ti odia come una montagna impervia da scalare, che coabita con la morte e la distruzione, tra il sacro e il profano.
Uno spazio in cui il mitologico personaggio di Iperione, “colui che precede il Sole”, in realtà non è fatto solo di luminosità ma contiene tutti gli strascichi dei colori di una notte nera e luttuosa e si sdoppia tra cielo e terra, oscillando senza fermarsi.
E in cui Empedocle vive la sua fine prossima morendo nel fuoco, colpevole e consapevole di aver fallito nel tentativo di costruire un ponte tra Oriente ed Occidente. Il crollo di una congiunzione che è il crollo della presunzione umana.
Il filo rosso che unisce il tutto è la poesia. «La poesia ti costringe a sognare un po’ di più» mi dice Luisa, per spiegarmi come è riuscita a sviluppare il proprio lavoro pensandolo per immagini, per arrivare in maniera più immediata al pubblico e riuscire a “far vedere” anche ciò che fisicamente non è visibile. Come in una sequenza di frame, uniti e separati, consequenziali e non su un solo piano così come divisi sono gli aspetti divini da quelli terreni, affinché mai l’uomo possa credere nella loro fusione completa.

Luisa Corcione, regista dello spettacolo andato in scena nell’ambito del Napoli Teatro Festival,
nel giardino romantico di Palazzo Reale.
In alto, Noemi Francesca, Emilio Vacca e Peppe Voltarelli


Tra i respiri, la luce del sole prima e l’oscurità del cielo poi, viaggiano le note di Peppe Voltarelli e Luigi Cioffi. Fluttuanti nel buio anche le opere scenografiche di Anna e Rosaria Corcione.
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Per saperne di più
napoliteatrofestival.it

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