La missione n. 2 del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza #nextgenerationitalia (PNNR) disciplina la materia della transizione ecologica, come uno degli assi fondamentali che la Ue indica al nostro paese per la cosiddetta rivoluzione verde.
A tale capitolo si assegnano 59,33 miliardi, di cui appena 5,27 per l’economia circolare e l’agricoltura sostenibile. Molto più “corposa” la voce riguardante l’energia rinnovabile, l’idrogeno e la mobilità sostenibile (23,78 mld).
Una prima colossale contraddizione tra i propositi annunciati e le vere intenzioni riguarda la messa in soffitta proprio dell’economia circolare, nei fatti si rinuncia a progettare una complessa riforma che guardi a un capovolgimento dell’attuale modello produttivo e di consumo.
Si lascia molto più indietro una vera e propria rivoluzione capace di invertire la rotta sulla qualità alimentare, sull’uso intensivo di suolo e sottosuolo, sulle produzioni inquinanti, sul rispetto dei cicli naturali dei prodotti della terra, sulle abitudini alimentari (insane) dei cittadini.
Insomma, ci eravamo illusi che la crescita economica potesse invertire la rotta guardando all’ambiente e ai beni naturali e insopprimibili (acqua, aria, terra) con più rispetto e meno invasività dell’uomo. Non solo non sarà cosi, ma andrà ancora peggio.  
A scorrere le pagine del PNRR si nota un prevalente richiamare: l’uso massiccio dell’idrogeno.
Il raggiungimento della completa neutralità climatica e di uno sviluppo ambientale sostenibile, la mitigazione delle minacce a sistemi naturali e umani, passerebbe per questo elemento chimico, assurto a nuovo benefattore dell’ambiente. In linea con le strategie comunitarie e nazionali, la produzione, distribuzione e l’uso finale dell’idrogeno, rimane il punto principale del pensiero “dragoniano”.
L’idrogeno andrebbe innanzitutto utilizzato in quei settori industriali sporchi, pesanti, inquinanti, per esempio come la siderurgia (idrocarburi, acciaio, cemento). Quindi, non si ingaggia una battaglia contro l’industria che inquina, ma si affianca quest’ultima per aiutarla ad abbattere l’inquinamento che essa stessa produce. In più, usando un elemento i cui rischi principali risultano essere incendi, esplosioni, ustioni da freddo, evaporazioni, infragilimento di materiali quali gomma, plastica, acciai al carbonio, etc.
Si potrebbe trattare di un favore all’industria degli idrocarburi, agenti inquinanti per eccellenza? E si può pensare che Confindustria sia passata da una critica distruttiva a una di natura costruttiva tra i cambi di Governo da Conte a Draghi, su questo piano?
Ma che transizione ecologica è quella che si propone di catturare il biossido di carbonio dall’atmosfera con una tecnologia non proprio conveniente e comunque con un produttore chimico, peraltro con profili di insicurezza?
E non mi pare, inoltre, che emerga la volontà di evitare le trivellazioni che non portano nessun vantaggio all’ecosistema, agli animali, al patrimonio turistico-culturale. Se si vuole estrarre petrolio dal sottosuolo per alimentare una industria che inquina e limitarne i danni con l’idrogeno, senza mettere minimamente in discussione lo stop definitivo a chi inquina, si sta creando un sistema perverso che bisognerebbe spezzare alle fondamenta. No, prima si lascia inquinare e poi si chiede il conto ai cittadini, che rischiano pure seriamente di ammalarsi.
Questo “ambientalismo” perverso non ha nulla di rispettabile e non mi pare possa essere definito il miglior antidoto al riscaldamento globale e ai cosiddetti gas climalteranti. Tutt’altro.
Piuttosto sembrerebbe rivolto benevolmente al peggiore “industrialismo”, inquinatore e devastatore della terra. Va in soffitta il motto di una precisa volontà dello stesso legislatore riassumibile nel principio “chi inquina paga”, sostituendolo con “chi inquina viene premiato”.
Una sorta di “facciamo finta che”, che non solo non interviene in maniera chiara e efficace, ma ne affossa e mette a serio rischio l’oggi e il futuro ambientale.
Questa discussione viene letteralmente ignorata dalla stragrande maggioranza della stampa, completamente da tv e social network. Tutto si concentra sull’ecobonus, in linea di principio giusto ma non certamente capace di mantenere da solo un accettabile e sicuro equilibrio ambientale, prioritario per una politica dei diritti, che è tale solo se persegue e passa per la tutela dei territori e volge alla qualità della vita. Di tutti, nessuno escluso.
Del resto l’Italia presenta un piano a un finanziatore che, da un lato sbandiera il Green New Deal e dall’altro sta contrattando con la Francia non solo l’aumento delle tariffe, ma anche il progetto di ristrutturazione del suo parco nucleare, attraverso la Edf, società di Stato al 100%.
E anche le banche, a parole, sono tutte “ambientaliste”. Nei fatti fanno massicci investimenti in petrolio, gas e carbone. A partire dagli americani con JP Morgan, Citi, Wells Fargo e Bank of America. Poi gli inglesi con Barclays e i francesi con Bnp paribas. Segue l’Italia con Unicredit e Intesa Sanpaolo.
In tutto 16 banche europee sono coinvolte, su tutte Credit Suisse (Svizzera) e Deutsche Bank (Germania).
Qui il tema è non far ricadere i costi di queste pseudo politiche verdi sui ceti più deboli e meno protetti. Allora la sinistra dovrebbe proporre di tassare l’uso del combustibile fossile, pensare a un contributo di solidarietà ai ricchi per finanziare politiche verdi, lottare per la coniugazione tra ambientalismo e uguaglianza.
Un compito difficile ma che diventerebbe proibitivo se non fosse agganciato a movimenti civici in grado di condizionare l’esito, più o meno scontato, del PNRR. Ancora una volta si tratta di scegliere tra la causa ambientalista e il semplice giardinaggio.
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