Anno 1547. Il Viceré dell’allora Regno di Napoli, Pietro di Toledo[1], impose per editto l’insediamento di un Tribunale della Santa Inquisizione. Don Pietro, fortemente inviso alla colta nobiltà napoletana e avverso alla popolazione per le aspre tassazioni sul commercio, tentò con questa manovra di imporre a tutti i costi il proprio volere alla città di Napoli.
In febbraio, si registrarono le prime manifestazioni di dissenso di diversi strati sociali, ma Pietro di Toledo, incurante della volontà popolare, autorizzò l’affissione dell’editto in città, annunciando al Reggente[2] e ai Capitani della Piazza[3] di dare ampia diffusione alle proprie disposizioni, che di lì a breve sarebbero state applicate in tutto il territorio del Regno.
Nel mese di luglio, le tensioni tra la città e il Viceré sfociarono in aperta rivolta di tutti i ceti sociali contro le autorità spagnole, che dovettero infine rinunciare ad introdurre il Tribunale della Santa Inquisizione.
L’evento è commemorato da una lapide affissa alla Certosa di San Martino a Napoli, che recita: “Ai popolani di Napoli che nelle tre oneste giornate del luglio MDXLVII, laceri, male armati e soli d’Italia francamente pugnando nelle vie, dalle case contro le migliori armate d’Europa tennero da sé lontano l’obbrobrio della Inquisizione Spagnola imposta da un imperatore fiammingo e da un papa italiano e provarono anche una volta che il servaggio è male volontario di popolo ed è colpa dei servi  più che dé padroni”.

Lo scatto è di Rosa Mancini


Ma la rivolta del 1547 non è la sola ad aver segnato la storia della nostra città. Il partigiano Pietro Secchia[4], nell’analizzare le origini delle Quattro giornate di Napoli (27-30 settembre 1943), rammentava: “(…) Esse hanno avuto degni e gloriosi precedenti storici nella rivolta del 1547 contro i tedeschi che volevano introdurvi l’Inquisizione di Spagna, nella sollevazione del 1647 guidata dal pescatore Masaniello e infine nella rivolta contro i Borboni del 1799”.[5]
Napoli, dunque, nella propria lunga e complessa storia, ha vissuto nel corso del tempo una serie di tumulti e sollevazioni popolari, che hanno segnato la storia della nostra città.
In quest’anno critico per il mondo intero, i napoletani stanno facendo i conti con l’epidemia virale e con le crescenti difficoltà economiche, cui la politica non sembra trovare soluzioni di lungo respiro. Occorrerebbero atti di coraggio, scelte ponderate, misure in sostegno dell’occupazione e del reddito particolarmente nelle aree depresse del Paese, come il Mezzogiorno.
In attesa di capire come verranno gestiti ed utilizzati i soldi del Recovery Fund[6], gli strati popolari morsi dalla crisi economica incominciano ad entrare in agitazione. Se da un lato le restrizioni sanitarie disposte dai Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri (D.P.C.M.) e rafforzate dalle ordinanze del Presidente della Regione Campania, Vincenzo de Luca, si rendono necessarie per contenere i rischi di esposizione al contagio virale, dall’altro non vengono proposte soluzioni per migliaia di attività abbandonate al proprio destino.
Parliamo dei settori della ristorazione, dei bar, dei pub, degli alberghi, delle attività legate al turismo. Ma anche dei lavoratori del mondo della cultura e dello spettacolo, nonché delle vertenze come quella della azienda Whirpool di via Argine, storico stabilimento che produce lavatrici, che proprio in questi giorni è stato dichiarato definitivamente chiuso dalla proprietà nel silenzio più assordante della politica nazionale e locale, eccezion fatta per il Comune di Napoli che con il sindaco de Magistris e l’assessora alle politiche sociali e al lavoro, Monica Buonanno, hanno seguito in prima linea la battaglia operaia.
Ancora una volta, il tema è il lavoro. E preoccupano fortemente gli scenari che si stanno producendo in queste ore, da Roma a Napoli, dove gruppi organizzati di estrema destra e criminalità organizzata provano a infiltrarsi nelle proteste dei cittadini. Tuttavia, su questa faccenda è bene fare chiarezza e rompere il coro di telegiornali e gazzettini online che stigmatizzano il malessere sociale e le manifestazioni di piazza come un novero di aggregazioni di negazionisti, neofascisti e cosche malavitose.
Esiste una crisi economica dilagante. L’Italia sta facendo i conti non solo con il virus, ma con quarant’anni di politiche neoliberiste improntate allo smantellamento della sanità pubblica, dell’istruzione, dei diritti dei lavoratori. La pandemia ha messo a nudo le falle di un sistema che è al collasso e non riesce a partorire altra risposta che non sia il sostegno ai profitti della Confindustria e del grande capitale.

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Se nella prima fase il Governo Conte era apparso fermo e autorevole, in questo momento sta rivelando tutta la propria inadeguatezza. Da marzo, l’intero Paese avrebbe richiesto una forte iniezione di spesa pubblica, volta a potenziare le strutture ospedaliere, garantire il rafforzamento delle misure sanitarie nei luoghi di lavoro, potenziare e efficientare il trasporto pubblico, migliorare le infrastrutture. Le risorse per realizzare tutte queste misure si sarebbero potute individuare più che con l’elargizione di bonus e misure-cerotto – dal breve respiro ed inquinate da una logica di clientelismo politico – con l’introduzione di una tassa patrimoniale, ovvero di un’imposta sui grandi patrimoni.
Prendiamo atto che, a oggi, questa volontà politica non c’è stata. La sensazione è che la nostra democrazia sia commissariata dal grande capitale. Non a caso, scopriamo da un’inchiesta condotta nel mese di luglio 2020 dall’Ufficio parlamentare di Bilancio, presieduto da Giuseppe Pisauro, che circa il 30% delle aziende italiane che hanno fatto ricorso alla cassaintegrazione, non solo non ha avuto cali produttivi, ma addirittura incrementi.
Incrociando i dati dell’Inps e dell’Agenzia delle Entrate, infatti, è emerso che oltre un quarto dell’ammontare di ore erogato dalla cassaintegrazione sarebbe andato a beneficio di imprese che non ne avevano bisogno. Il che dimostra il vergognoso comportamento della classe imprenditoriale italiana nei confronti della collettività in un momento di crisi enorme.
Vi ricordate la famosa storiella: “finché c’è il piatto di pasta a tavola, tutto va bene?“. Ecco, siamo nella situazione in cui pure quello sta venendo meno e un po’ tutti incominciano a scoprire che viviamo nel capitalismo, senza però avere gli strumenti per criticarlo e, soprattutto, superarlo.
Venerdì 23 ottobre, il presidente della Regione Campania aveva imposto il coprifuoco a tutta la cittadinanza, senza prevedere misure di sostegno alla popolazione colpita da tale provvedimento. Proprio come in passato, di fronte all’atteggiamento dispotico e arrogante dei governanti, i napoletani hanno reagito riempiendo le piazze. La composizione della protesta è risultata essere molto eterogenea.
Tutta la stampa nazionale (ma anche quella locale) si è morbosamente soffermata sugli incidenti intercorsi fra una parte dei manifestanti e le forze dell’ordine, dando il messaggio a reti unificate che la protesta era controllata da facinorosi facenti parte di bande neofasciste e clan camorristici. Non avendo le stesse certezze del collega Francesco Piccinini di Fanpage.it , che in un proprio articolo, titolato: “Ultras, Clan del Pallonetto, Pignasecca e Quartieri Spagnoli dietro gli scontri di Napoli” del 24/10/2020, stigmatizza la protesta di piazza.
Non disponendo di sufficienti elementi per analizzare quegli episodi – e sicuramente non disponendo di veline della Questura – tendo a dare per buone alcune informazioni. Tuttavia, non direi che alcune forze eversive sono dietro gli scontri. Piuttosto, parlerei di tentativi di infiltrazione e provocazioni.
Molti colleghi, affrettatisi a stigmatizzare le violenze quando erano ancora in corso le manifestazioni, non si sono accorti che da giorni stava covando il risentimento dei napoletani nei confronti di De Luca. Sono almeno due settimane che dinanzi alle porte del Palazzo della Regione Campania, in via Santa Lucia, si stanno susseguendo sit-in e presidi che aumentano nei numeri e nella composizione.
Determinate letture depistano letteralmente l’attenzione dell’opinione pubblica, altre distorcono i fatti per disincentivare la partecipazione alla protesta.
Bisogna scegliere se fare informazione o sensazionalismo. Ancora sabato scorso, 24 ottobre, un presidio di lavoratori dello spettacolo e disoccupati, orientati a contestare la sede dell’Unione Industriali in Piazza dei Martiri, è stato caricato e disperso dalle forze dell’ordine.
Nel corso della sua storia, Napoli e i suoi abitanti sono spesso stati denigrati e ritenuti, al pari degli altri abitanti del Sud Italia, come “la palla al piede” del Nord industrializzato. Tuttavia, spesso si dimentica che i napoletani sono spesso stati iniziatori di grandi ribellioni che hanno finito con l’essere da esempio per tutta la Penisola.

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Il punto è che il malessere sociale è in aumento. Se si prevedono nuovi lockdown, bisogna prevedere un coordinamento politico fra gli attori istituzionali e nuove misure a sostegno di chi non lavora, come la sospensione degli affitti e del pagamento delle utenze con l’individuazione di un reddito d’emergenza. Altrimenti, sarà il caos.
Nel Mezzogiorno, soprattutto a Napoli, una nuova “chiusura” vuol dire la perdita di un precaria occupazione in un’esistenza già misera per decine di migliaia di persone che lavorano nell’economia sommersa. Ciò di cui non si tiene debitamente conto, è che in luogo dello Stato, l’unica forza in grado d’investire mezzi e capitali per dare liquidità o offrire alternative a chi è in crisi, è la camorra. E bisogna scongiurarlo in ogni modo.
Riguardo alle proteste di questi giorni, che sono tuttora in corso, si può constatare un elemento diverso rispetto a quello della narrazione dominante: il dissenso si sta estendendo a molte categorie sociali. Politicamente parlando, c’è chi prova a cavalcarne le ragioni per il proprio tornaconto. Ma è un errore dire che ci sono vedute omogenee e un’unica cabina di regia.
La verità è altrove. Le forze politiche e sociali che storicamente si sono proposte di rappresentare le esigenze delle classi popolari, non sono pervenute. Non essendoci corpi intermedi e filtri critici, la confusione regna sovrana e facciamo i conti con quarant’anni di spoliticizzazione e neoliberismo.
Oggi più che mai bisogna fare affidamento nella Costituzione e nelle istituzioni repubblicane. Ma se queste istituzioni si orientano a rappresentare unicamente gli interessi di un’oligarchia possidente a discapito della stragrande maggioranza della popolazione, sarà inevitabile il conflitto fra coloro che si arricchiscono e coloro che si impoveriscono.
Tutti noi, confidiamo nel fatto che non vi siano nuovi episodi di degenerazione e violenza. E che si individuino delle risposte concrete per la salute, il lavoro, il benessere dei cittadini. Ma se i governanti non invertiranno la rotta dei loro ragionamenti, l’unico mezzo possibile per far valere i propri diritti, sarà il trovare il coraggio di alzare la voce tutti assieme e riprenderci il futuro. Perché, come scriveva il drammaturgo tedesco Bertolt Brecht: “Quando l’ingiustizia di diventa legge, resistere diventa un dovere”. E questo i napoletani lo sanno bene.
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In alto, “La rivolta di Masaniello” dipinta da Michelangelo Cercozzi (Roma 1602-1660, ph public domain). Le altre immagini riprendono la protesta a Napoli di sabato 24 ottobre tra via dei Mille e piazza dei Martiri

NOTE:
[1] Don Pedro Álvarez de Toledo y Zúñiga, detto Pietro di Toledo. Nel 1532, venne nominato Vicerè del Regno di Napoli dall’imperatore Carlo V d’Asburgo. Rimase in carica fino al 1553. Durante i vent’anni della propria amministrazione impresse dei forti cambiamenti politico-sociali, operò migliorie in chiave urbanistica (pavimentazione delle strade, costruzione di via Toledo e dei Quartieri Spagnoli), fece erigere fortilizi e bastioni, consolidando il dominio spagnolo in città.

[2] Il Capo della Vicaria o Reggente era un uomo d’armi incaricato della gestione dell’ordine pubblico. Egli non aveva diritto di voto, ma poteva presiedere una Ruota (o Collegio). All’epoca della rivolta del 1547 questo ruolò fu retto da Girolamo Fonseca, che in seguito all’editto del Vicerè emanò a suo volta apposite disposizioni ai Capitani della Piazza.

[3] Nella struttura giuridica dell’Italia medievale, i Capitani della Piazza o Capitani del Popolo erano delle figure di raccordo fra il potere reale e quello nobiliare. A loro spettava il compito di amministrare sul territorio la vita dei cittadini.

[4] Storico dirigente del Partito Comunista Italiano e dirigente dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia. L’8 settembre del 1943, dopo vent’anni di lotta clandestina al fascismo ed un lungo periodo di detenzione nelle carceri del regime per cospirazione politica, fu tra i fondatori del Comitato di Liberazione nazionale e divenne vice-comandante generale delle Brigate d’assalto Garibaldi, formazioni partigiane d’ispirazione marxista.

[5] PIETRO SECCHIA, Aldo dice: 26 x 1 – Cronistoria del 25 aprile 1945, Feltrinelli 423/UE, anno 1963, pg. 7.

[6] Fondo di recupero. Dovrebbe essere uno strumento dell’Unione Europea che individui fondi comunitari per sostenere l’economia dei paesi più colpiti dall’impatto del virus Sars-Cov-2 o Covid-19.

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