“Caruso ha press’ a poco l’età del disco, sono nati all’arte quasi insieme”.

A cento anni dalla sua scomparsa a soli 48 anni, si celebra la voce ed il talento di Enrico Caruso con l’inaugurazione a Napoli della Casa Museo Enrico Caruso, nel popolare quartiere Arenaccia, al primo piano in cui visse nei pochi ma affascinanti 45 metri quadri durante i suoi primi anni di vita.
L’ appartamento, completamente restaurato dal proprietario Lello Reale, diventa un museo grazie all’iniziativa di tre amatori: Armando Jossa, Raffaele Reale e Gaetano Bonelli, supportati in primis dalla famiglia Caruso, da Aldo Mancusi e da Sergio Valentino.

Circa un centinaio i pezzi esposti, provenienti dall’Enrico Caruso Museum of America di Brooklyn grazie all’intermediazione di Federico Caruso e dello storico carusiano Guido D’Onofrio, e poi tante chicche come la biancheria di lino con le iniziali, i suoi bellissimi disegni caricaturali, il bastone da passeggio, le lettere.
Nel piccolo cortile all’ingresso del palazzo, sono esposti diversi pannelli esplicativi donati da Carlo Postiglione, presidente dell’associazione culturale Megaris, che permettono di fare un viaggio nel tempo tra fotografie e articoli ricchi di notizie sulla vita e la carriera dell’artista.
Il direttore Bonelli, inoltre, ricorda che il progetto di riqualificazione si concluderà il 25 febbraio 2023, in occasione del 150esimo anniversario della nascita di Caruso, prevedendo un restauro della facciata e l’apertura di un caffè letterario.

In quattro pareti, la storia di un mito che da San Giovanniello ha conquistato il mondo. Bellissimo ascoltarne la voce a tutto volume che canta ” ‘A vucchella” mentre si salgono le scale e poi ci si addentra nella casa, accolti da un grammofono d’epoca e dai vinili originali incorniciati in bella mostra.
Sono anche i dischi infatti ad averlo reso universale, dai grandi capolavori della lirica ai classici della canzone napoletana e ancora oggi quelle registrazioni vecchissime e gracchianti danno grandi emozioni.
Fu il primo cantante a cimentarsi in questa nuova tecnologia (ma tutt’oggi ancora non si hanno certezze su quale fu la sua prima incisione) e il primo in assoluto nella storia a vendere più di un milione di dischi. Caruso è a tutt’oggi uno dei napoletani più celebri, definito “la star dei due mondi”, famoso per la sua interpretazione di ” ‘O sole mio” e di molti altri brani tra cui “Core ‘ngrato”, “Santa Lucia”, “Fenesta ca lucive”, “Tu ca nu chiagne”.

Ma ebbe un rapporto burrascoso con la sua Napoli. Quando nel 1901 affrontò al San Carlo un nuovo debutto con l’acclamato “Elisir D’amore”, si ritrovò a far fronte a critiche negative sulla sua performance e ne fu profondamente addolorato, tanto da giurare di non cantare mai più nella sua città. La promessa fu mantenuta fino alla morte, pur ritornandovi dall’America di tanto in tanto per nostalgia e suggellata dall’interpretazione del brano “Addio mia bella Napoli”. Dal 1903 al 1920 diventerà il re degli Stati Uniti e non solo.


I suoi ultimi giorni li passerà a Sorrento
e le sue ultime ore presso una stanza dell’Hotel Vesuvio di Napoli nel tentativo di scampare alla morte.
E’ sepolto in una cappella privata nel cimitero di Santa Maria del Pianto, nei pressi della tomba di Totò.
A pochi metri dalla piccola casa, il suo mezzo sorriso campeggia eterno sul murale in piazza Ottocalli opera dello street artist Corrado Teso, realizzata nel 2018 per i 145 anni dalla nascita.

Glia scatti in pagina all’inaugurazione del Museo sono di Valentina Guerra

“Nun te scurdà ca t’aggio date ‘o core, Catarì
Nun te scurdà!”
(Core ‘ngrato)

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