Per far crescere gli studenti come cittadini, serve gente che racconti la sua provenienza. Lo sottolinea la preside dell’Istituto alberghiero Duca di Buonvicino a Calata Capodichino, dove cucina e integrazione vanno di pari passo. È proprio tra le mura di questa struttura che è stato avviato un corso di cucina (foto con il sindaco), tenuto dal docente Giuseppe Scuotto. Tale corso è aperto a giovani migranti richiedenti asilo e a italiani a rischio di marginalità.
Il nome del progetto è Gusto da vendere. Un progetto iniziato a luglio che sta procedendo oggi nel migliore dei modi. Ideato da Tobilì, la cooperativa nel cuore del centro storico di Napoli, nata a seguito di un percorso di formazione nel settore dell’autoimprenditorialità destinato a giovani italiani e migranti, e tenutosi a Napoli a partire da gennaio 2015.
Una cooperativa composta da cinque soci, tre richiedenti asilo (provenienti da Turchia, Mali e Armenia) e due italiani, che realizza l’integrazione in cucina, coinvolgendo così persone provenienti da Paesi diversi, proponendo piatti etnici.
Ha scelto di utilizzare tutto ciò come strumento di mediazione interculturale, in partenariato con Less Onlus, realizzato nell’ambito del programma PartecipAzione – In azione per i rifugiati, promosso da Intersos, organizzazione non governativa italiana, umanitaria e senza scopo di lucro, e UNHCR, United Nations High Commissioner for Refugees, Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, l’agenzia delle Nazioni Unite specializzata nella gestione dei rifugiati; fornisce loro protezione internazionale e assistenza materiale.
Un progetto quello di Gusto da vendere finalizzato a creare opportunità di inclusione socio-professionale per migranti tra cui richiedenti asilo e i titolari di protezione internazionale e per giovani italiani a rischio di marginalità, attraverso percorsi formativi e percorsi di empowerment sulle tecniche di ristorazione.
A questo progetto partecipano: Bourane, che arriva dalla Costa d’Avorio, Fatty Molamin, che è originario del Gambia e Amadou Ba Bailo, senegalese. Loro, i nuovi chef del progetto “Gusto da vendere”. Ogni individuo ha il diritto di pretendere una vita migliore. Bisognerebbe iniziare a guardare oltre la parola “migrante”.
«Si tratta di un’altra tappa del nostro viaggio nell’integrazione attraverso la cucina, vogliamo creare opportunità lavorative nel mondo della ristorazione e del resto la formazione e l’esperienza sono diventati elementi fondamentali per il mercato del lavoro. Il binomio cibo e intercultura, dal canto suo, è sempre efficace», dice Saeid Haselpour, rifugiato e presidente della Coop.
Progetti e parole che fanno ben sperare e che combattono la cultura dell’odio e del razzismo, che sta caratterizzando la nostra società.
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