SECONDA E ULTIMA PUNTATA
Organizzato da amici, giunti già da qualche giorno, l’appuntamento, del quale è indicato il giorno e l’ora, è in un noto albergo cittadino da dove poi si partirà.
James, sorridendo, passa l’invito a Harriet; entrambi sono interessati all’evento anche perché sono persone con le quali James  intrattiene affari di grande importanza.
– Anche se mancano parecchi giorni bisogna pensarci; è un’idea originale ma non credo che  sia facile trovare costumi; vedremo.
– Sai, riflette la donna, pensavo che domani potremmo andare dal nostro amico vedrai che lui qualcosa ci saprà consigliare.
– Io però non voglio cambiare il mio segno.
– Ma dovremo adattarci a utilizzare un costume facile da indossare.
– Sì ma ora riposo; ci pensiamo domani.   
I due giovani si guardano negli occhi con dolcezza ignari di tutto quello che accade intorno a loro. Il pomeriggio trascorre al bordo della piscina al fresco alito di vento salmastro che arriva dall’oceano; i ragazzi del bar hanno indossato il costume con il quale, poi, serviranno la cena ai tavoli apparecchiati nelle sale interne. Con discrezione il personale passa fra i gruppi, ancora pochi, rimasti portando vassoi con bibite gelate e piccoli spuntini.
Con il diminuire della luce del giorno si accendono piccoli riflettori sistemati fra le piante in maniera discreta.
– Non andrei via; si sta così bene qui; mi sono appena ripresa dalla stanchezza del viaggio; ma credo che dobbiamo andare James, vedi hanno già acceso le luci; fra poco monteranno anche l’orchestra.
– Sì, Harriet, credo che hai ragione, dobbiamo andare. 
– Mister Hughes? Mister Hughes?
– Sì? Sono qui.
– Ecco signore; c’è un biglietto per Lei; è appena arrivato.
– Grazie. A che ora si cena?
– Non prima delle venti; c’è ancora tempo.
– Cosa c’è James?
– Non capisco. La festa è rimandata ma non c’è scritto molto altro. Soltanto scuse e un arrivederci. Forse dovremmo informarci; potrebbe essere successo qualcosa, avranno bisogno di aiuto. Conviene telefonare in albergo, non credi?
– Sì; certo è strano così all’improvviso e subito dopo  l’invito. Non so cosa pensare; ma dobbiamo fare qualcosa non si può far finta di niente.
– Sì Harriet ora chiamo in albergo; certo sapranno dirmi qualcosa. Ecco, aspetta.
– Pronto? Sono il Signor Hughes, cerco il signor Burgs; come? Sì, certo…capisco ma Lei pensa che…ah! Per favore si segni il mio nome qualora dovesse sentirli può dire che abbiamo chiamato? Ecco, grazie.
– E allora James che cosa ti hanno detto?
– Strano; sono partiti questa mattina all’alba ma in albergo non sanno dire per dove. Non hanno lasciato detto niente; hanno solo chiesto di consegnare il biglietto. Però mi ha anche detto che lui, ho parlato  proprio con il direttore, non crede che siano tornati a Londra perché, di solito, sono loro a preoccuparsi dei biglietti e questa volta, invece, non hanno chiesto niente. Ah! ecco mi ha detto anche che ieri sera hanno ricevuto un cablo da Londra.
– Ecco, potremmo chiamare casa loro.
– No, aspetta forse spaventiamo i parenti, meglio chiamare in ufficio; sapranno qualcosa non credi?
Il telefono nella sede londinese, suona a lungo.
–  Ah! sono James Hughes cercavo il signor Burgs, chiamerò domani.
– Non c’era nessuno, solo una segreteria telefonica; già ormai è tardi e domani è domenica. Forse ci stiamo preoccupando troppo, non credi?  
– Sì, hai ragione. Ora mi preparo, scendiamo a cena?
– Certo cara.
La tavola preparata con cura ed eleganza, le luci ben distribuite, un’orchestra che suona in un angolo senza impedire di parlare, un menù, come sempre, di grande ricchezza di piatti, tutti preparati nella cucia dell’albergo famoso, anche per il suo  ristorante, tutto, insomma, contribuirebbe a rendere quelle ore particolarmente piacevoli; eppure, sia pure senza confessarlo, entrambi i giovani sono restati all’interrogativo al quale non riescono a dare una spiegazione: che fine hanno fatto i loro amici. 
– James ascolta, non conosciamo nessuno degli altri invitati alla festa? Potremmo sentirli non ti pare?
– Non credo che sia una buona idea. Sull’invito non c’era, naturalmente, l’elenco degli invitati per cui corriamo il rischio di chiedere a qualcuno che, semmai, non è stato invitato. E poi siamo qui soltanto da poco, non sappiamo chi altro sia già arrivato. In albergo non ho ancora visto nessuno che conosco. No, Harriet, l’unica cosa è aspettare lunedì e chiamare in ufficio.
La telefonata a Londra, il lunedì mattina, non aiuta; una gentile segretaria informa che il signor Burgs è in vacanza ma che lei non sa dire dove né quando rientrerà.
– C’è qualcosa di strano, non credi Harriet?  Ma non so proprio che cosa possiamo fare. Occorre aspettare, qualcosa accadrà; ora cerchiamo di riposare e non perdiamo il buon umore, bene!
– Sì James; ah! oggi è lunedì c’è il mercato, ti ricordi? Potremmo passare anche dal nostro amico antiquario, mi fa piacere salutarlo. E alle terme ci andiamo nel pomeriggio, ricordo che è l’ora migliore.
Nella piccola bottega, ombrosa e piena di oggetti il loro amico li accoglie con sorpresa. 
– Oh! salve, che piacere vedervi; veramente pensavo che quest’anno non sareste venuti.
– No siamo arrivati soltanto sabato, come sta? Come vanno gli affari?
– Tutto bene e quest’anno in modo particolare. I vostri amici mi hanno svuotato il negozio; ma voi non siete andati al party?
I due giovani si guardano meravigliati ma senza capire.
– Scusi di quale party sta parlando?
– Sì, saranno stati in quaranta, tutti inglesi; andavano in un’oasi dove hanno organizzato una festa e tutti sono venuti a cercare costumi strani. Sinceramente non ho capito che cosa fosse questa festa.
– Ah! si certo ma l’abbiamo saputo in ritardo, siamo ancora stanchi. Bene, arrivederci, semmai ci vediamo uno dei prossimi giorni.
Sì bene, divertitivi; quest’anno in città ci sono molte manifestazioni.
– James, scusa, ma tu hai letto bene il biglietto? Hai guardato bene anche le date? C’è qualcosa che non quadra.
– Sì Harriet, hai ragione. Aspetta ho un’idea; ora andiamo all’albergo dei signori Burgs.
– Perché? Non capisco.
– Scusa, spero di sbagliarmi ma ho un’idea; è inutile che te ne parli ora.
Nella hall dell’albergo, di gran lusso, c’è una notevole confusione, molti fotografi che scattano foto e giornalisti che intervistano qualcuno.
– Scusi sono il Signor Hughes, ho già telefonato sabato, cercavo i Signori Burgs.
– Lei è un parente?
– No, perché?
– Aspetti un attimo per favore.
Poco dopo un distinto uomo di mezza età si rivolge ai due giovani.
– Per favore, sono il direttore, vi dispiace seguirmi?
– Ma, veramente, sono il signor Hughes; sabato pomeriggio un vostro fattorino mi ha consegnato un biglietto per conto del signor Burgs volevo soltanto sapere a quante altre persone lo ha portato.
Questo non è un problema; aspetti ecco, chiedo al ragazzo che è venuto.
– James, per favore, puoi dirmi che cosa sta accadendo? Sei strano, non capisco.
– Hai ragione ma fra poco capirai.
– Ecco, il ragazzo dice che ha consegnato soltanto un biglietto ma non ricorda il nome del destinatario; mi dispiace; non saprei come aiutarvi. Immagino che sia una questione importante.
– Sì, lo era; ora non ha più importanza.
Harriet non ha bisogno di sapere altro; con le lacrime agli occhi, stringe il braccio di James, del suo uomo, ancora una volta oggetto di ostracismo e discriminazione. Un ottimo e brillante uomo di affari, certo, ma il suo James non appartiene alla sua società ed ai suoi riti. Pianto e rabbia le stringono la gola.
– La ringrazio molto, è stato molto gentile, arrivederci.
– Ma come, non volete sapere altro? Con tutto quello che è successo?
I due giovani si guardano con aria interrogativa; non capiscono il tono, le parole del direttore e perché dia tanta importanza ad una faccenda privata che non dovrebbe interessargli più di tanto.
– Scusi se insisto, ma che rapporti avete con la famiglia Burgs?
– Siamo amici, dovevamo andare a una festa ma, evidentemente, c’è stato un equivoco; sono sicuro che tutto si chiarirà al nostro rientro a Londra.
James e Harriet non ritengono opportuno prolungarsi troppo.
– Scusi, mi dispiace insistere ma vi prego di venire con me in direzione un momento.
– Ma!
– Vi prego, soltanto un momento.
Seduti su comode poltrone in un ovattato ufficio, i due giovani continuano a guardarsi senza capire che cosa stia accadendo.
– Volete bere qualcosa? Immagino che non abbiate ancora letto i giornali di oggi.
– No, grazie non prendiamo niente, ma sinceramente, scusi cosa c’entrano i giornali. Per favore potrebbe essere più chiaro?
– Ecco; guardate, mi dispiace.
Il direttore spinge davanti ai due giovani alcuni giornali locali i quali, in prima pagina, riportano la notizia: un aereo di una compagnia privata diretto in una famosa oasi nell’interno del paese con a bordo un gruppo di turisti inglesi, è dato per disperso da molte ore. Le autorità hanno già avvertito l’ambasciata. L’apparecchio potrebbe essere precipitato nel deserto; ancora non è stato ritrovato, le ricerche continuano ma si teme che non ci possano essere superstiti.
Harriet frena un pianto abbracciando Jules a sua volta sconvolto per quanto ha letto.
E abbracciati escono dall’albergo, tremando; il loro aspetto ha richiamato anche l’attenzione di qualche fotografo che li ha ripresi.
Giunti in albergo, il direttore li avvicina emozionato.
– Mi dispiace, avete saputo? Li conoscevate?
– No, ci dispiace. La voce di Harriet, quasi un urlo strozzato, risuona dura, implacabile, certo troppo severa. In un affollarsi di sentimenti contrastanti: rabbia, dolore, paura è la prima ad avere il sopravvento; ora è troppo sconvolta, poi verrà il tempo per la pietà umana.
– Scusa, James voglio telefonare alla nonna; non vorrei che avendo saputo si fosse preoccupata.
– Sì Harriet, vieni, chiedo di passare la telefonata in camera.
Appena chiusa la porta alle loro spalle i due giovani si abbracciano tremando, senza riuscire a dire una parola. Il telefono squilla.
– Sì, nonna, sono io, Harriet; mi dispiace, ti sei preoccupata; no, ti assicuro, stiamo bene. Sì, hai ragione, ma noi non siamo partiti con loro. Sai eravamo stanchi, non ci siamo svegliati per tempo e abbiamo perso l’aereo. Scusa ora sono distrutta; ti richiamo dopo. Sì, anch’io, ti voglio bene. Anche James ti abbraccia.
(2.fine)

PRIMA PUNTATA
Nagar è una bella cittadina sulla costa occidentale del paese. Strade larghe, case come piccoli solidi, quasi sempre dipinti di bianco, una lunga spiaggia orlata di tamerici e di bassi cespugli nei quali si ferma il vento proveniente dall’oceano. I turisti, richiamati dal clima, affollano i bar lungo la strada principale dove eleganti negozi aprono la loro attività.
Gli abitanti dell’entroterra, ogni lunedì, giorno di mercato, portano la loro merce: piccoli prodotti artigianali, molto richiesta non soltanto dagli stranieri.
All’alba, nella piazza principale, vengono montati teli gialli disposti ai bordi del grande spiazzo. Poco dopo arrivano carretti trainati da pazienti animali.
Vi è un preciso ordine nella distribuzione dei punti di vendita: su uno dei lati lunghi dell’ampio slargo, gli artigiani espongono le loro pentole, piatti, bricchetti, tutti oggetti della tradizione decorati con motivi antichi insieme ai contadini giunti dalle campagne vicine, con i loro prodotti.
Donne, belle nei loro ricchissimi costumi, indossati per il piacere dei turisti, presiedono questi banchetti urlando, con voci gutturali, la bontà della loro merce.
Poi vengono i banchi di quelli che vendono stoffe o, anche, abiti confezionati. Alcune tavole, montate su cavalletti, fanno da vetrina ai rotoli di stoffa alcune delle quali, sistemate su pertiche, pendono come bandiere. Le turiste preferiscono acquistare le coloratissime stoffe che, poi, faranno cucire dalle loro sarte; gli abiti, invece per le donne del luogo che rinnovano il proprio guardaroba. 
Molti turisti il lunedì disertano il mare trascorrendo molto tempo in quel catino caldo, colorato e vociante del mercato raccontato, dagli uffici turistici, come una delle più rinomate attrazioni della cittadina.
Su cucine provvisorie fumose padelle preparano pietanze tipiche che i turisti assaggiano per il gusto della novità e per quella volontà di trasgressione che, quando siamo in un posto nuovo, ci spinge a cambiare abitudini abbandonando morigerati costumi alimentari anche se non tutti ripeteranno l’esperienza.
In un angolo della grande piazza vi è uno spazio, detto il “Recinto Sacro”, racchiude le strutture religiose: un’architettura povera ma affascinate nella sua semplicità.
Ora è lunedì mattina e nel giardino alcuni addetti stanno pulendo le aiuole recitando, sottovoce, le proprie preghiere e salutandosi con un leggero cenno del capo. Bisogna ordinare tutto perché non sono pochi i turisti che desiderano visitare il luogo al quale, da qualche anno, è stato aggiunto un nuovo edificio adibito a Museo della cittadina nelle cui sale sono esposti notevoli resti salvati e restaurati.
Passando fra i banchi qualcuno chiede informazioni mostrando un dépliant sul quale la cittadina è riportata come “incantevole attrazione” per il suo clima e, soprattutto, per le sue benefiche acque termali.
Note fin dal tempo dei romani, infatti, alcune sorgenti, dopo aver attraversato la catena montuosa, che si stende subito dietro le ultime case, affiorano in diversi punti della cittadina dando luogo a impianti termali alcuni dei quali ricostruiti e ampliati sull’antica struttura romana.
Le ore del mattino passano in una festosa baraonda nella quale le voci locali si mischiano a quelle dei turisti che camminano con l’occhio incollato ai loro cellulari.
Con il passare delle ore, poi, mentre i venditori, smontati i loro banchi, ritornano nei paesi dell’entroterra, i turisti si spostano nei ristoranti tipici o si allontano raggiungendo la vicina spiaggia. Per molti abitanti del luogo comincia allora un secondo lavoro occupati come sono a servire nei bar e nei ristoranti. Nelle stradine, intorno alla grande piazza, infatti, lunghi teli riparano dal sole che, in quelle ore, diventa rovente.
Chi ha un giardino interno richiama clienti apparecchiando tavoli sotto qualche albero da frutta per una piacevole sosta.
Più tardi il fresco della sera offre, non soltanto ai turisti, un valido motivo per ritornare per le strade che si affollano di nuovo.
Non è raro allora che da qualche palchetto si faccia musica; orchestrine senza pretesa suonano preferendo nenie e suggestive melodie della tradizione locale forse riadattate al gusto dei turisti.
I turisti che s’incontrano al chiassoso mercato del lunedì si possono dividere in due categorie: quelli che soggiornano nei paesi limitrofi, più economici e quelli che risiedono negli eleganti resort costruiti da qualche anno, spesso riadattando le antiche case della borghesia del luogo. Questi turisti frequentano il mercato con un discreto distacco quasi come rito per non sembrare troppo snob ma difficilmente comprano qualcosa se non da qualche piccola bottega di antiquario che ancora resiste.
Sono riconoscibili per il modo di vestire, pratico ed elegante con qualche concessione al costume del luogo naturalmente confezionato su misura. Così come hanno un loro rito negli orari scelti per la propria giornata. Anche l’eventuale visita al Museo è organizzata, avendo fissato un appuntamento con uno studioso che farà da guida; così come la frequentazione delle terme prevede solo quelle che hanno realizzato vari sale destinate a clienti selezionati. Lì, infatti, troveranno qualcuno che li attende e che li accompagnerà nel complesso rito delle abluzioni, con massaggio finale in salette riservate, ed una bevanda calda che ristora dopo l’abbondante sudorazione.
A questa categoria di turisti, che potremmo definire internazionali o cosmopoliti che, ogni anno, fanno dell’incontro con amici provenienti da tutto il mondo, quasi un tacito appuntamento, un rito  distintivo del quale parlare, poi, in autunno, in attesa di svernare in qualche esclusiva stazione sciistica, appartiene la famiglia Hughes, inglese, formata dalla signora, ricca ereditiera, e del marito intraprendente, sportivo nonché capace uomo di affari il quale potrebbe definire il matrimonio la sua migliore impresa in assoluto per la cui riuscita certo la bella presenza era stata determinante.
In realtà la loro era stata una scelta d’amore per la quale la ragazza si era imposta alla propria famiglia nella quale tutte le donne, non poche con invidia, avevano approvato la sua scelta.
Qualcuno mormora che la ricca ragazza avesse anche ottenuto l’appoggio e un sostanziale aiuto economico dalla nonna la quale, nella decisione della nipote, avrebbe rivissuto, ma con ben altro esito, la sua gioventù naufragata in un noiosissimo matrimonio.
Situazione accettata, infine, dalla famiglia anche se con qualche distinguo nei riti sociali. Del resto ogni tentativo di diniego era fallito. I due giovani appartengono a una generazione che ha preteso decidere della propria vita. E la loro unione si può dire riuscita; si amano ed ora sono in vacanza in uno degli alberghi più esclusivi della cittadina, dove sono già stati altre volte e dove si fermeranno almeno quattro settimane. 
Sono appena arrivati; sdraiato in terrazzo lui assaggia la frutta che il direttore dell’albergo ha fatto trovare in camera mentre la moglie aiuta una cameriera che ripone gli abiti nell’armadio.
L’ora ancora troppo calda sconsiglia di andare in piscina benché questa sia circondata da un fresco giardino con alberi da frutta ed alte palme che oscillano al vento proveniente dall’oceano non molto distante.
Almeno i primi giorni li trascorreranno in albergo dove sono giunti dopo un lungo viaggio, piuttosto faticoso, ma reso necessario per gli affari del giovane uomo il quale dimostra una grande capacità imprenditoriale certo alimentata dalle amicizie importanti portate, anch’esse, in dote dalla moglie.
Per i prossimi giorni, come ogni anno, il direttore dell’albergo fornirà un ricco elenco di suggerimenti per escursioni, più o meno lunghe, o spettacoli e serate di divertimento che gli alberghi più importanti, a turno, organizzano tutte le sere.
Nel tardo pomeriggio, sdraiati intorno alla piscina, sorseggiano una fresca bevanda che un ragazzo ha portato con un biglietto giunto per loro.
È un cartoncino sul quale, con bei caratteri, si chiede la presenza dei signori Hughes a un party che si terrà presso un luogo caratteristico del deserto; la festa si svolgerà a tema nel senso che ogni invitato dovrà indossare un abito che richiami un segno zodiacale non necessariamente il proprio.
(1.continua)
©Riproduzione riservata 
lunedì 8 febbraio 2021
L’AUTORE
Ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II di Napoli, Francesco Divenuto è autore, tra l’altro, di  numerosi saggi su riviste specializzate e di  due romanzi “Il capitello dell’imperatore. Capri: storie di luoghi, di persone e di cose” e “Vento di desideri “(edizioni scientifiche italiane). Tra gli ultimi libri realizzati, quello a più voci dal titolo “Napoli: a bordo di una metro sulle tracce della città” coordinato con Guido D’Agostino e Antonio Piscitelli (edizioni scientifiche italiane 2019).
Tra i racconti, pubblicati sul nostro portale, “Variazioni Goldberg”, “Il bar di zio Peppe”, “Carmen e il professore”, “Il flacone verde (o Pietà per George)”, “Lido d’Amore”, “Frinire”, “Primo novembre”, “Due di noi”, “Il trio”, “Quattro camere e servizi”, “Mai di domenica”, “Cirù e Ritù”, “Una notte in corsia”, “Gennaro cerca lavoro (il peccato originale)”, “L’odio”, “Il vaso cinese”, e “Il nuovo parroco”, “L’eredità”, “Una caduta rovinosa”, “Cronaca nera”.
Foto da Pixabay

RISPONDI