Torna alla ribalta Giovanni Meola. E lo fa con un’opera che mette a nudo i chiaroscuri di una Napoli matrigna, ricca di insidie, ma anche di contrasti che si risolvono sovente in chiave pirandelliana. Dopo plurimi riconoscimenti artistici, il regista napoletano – fra le altre cose, direttore artistico dell’evento Teatro alla deriva – si è recentemente affermato nella sezione ‘National Documentary Competition’ della XIX edizione del RIFF-Rome Independent Film Festival con il film lungometraggio documentario: “La Conversione”. In questa storia, l’autore pone a confronto due figure: quella di un ex speculatore del sistema finanziario e quella di un ex detenuto, accomunati da una propensione verso il furto che si evolve in un percorso di radicale autocritica, compiuto principalmente attraverso la passione per la scrittura. Ne parliamo con lui.
Meola, qual è l’origine de “La Conversione”?
«L’idea nacque circa 7 anni fa, quasi per caso. Ho conosciuto i due protagonisti a distanza di poco tempo fra loro: da un lato, Vincenzo Imperatore, prima “gola profonda” del sistema finanziario italiano; dall’altro, Giuseppe De Vincentis, che è stato circa 30 anni in carcere. Entrambi, ad un centro punto, hanno deciso di cambiare strada. E da subito mi venne l’idea di collegare le loro storie, apparentemente distanti, ma connesse da una comune propensione al furto verso il prossimo».
Parlaci un po’ dei due volti che hai scelto come protagonisti del tuo film documentario.
«Vincenzo Imperatore ha lavorato per una delle banche più importanti d’Italia. Era un manager. A un certo punto della sua vita, decise di rivelare le nefandezze del sistema finanziario italiano editando un libro: “Io so e ho le prove”, che è divenuto un caso editoriale, in cui denuncia senza mezzi termini irregolarità e nefandezze del sistema bancario negli ultimi decenni e la sua attività di manager. Nel suo saggio sono stati rivelati diversi documenti del suo lavoro e ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica cose che poteva provare. Grazie a un successo travolgente, riuscì a ottenere un clamore mediatico inusitato. Bevvi il suo libro in due giorni e da quel libro ho poi liberamente tratto uno spettacolo teatrale con lo stesso titolo. L’incontro con Peppe De Vincentis, invece, avvenne nel momento in cui aveva iniziato il suo percorso di risalita tramite l’incontro con l’arte, il teatro, la cultura. Anche Peppe aveva pubblicato un bel libro: “Il campo del male”, meno noto rispetto all’opera di Imperatore, ma altrettanto importante. La conoscenza con questi due esseri umani, mi ha dato l’idea del lungometraggio».

Un’immagine de “La Conversione”. In primo piano: Giuseppe De Vincentis

Cosa emerge dal confronto fra questi due profili?
«Sotto punti di vista diversi, avevano rubato entrambi. Uno aveva vissuto fra il legale e l’illegale. L’altro, aveva visto l’evoluzione del sistema bancario italiano, inizialmente preposto al sostegno economico di aziende e famiglie, poi evolutosi in congegno volto a produrre profitti.
Peppe e Vincenzo sono due figli della stessa Napoli, con percorsi diversi alle spalle, ma un atteggiamento identico nei confronti degli altri. L’idea di metterli insieme è venuta poco dopo la loro conoscenza. Tuttavia, il film è nato dopo anni di studio dei loro profili, perché non volevo suscitare diffidenza o ritrosia. Un paio d’anni fa, ho proposto loro questo progetto. Una volta metabolizzato, hanno accettato con entusiasmo. La bontà dell’idea è stata premiata con la presentazione per la prima volta in assoluto al festival internazionale RIFF di Roma. Il premio del pubblico è stata una grande soddisfazione».
Quanto pesa il non avere un contatto diretto col pubblico?
«Tra pochi giorni, sarà un anno che non porto i miei spettacoli sul palco. Non è semplice. La gente che è abituata da decenni, come me e il mio gruppo di collaboratori, ad andare in scena con regolarità e continuità è stata costretta irrimediabilmente, almeno per ora, a cambiare abitudini. Io ho il mio carattere e ho provato ad adattarmi, mettendo a frutto anche l’esperienza da regista indipendente costretto ad una grande elasticità e a una continua capacità evolutiva. In questo periodo, non ho lavorato solo sul film. Sto concludendo un secondo documentario lungometraggio, il video-diario “Art 27, comma 3”, che trae spunto dalla bellissima esperienza del laboratorio di teatro e scrittura creativa tenuto da me coi detenuti nel carcere di Poggioreale. Ho cercato di coniugare il tempo a mia disposizione per lavorare su questi progetti. Riguardo al mancato contatto col pubblico, è strano. Siamo entrati in un’altra dimensione. In questo, l’aver prodotto un film documentario non deve indurre a pensare che il cinema non abbia un rapporto diretto con il pubblico in sala. Anche per questo è stato molto brutto accettare che la premiere non avvenisse dal vivo, ma online. Il mondo e tutti noi stiamo affrontando questa grave situazione sanitaria e dobbiamo solo avere pazienza. C’è l’amaro in bocca, che però potremo compensare quando si apriranno le sale e avremo modo di fare presentazioni o essere ospitati in qualche rassegna».
“La Conversione” parla di una Napoli matrigna e piena di insidie. Nel tuo film non c’è alcun cedimento alla retorica o agli stereotipi, racconti una realtà nuda e cruda.
«Napoli è una città caravaggesca. Non la si può raccontare descrivendone solo il bianco o il nero, senza parlare delle mille sfumature di grigio. Tutti noi che abbiamo a che fare con l’arte siamo figli dei nostri tempi. Un conto è l’essere Pirandello, un conto è vivere l’odierno. Siamo legati ai territori nei quali operiamo, nei quali viviamo, dai quali siamo nutriti e malnutriti. Essendo uomo del mio tempo, mi viene naturale parlare degli effetti positivi e negativi della mia terra. La Napoli matrigna è sotto gli occhi di tutti. In certe occasioni pubbliche, mi sono ritrovato a ribadire che non intendo parlare male della mia città, ma voglio parlarne, senza retorica e abbellimenti inutili. La dialettica viene scambiata con l’offesa. Illustro e non giudico. Provo a raccontare e a dare un approccio concreto alla materia. Preferisco aggredire i problemi mostrandone aspetti che non sono scontati o non sono sempre illuminati. Racconto provando a far vedere lati nascosti, o poco visibili, delle cose che mi interessa affrontare».

Il regista Giovanni Meola sul backstage del film.

La narrazione di questa Napoli matrigna sarà alla base anche del tuo prossimo lavoro?
«Il lungometraggio coi detenuti uscirà in estate. In questa esperienza, il confronto è stato ancora più schietto e diretto. Questa esperienza laboratoriale fa il paio con quella portata avanti tempo fa nel carcere minorile di Nisida, anche se persiste una grande differenza fra detenuti minorenni e adulti. Ho approfondito la conoscenza di un ambiente come quello carcerario, che ha avuto anche alcuni risvolti tragici, a causa del suicidio di un ragazzo che faceva parte del gruppo protagonista della pellicola».
Riguardo al teatro, hai in corso qualche progetto?
«Sto provando uno spettacolo, un Amleto adattato e con soli tre attori in scena, mantenendo un atteggiamento positivo rispetto a quello che sta accadendo. L’esperienza di Virus Teatrali mi ha sempre proiettato nel cercare un risvolto improntato alla positività. Ho dovuto inventarmi i progetti in una navigazione complicata. Gli indipendenti scontano il fatto di rimanere fuori da certi giri. Sono stato abituato a lavorare sempre così, individuando con una certa attenzione argomenti, studio, approccio. Con questo Amleto porterò in scena due donne e un uomo, compiendo un azzardo nella distribuzione dei ruoli frutti della complessa opera di riscrittura sul campo. Lo spettacolo era in programma nei mesi del primo lockdown, quindi ne saltò il debutto. In autunno, quando ho capito che sarebbe saltata la stagione teatrale, ho lavorato per impiegare questo tempo di stop per farci trovare pronti quando si tornerà in scena. Questo approccio si sposa con il discorso del lungometraggio. In un qualche modo, non ci si deve mai fermare, ci si deve adattare e provare a concretizzare tutto ciò che è concretizzabile dati i tempi».
Pensi che un nuovo governo possa produrre una svolta circa le politiche culturali nel nostro Paese?
«Mi piacerebbe che, una volta ripresi i lavori in maniera più serena, avverranno dei cambiamenti e si troverà una risoluzione a nodi rimasti intrecciati e irrisolti per decenni. Anche se temo che non sia così semplice. Il nostro settore pesa troppo poco nell’immaginario comune e nell’ambito politico. Al nostro interno, poi, vi è una differenza di interessi e spinte, che non hanno un unico obiettivo. Spero che alcune lacune enormi nelle regole, nelle modalità con cui dobbiamo portare avanti il nostro lavoro possano essere colmate. Così come mi auspico che lo Stato si accorga di rassegne teatrali dal valore materiale e immateriale che danno da lavorare a tantissima gente».

Vincenzo Imperatore ripreso sul set [Le immagini sono state gentilmente concesse da Nina Borrelli, fotografa di scena]

Cosa pensi dell’ipotesi di assumere figuranti per assicurare la presenza al Festival di Sanremo?
«Non lo considero uno scandalo, perché Sanremo è un fenomeno di costume. La Rai è un’azienda che investe milioni di euro e fa i propri interessi, che dovrebbero essere anche i nostri che paghiamo il canone. Se la Rai riesce a rendere il teatro Ariston una sorta di studio tv con pubblico tamponato, a me va bene. Ma quanti teatri possono fare altrettanto e possono permetterselo? È lo stesso motivo per cui le grandi produzioni sono tornate sui set, garantendo il proprio lavoro. Quante compagnie medio-piccole possono fare altrettanto e permettersi di tasca propria questo investimento? Bisogna guardare la realtà con occhi concreti. Se Sanremo, però, è lo strumento per parlare della riapertura di teatri e cinema con nuove regole d’ingaggio per permettere a tutti di ricominciare, ben venga».
Credi che i piccoli e medi teatri possano riprendere a breve la propria attività?
«Rifuggo come cittadino, come lettore, da letture semplicistiche. Bisogna articolare il pensiero. Posso capire il voler tenere chiusi i teatri e i cinema, anche se si sono attenuti a regole di sanificazione e disposizioni anti-Covid. Se il discorso sull’assembramento vale per tutti, ha un senso. In una sala da 500 persone, solo il 33% dei posti è occupabile. Ma in uno spazio piccolo il ragionamento cambia. I teatri minori, che fanno affidamento sulla venuta del pubblico, hanno tante spese da recuperare. Quindi, comprendo la contingenza delle restrizioni sanitarie. Ma allo stesso tempo, dopo un anno di ferma, capisco molto bene anche il desiderio di voler tornare in scena, dato che è anche un mio grosso desiderio. Quindi, la faccenda è complessa e andrebbe affrontata per bene. Per questo trovo veramente antipatico il fatto che il 15 febbraio riapriranno le piste da sci, ma che dei teatri e dei cinema non si parli proprio più».
Qual è il potenziale della Conversione?
«Il film documentario sarà in gara presso numerosi festival italiani e stranieri. Nei prossimi mesi ci auguriamo che anche altre realtà lo premino. Personalmente, sono soddisfatto di aver raccontato una storia autentica e, a suo modo, dirompente». 

GUARDA IL TRAILER
https://www.youtube.com/watch?v=E_1ZVN-T6Vc&list=PLsojE4xf8dfhyqPaL1Wbj6CX5K0bXoa1q&index=1&ab_channel=GiovanniMeola

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