La vicenda umana di Filumena Marturano è fin troppo nota per cui ogni qualvolta assistiamo ad una rappresentazione della famosa commedia di Eduardo o ad una sua trasposizione, cinematografica o televisiva, in noi scatta, in maniera direi immediata, la domanda se il lavoro ci abbia convinti; se, cioè, la prova ha risposto alle nostre aspettative. È indubbio, infatti, che il lavoro di Eduardo rivesta, nell’immaginario collettivo, una sua particolare importanza.
La commedia in tre atti, scritta nel 1946 e inserita dall’autore nella raccolta Cantata dei giorni dispari, è uno dei lavori di Eduardo più conosciuti e apprezzati dal pubblico e dalla critica internazionale; e, con Natale in casa Cupiello, anche uno dei più rappresentati.
Fin dalla sua prima esecuzione, avvenuta a Napoli al teatro Politeama il 7 novembre del 1947, il lavoro riscosse un notevole successo di pubblico e di critica diventando un testo ripreso anche dalle compagnie di altri paesi. Il tema sociale affrontato, infatti, appartiene ad una condizione umana che non conosce differenze di cultura e di costumi: il riconoscimento della famiglia come nucleo fondato sull’amore che non può sottostare a giurisdizioni e ordinamenti che, di fatto, escludono alcuni figli per il solo fatto di essere nati, come si dice, fuori del matrimonio. E non c’è dubbio che Eduardo aveva, com’è noto, ragioni personali per stigmatizzare questa ingiustizia sociale.
Lo stesso autore ritiene il problema di grande attualità e volendo ampliarne la popolarità nel 1951 dirigerà un film utilizzando gli stessi attori che aveva già diretto in teatro.
Evidentemente il linguaggio cinematografico ha altre esigenze ma, in questa versione, la storia rispetta la trama e soprattutto il suo significato sociale: don Domenico è un attempato vedovo che non intende accasarsi né arrendersi al tempo che passa. Filumena è una anziana prostituta la quale, pur amando ancora Domenico, desidera, soprattutto, dare un cognome ai tre figli dei quali Domenico ignora l’esistenza anche se uno di questi è suo.
L’aspetto fisico di Eduardo e Titina, nei ruoli principali, rende la storia credibile. E non è un caso che, in quasi tutte le altre edizioni, non c’è alcun accenno alla vedovanza di Domenico Soriano.
I confronti con questa prima edizione, allora, diventa un esercizio che appassiona. E ognuno si chiede quale sia stata la migliore Filumena. Ci sono quelli che, nel ruolo della protagonista, ritengono Regina Bianchi insuperabile preferendola alla stessa Titina, l’attrice per la quale, appunto, Eduardo aveva scritto il lavoro. E non c’è attrice che, giunta ad una consapevole capacità della propria carriera artistica, non abbia voluto misurarsi con questo difficile personaggio.
Una prova che, in qualche modo, dovrebbe confermare la bravura e la sensibilità raggiunta dalla sua interprete. Attrici come Pupella Maggio, Valeria Moriconi, Isa Danieli, Lina Sastri, Mariangela D’Abbraccio hanno affrontato il difficile ruolo sia pure con esiti differenti. Così, nonostante l’indiscussa bravura, l’innata raffinatezza renderà Mariangela Melato poco credibile nei panni di una popolana che non sa né leggere, né scrivere, mentre, in una recente edizione televisiva con Vanessa Scalera e Massimiliano Gallo, tutto ha funzionato tranne la eccessiva caratterizzazione di Diana, personaggio, in realtà, poco convincente anche nella commedia originale e sulla quale ancora torneremo.
In definitiva, per ammissione della stessa critica, oltre che del pubblico, ogni confronto avviene sempre con la grande Titina con la quale si è misurata anche Sophia Loren nell’edizione cinematografica costruita da Vittorio De Sica intorno alla coppia Loren- Mastroianni.
Nel 1964, infatti, De Sica dirige i due attori in “Matrimonio all’italiana” titolo che, in verità, sembra voler sottolineare l’inganno del matrimonio in “articulo mortis” tentato dalla protagonista e non già le vere intenzioni di Filumena, e quindi dell’autore, ossia il riconoscimento dei figli.
Il film, sceneggiato dallo stesso De Sica, oltre che da Renato Castellani, Leonardo Benvenuti, Tonino Guerra e Piero De Bernardi, rilegge i due personaggi cambiandone la personalità molto più di quanto possa sembrare ad una prima visione. E, d’altra parte, l’età nonché la prestanza fisica dei due protagonisti solo in parte giustificano il cambiamento del lavoro eduardiano.
Cerchiamo di essere più chiari. In questo film Filumena è una donna, piacente, che ama ancora Domenico ma che come donna fa un passo indietro per far valere le sue ragioni di madre. Questo resta il messaggio voluto da Eduardo. “I figli so’ figli”, la famosa battuta che la protagonista sente, senza capirne la provenienza, è un grido disperato che Eduardo lancia contro l’egoismo degli uomini. Eduardo contro Scarpetta, l’altro Eduardo, verrebbe da dire.
Nel lavoro la nota autobiografica è fin troppo evidente; com’è noto, infatti, la vita privata dello scrittore, fu segnata dal conflittuale rapporto con Eduardo Scarpetta padre naturale suo e dei fratelli Titina e Peppino. E non è nemmeno un caso che il tema della famiglia sia un motivo ricorrente in altri suoi lavori. Quella famiglia ad esempio, che, in Natale in Casa Cupiello, scritta nel 1931, si scontra con il cambiamento dei costumi e che il protagonista non riesce a comprendere o, soprattutto, quella dell’amara commedia Le voci di dentro, scritta nel 1948, nella quale ogni componente della famiglia nutre motivi di rancore verso tutti gli altri.
Ritornando alla commedia di cui trattiamo, val qui la pena ricordare che le cosiddette “case chiuse” saranno abolite con la famosa legge Merlin n.75 del 20 febbraio 1958, mentre la riforma del “Diritto di famiglia” che ha introdotto una serie di interessanti cambiamenti è la legge n. 151, del 1975, con la quale scomparirà quella odiosa sigla N.N. dai documenti.
La distanza cronologica, in particolare di questa ultima con la commedia, spiega quanto sia difficile cambiare una cultura maschilista e patriarcale i cui strascichi dolorosi ancora oggi caratterizzano il comportamento di tanta parte della nostra società come dimostrano gli avvenimenti di questi nostri giorni.
Ritornando al film di De Sica è noto che Eduardo non gradì molto questa versione cinematografica. Cerchiamo di ipotizzare la vera causa di questo dissenso e soffermiamoci su un particolare quello che a mio avviso, segna la sostanziale differenza fra la commedia ed il film di Eduardo, nei quali non c’è tradimento delle intenzioni dell’autore, con la pellicola di De Sica.
Rivediamo la scena finale, quella che chiarisce il vero pensiero, direi il messaggio dell’autore: nel film di Eduardo, dopo un lungo percorso in macchina dei protagonisti che si recano in chiesa per celebrare il matrimonio, all’ennesimo rifiuto di Filomena/Titina di svelargli chi dei tre è suo figlio, Domenico si ribella. È una reazione violenta, rabbiosa con la quale rinunzia al matrimonio; il rifiuto di Filomena mette in discussione l’idea che lui, Domenico, si è fatto della famiglia. La maniera furiosa, con la quale dichiara di non voler cedere a quello che gli appare come un ricatto della donna, richiama l’attenzione dei tre giovani i quali si rivolgono a Domenico chiamandolo PAPA’.
E qui la scena cambia definitivamente; contro le sue stesse decisioni, Domenico crolla.
Ecco il senso vero del lavoro, il messaggio che Eduardo urla contro una società bigotta: la costruzione di una famiglia fondata sull’amore e non già sull’atto giuridico. Domenico/Eduardo capisce che niente potrà togliergli l’affetto di questi tre giovani uomini i quali lo hanno accettato come padre PRIMA dell’atto ufficiale; solo ora si rende conto che è questa la famiglia alla quale, in maniera inconsapevole, aspirava.
Spostiamoci ora sul set del film di De Sica: dopo l’ultimo rifiuto di Filumena/Sophia di svelargli il nome del figlio, Domenico, l’uomo Domenico, verrebbe da dire il maschio Domenico, capisce che per nulla al mondo, rinunzierà alla sua donna; in una scena violenta l’abbranca, la stringe; è, ancora una volta, una battaglia di possesso e lui, Domenico, non intende perderla. Solo dopo, a matrimonio avvenuto, i tre ragazzi nel salutarlo lo chiameranno papà.
È evidente che nelle due soluzioni vi è una differenza sostanziale; sono due modi di leggere il personaggio Domenico e non c’è dubbio a quale sarà andata la preferenza di Eduardo.
Nella sua commedia Domenico è un uomo stanco che si sente pronto ad approdare alla serenità di una famiglia; il tempo delle sue avventure amorose è finito. E qui rientra, in scena, Diana.
Nel lavoro teatrale la giovane amante appare quando, invitata a cena da don Domenico il quale, con la morte di Filumena, crede di festeggiare la raggiunta libertà, si ritrova intorno alla tavola, con tutti i protagonisti, compresa Filumena la quale umiliandola le svela la realtà mentre Domenico, non riesce a prendersi la scena. Nelle successive versioni del lavoro eduardiano, ogni tentativo di ampliare questo personaggio in realtà non ha dato buoni risultati.
Lo stesso Eduardo sulla barca, nel suo film del 1951, con l’amante Tamara Less e gli amici di questa, è imbarazzante, al limite del ridicolo. E forse le poche battute che De Sica affida a Diana, interpretata da Marilù Tolo, restituiscono il giusto peso a questo personaggio. In realtà sembra che tutti coloro che hanno affrontato il lavoro, non abbiano saputo leggere questa presenza in maniera più profonda.
Forse un regista coraggioso potrebbe anche giungere alla decisione di eliminarne la presenza fisica. Diana, nelle intenzioni, nei desideri di Domenico, è un’aspirazione all’eterna giovinezza, un modo di giocarsi la carta della ricchezza nel tentativo disperato di negare gli anni che, inesorabili, passano. E quando tutto questo gli sarà chiaro allora la scena cambia: l’uomo, ancora una volta direi il maschio, Domenico sarà pronto a cedere il passo ad una nuova figura: il padre.
Ora, almeno nella commedia, si può dire che Eduardo ha inteso riparare al torto che ha subito e che ha così pesantemente condizionato la sua vita.
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In copertina, un’immagine del film “Matrimonio all’Italiana” (1964) con Sophia Loren e Marcello Mastroianni (pubblico dominio)

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