Io non “mi dichiarai” mai a voce: ma, se gli sguardi hanno un linguaggio,
… avrebbero  potuto accorgersi che ne ero innamorato cotto.
                                                               Emily Jane Bronte

 Raggiungere il centro antico di Napoli, composto da quel groviglio regolare di strade che, combinate tra loro, dividono lo spazio in quadrangoli regolari o isolati lunghi e stretti, suscita emozioni. Il tessuto viario di Neapolis, che si è conservato in modo impressionante fino ai giorni nostri, è stato disegnato dai Greci quando hanno deciso di lasciare, con il primo insediamento urbano, Partenope e il mito della Sirena.
Percorrerlo è un viaggio nel tempo, un incontro con le storie degli uomini che hanno popolato questo spazio e vissuto questi luoghi. È Carmen a far da guida fino al laboratorio di Filippo, è lei a condividere l’indugio che da sempre accompagna l’attesa. Ogni appuntamento è un carico di mistero per le incognite che contiene: l’incontro con un mondo altro.
Quando si scende nel “basso” che ospita il laboratorio si ha come la sensazione di scendere nelle viscere della città e ascoltare il battito profondo della Madre Terra. In questo spazio creativo di ricerca, in questo luogo di pensiero e di riflessione sembrano filtrare nitide le ingarbugliate storie della città di sopra che si sono stratificate nel corso del tempo.
L’animo popolare prima le ha custodite e poi tramandate; sceso in strada, le ha sapute recitare come in un grande teatro, declamare in versi, raccontare attraverso le melodie delle canzoni. Ora le storie sono tutte qua allineate. Sotto i loro colori, più o meno accesi, vi è l’argilla: una terra plasmata da mani esperte abituate al piacere di dare forma e anima alle creazioni che il sigillo del fuoco rende per sempre non più mutabili. Quando davanti a un manufatto trapela stupore e meraviglia Filippo, discreto e riservato, si schernisce; quando, poi, è chiamato a illustrare una sua opera il suo volto si anima.  Davanti a un complimento prima ironizza, poi si illumina e infine sorride e il sorriso di Filippo è contagioso.
Prende il nome da un monumento archeologico romano la monumentale opera, “Cento Camerelle”. Fu costruito a Miseno a picco sul mare del golfo di Napoli ed è conosciuto anche come “Prigione di Nerone”. Fu di proprietà del console romano Quinto Ortensio Ortalo, successivamente acquistato dalla madre dell’imperatore Claudio, poi appartenuto a Nerone, e infine a Vespasiano.
L’edificio, scavato nel tufo, consta di numerosi vani, distribuiti in altezza su più piani; nel tardo Seicento gli fu attribuito il nome attuale di “Cento Camerelle” proprio per indicare il numero enorme di locali che non si finiva mai di scoprire. I 100 cubi di ceramica, altrettanti moduli narrativi raccontano “volti” e “aspetti” di una Napoli delle meraviglie che non si finisce mai di conoscere, non si finisce mai di scoprire. Fondamentale è quello dedicato a S. Gennaro, icona di una Napoli alla ricerca di una sicurezza contro le tragedie della natura e dell’uomo. Il fulcro della devozione è legato al rosso fuoco dello scioglimento del sangue. Oltre che in rosso, S. Gennaro è rappresentato anche con un immacolato bianco e nero, tipico delle figurine antiche.
Struggente il modulo del cardellino con le sbarre della gabbia in parte divelte, ma non abbastanza, da restituirgli la libertà. In tutto il Sud Italia, specialmente in quello che fu una volta il Regno delle due Sicilie, esisteva ed esiste una tradizione secolare, importata dagli spagnoli che a loro volta la debbono agli arabi: selezionare cardellini da canto.
Questo uccello, che non vive in cattività ma libero, viene catturato e fatto prigioniero per il suono del suo canto: un repertorio canoro straordinariamente vario, costituito da innumerevoli vocalizzi con differenti funzioni legate alla sfera della socialità ed in particolare ad attirare ed indurre alla nidificazione la femmina. Per rendere ancora più struggente il canto, questi uccelli vengono accecati con una pratica barbara ancora oggi molto in voga. Non aiuta ad abbandonare questa pratica una leggenda partenopea che attribuisce la capacità, a quanti ne ascoltano il canto, di cambiare il destino.
Ci sono poi i moduli con le maschere variopinte di pulcinella dai colori sgargianti, vivaci e chiassosi, come la realtà popolare che si svela agli angoli delle strade o nei palcoscenici verticali dei palazzi in spettacoli popolari improvvisati da commedia dell’arte. Colori che riverberano le discussioni dove la magmatica fantasia e l’avvincente narrazione hanno come protagonisti gli abitanti della città: maturi gentiluomini, operai, sfaccendati, giovani popolane, adolescenti inquieti e irrequieti, casalinghe e signore di alto rango. Trascorrono il loro tempo tra fatui pettegolezzi, litigi condominiali, piacevoli convenevoli, ardimentose discussioni.


E poi ancora tutto quanto la tradizione popolare custodisce e riverbera nel quotidiano: la maschera e Pulcinella, la fortuna e i numeri della tombola, i corni e la superstizione.  Non manca la descrizione della forte relazione tra sacro e profano e tra presente e passato. In una città dove anche la morte è scoppiettante, il modulo sulle anime del purgatorio ricorda il rito dell’adozione. L’estinto continua a vegliare e a indirizzare il presente descrivendo una linea del tempo che non conosce interruzioni.
Negli ultimi cubi la rappresentazione perde la forma e diventa astratta. Lo spazio è occupato da linee che si intersecano senza una direzione definita; sono là a sottolineare l’animo contemporaneo che anche in una città che fortemente àncora il presente al passato può scardinare tradizioni e dissolvere con la storia le proprie radici.
Filippo osserva, vive, descrive. Domina una tecnica felicemente costruita e sperimentata negli anni. Sa modellare con sapienza le sue forme che riveste di una cromaticità a tratti sorprendente. È capace di realizzare figure evocative e narrare racconti attraenti che risveglia dalle viscere della città.
Nei moduli narrativi ci sono pagine dense di garbata ironia, altre caratterizzate da melodiosa poesia, altre che evidenziano uno stile palesemente spettacolare. Se le cento camerelle rappresentano altrettanto aspetti della vita della città, un  microcosmo che si è sedimentato nel corso del tempo, poco raccontano di una Napoli che fa della strada un’appendice, non secondaria e non solo spaziale, della propria casa.
Il percorso narrativo dell’esposizione si sviluppa attraverso tre racconti fortemente sedimentati nell’animo popolare: Cicerenella, Guarracino e la Sirena Partenope.
Sono tre storie di incontri e scontri, di attrazione e passioni, di gioie e dolori come quelle che regolano i rapporti e le relazioni nei vicoli. Tre vasi, impreziositi da smalti rosso fuoco, blu marino e verde terra, invece di custodire gelosamente il loro contenuto portano al centro una grande cavità sferica da dove possono illustrare la loro storia. Una corte di brocche dalla forma arcaica, costituita da ciotole ripiegate, le accompagna con ripetività ossessiva perché le storie degli uomini si ripetono senza perdere la loro individualità. Anche le brocche uguali e diverse sono lì a raccontarsi e a raccontare senza perdere la loro funzione artigianale e di servizio.
Cicerenella è una donna sensuale, volitiva e libera. La canzone, che il dialetto, qualora ce ne fosse ancora bisogno, arricchisce di ulteriori sottesi e spudorati significati, ha come schema narrativo una sequenza di strofe intervallate da un breve ritornello, una sorta di tormentone del XVII secolo “Cicerenella mia si’ bbona e bella”, sottolineando che le sue grazie sono un invito all’appagamento del desiderio.
Il Guarracino è un giovane e aitante pesce, che volendosi sposare, mette gli occhi sulla signorina Sardella, già promessa, però, a un certo Alletterato; la signorina Sardella opta per la prestanza. L’Alletterato non cede,  scatenando una rissa alla quale prendono parte, divisi in due partiti, tutti i pesci del golfo di Napoli e molti venuti addirittura da acque lontane del Mediterraneo.
Questa canzone che Benedetto Croce definì “una singolare fantasia, capricciosa e graziosa e di un brio indiavolato”  ci consegna uno spazio dove storia e metastoria si fondono e confondono dove la tarantella del mare del guarracino è un’anima canora allevata per raccontare le storie dei “vasci”. Se consideriamo che anche la Sirena cerca con il suo canto di incantare Ulisse, possiamo definire questa parte della mostra come la sezione della seduzione.

Qui sopra, barcone di migranti. In alto, Felaco. Al centro, da sinistra, Ulisse, la Sirena e cento camerelle (particolare)
Qui sopra, barcone di migranti. In alto, Felaco. Al centro, da sinistra, Ulisse, la Sirena e Cento Camerelle (particolare)

Sono altrettanti aspetti di una città che fa della tra­sfigurazione scenica un modello di vita e Filippo, figurativamente e cromaticamente è il demiurgo, capace di rendere l’osservatore partecipe e cosciente dei vizi e delle virtù che ci affliggono collettivamente, protagonista di quegli affetti e quelle passioni che ci caratterizzano singolarmente.
Ci sono oggetti che nell’immaginario collettivo sanno custodire cose e nascondere segreti. La buàtta (barattolo), contenitore cilindrico in banda stagnata era usato per contenere generi alimentari come frutta sciroppata, pomidoro, melanzane, peperoni, caffè ma, anche per raccogliere piccoli oggetti quando ancora vigeva il riutilizzo.
Qualche volta serviva per nascondere ciò non si voleva far conoscere, o, da bambini, per giocarci, prendendola a calci o per poter sentire la voce attraverso un filo di spago quando ancora la comunicazione era di contatto e non mediata da sofisticate e invadenti tecnologie. Una grande quantità di buatte, o meglio buattelle, in ceramiche arrugginite attraverso la tecnica di ossidazione raku, sono ammassate a ricordare il fascino di un oggetto che il tempo ha spogliato di alcune funzioni e qualche volta di alcuni significati inconfessabili.
L’ultima parte dell’esposizione ha come protagonista  una donna (la Sirena) che con il suo canto cerca di sedurre e impossessarsi dell’uomo (Ulisse), soggiogarlo con le sue arti magiche con l’obiettivo di renderlo schiavo, farlo soccombere. Ma l’uomo Ulisse vuole andare oltre il contingente, non vuole farsi influenzare da un canto che tanti hanno seguito con nefasti risultati. La sua vita è guidata dalla ricerca di senso: si fa legare all’albero della nave e resiste anche se deve sperimentare l’atroce sofferenza della coerenza e della sfida ai vincenti.
Solo se riesce a sopravvivere potrà ancora diffondere la sua storia e trasmettere lo sviluppo di quella raffinatissima e ingegnosissima civiltà che lo ha generato. Gli ultimi nanufatti sono due barche con i salvagente arancioni. Ora che non si vogliono più gli scambi, ora che si rinnega anche la vita dell’altro che pure in tempi remoti ci ha aiutato a crescere, tra i salvagente aleggia un grido di dolore “… tu non vuoi il mio affetto … tu desideri sopprimere la mia dignità prima del mio corpo”, un urlo che la sirena ammaliatrice copre e confonde. Uno strepito che ha un solo obiettivo: evitare di arrivare al cuore. L’importante è non condividere sogni comuni anzi fare di tutto per trasformarli in incubi personali: sono più facili da guidare e gestire … perché più vulnerabili.
Quando si lascia il laboratorio e si risale in superficie, si chiude il portone e si ritorna nel ritmo frenetico della città. Un’insegna indica che il porticato in piperno, sede del mercatino rionale, fa parte del palazzo d’Angiò detto anche Palazzo di Filippo di Valois o anche dell’Imperatore di Costantinopoli.

Uno dei vasi in mostra
Uno dei vasi in mostra

Il profumo dei cibi che proviene dalle botteghe, la sovrapposizione di epoche differenti nelle strutture dei palazzi e il  vocio delle persone che affollano la strada, plateia per i greci e decumano maggiore per i romani, distrae, disorienta e rapisce ma chi ha avuto la fortuna di un percorso privilegiato di esplorazione è più protetto dall’indistinto.
L’arte della ceramica che utilizza l’acqua, la terra e il fuoco una volta era legata solo alla realizzazione di oggetti d’uso quotidiano di pratico utilizzo. Oggi è chiamata a perseguire e a realizzare idealità ben più alte nella continua ricerca del vero e del bello. Con i suoi strumenti di indagine, consente una lettura leggera e profonda del contesto e un’analisi più incisiva del volto dei tempi.
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Cotto di Napoli
Filippo Felaco
San Domenico Maggiore
13 maggio – 3 giugno 2019
Per saperne di più
http://filippofelaco-ceramista.blogspot.com/