Non ero capace di perdonare. Henrik fa i conti con la propria esistenza e con l’odio. L’ex generale dell’esercito asburgico, sfinito dall’età e dalla vita, sul palco del Teatro Nuovo, con la voce e il volto di Renato Carpentieri, si rivolge al suo amico di un tempo, Konrad, l’intellettuale interpretato da Stefano Jotti, perso dalla passione per la  musica, in particolare per Chopin,  e per la moglie dell’amico, Krisztina.
E’ il destino che ha ha tenuto in vita l’anziano militare, o meglio l’attesa di un chiarimento con l’altro, il disertore, nato in Galizia, cresciuto a Vienna, fuggito ai Tropici e trasferitosi poi a Londra, diventando cittadino britannico. Sopra di loro, un tempo enigmatico e arcigno che attraversa due guerre, il primo e il secondo conflitto mondiale.
S’incontrano di nuovo all’inizio degli anni quaranta, in un mondo incendiato dagli scontri a fuoco. A casa di Henrik, un castello sullo sfondo tenebroso dei Carpazi. Aleggia tra loro, l’anima della giovane donna che hanno entrambi amato appassionatamente e che dai due è stata abbandonata. Da Henrik, pigro, fedele e vile. E da Konrad, altrettanto vigliacco, incapace di sostenere le responsabilità di soldato e di un amore proibito.
Un interrogativo sospeso si estende in tutta la rappresentazione. Il vecchio generale vuole sapere se in quell’alba di caccia Konrad avesse concordato con Krisztina un piano per ucciderlo. Henrik si rivede ancora (mentalmente) di spalle, con  la canna del fucile puntata contro di lui.
Tra i due uomini l’unica che dà risposte è proprio la giovane donna con quel diario che lascia in giro perché il marito possa leggerlo e comprendere quanto lei sia delusa dai suoi comportamenti.
In scena i due uomini sembrano spaventati dalla loro inettitudine: il solitario Henrik infierisce, Konrad si difende tiepidamente, ma finisce per soccombere.
Magistrale la regia di Laura Angiulli
che riesce a calibrare con sobrietà l’azione, nel sapiente gioco di luci disegnato da Cesare Accetta e nella scena essenziale e complementare al (semi)dialogo di Rosario Squillace.
Sorprendente l’adattamento di Fulvio Calise del romanzo “Le braci” dell’ungherese  Sándor Márai  (titolo originale A gyertyák csonkig égnek, ovvero Le candele bruciano fino in fondo): tiene inchiodato il pubblico per circa 70 minuti, spingendolo a una raffica di applausi grazie anche all’efficacia degli attori. Potrete vederlo fino a domenica 27 ottobre.
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