Ecco la quarta puntata del nuovo racconto di Francesco Divenuto dal titolo, Cirù e Ritù. Protagonisti due ragazzi della periferia napoletana durante una passeggiata al Vomero… Dopo un gelato si spingono fino a San Martino. Entrano per ammirare la collezione  dei presepi…
Ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II di Napoli, Divenuto è autore, tra l’altro, di  numerosi saggi su riviste specializzate e di un romanzo “Il capitello dell’imperatore. Capri: storie di luoghi, di persone e di cose” (edizioni scientifiche italiane). Tra i racconti, pubblicati sul nostro portale, Variazioni Goldberg, Il bar di zio Peppe, Carmen e il professore, Il flacone verde (o Pietà per George), Lido d’Amore, Frinire, Primo novembre, Due di noi, Il trio, Quattro camere e servizi, Mai di domenica.

 


Quarta puntata
I ragazzi si fermano indicandosi, a vicenda, quei pastori nei quali hanno riconosciuto i più famosi protagonisti. Sorpresa ed incanto giustificano le loro esclamazioni felici passando da una vetrina all’altra. Infine entrano in un grande ambiente quasi totalmente al buio.
– Ciro, ma io qua non vedo niente.
– Sì, ma aspetta un momento, dobbiamo abituare gli occhi.
Poco dopo, un chiarore aumenta progressivamente fino ad illuminare, con effetto giorno, l’immenso presepe che occupa una intera parete.
– Mamma mia Ciro, com’è grande; avevi ragione e com’è bello. Gesù quanti pastori e guarda tutti quegli angeli che scendono dal cielo.
Poco dopo la luce diminuisce d’intensità fino a raggiungere l’effetto notte quando sul presepe restano accese solo poche luci.
I ragazzi si stanno abituando al repentino cambio e attendono i momenti di massima luminosità per osservare i particolari. In primo piano, al centro della complessa scena, il gruppo sacro è sistemato sotto un reperto archeologico che, in realtà, non riesce a proteggere i personaggi.
Ci sono varie tavole imbandite intorno alle quali siedono persone agghindate con gli abiti di festa; le donne, in particolare, tutte, anche quelle con il figlio al seno, esibiscono collane e gioielli. Così come ricchi cibi sono quelli che portano in dono i pastori che vanno verso il luogo della mangiatoia.
– Ciro, qua mangiano tutti quanti-, e poiché il ragazzo non commenta le sue parole, la ragazza aggiunge, -ma guarda quanto mangiano questi! E guarda pure come sono vestiti, così eleganti; e tutti quei gioielli. Papà, l’anno scorso ha regalato a mia madre una collana di corallo e ha detto che è costata parecchio; ma allora scusa  e’ puverielle addo’ stanno?
-Ma Rita questa è una rappresentazione, come un teatro.
– Che cosa? Ma che cosa vuoi dire, che significa? Ciro.
– Mamma mia, Rita ma come sei ignorante.
– Si vabbè, sai tutto tu, ma fammi il piacere; e guarda dove hanno messo Gesù con la Madonna e San Giuseppe, che cosa sono quelle colonne, io la grotta non la vedo, come mai?
– Non lo so Rita; però ora lasciami guardare; vedi quelle pecore laggiù, guarda sono proprio piccolissime e pure i pastori che stanno lontano sono piccoli.
Nel presepe, gli effetti di prospettiva sono ben studiati con i vari personaggi la cui grandezza diminuisce man mano che sono sistemati nei luoghi più lontani.
– Sì però, Ciro, questi vicini sono bellissimi e pure i cammelli guarda come sono grandi.
– Questi non sono cammelli, Rita.
– E perché? Scusa.
– Questi sono dromedari; non vedi che hanno una sola gobba?
– Uffa Ciro! Ma come sei scocciante; sempre cammelli sono.
Il ragazzo ride; si diverte a prendere in giro la sua amica ma con una tenerezza che maschera un suo nascente sentimento.
Nella sala non ci sono altri visitatori e i ragazzi restano incantati scoprendo sempre nuovi particolari.
– Ciro, senti la musica?
– Sarà un canto di Natale.
– Sì, hai ragione; questa è quella che mette il parroco nostro quando fa il presepe. Madonna mia, se don Mario vede questo presepe, per lo scuorno non lo fa più.
– Ma Rita che paragoni fai; quello il nostro è un presepe di poverielli.
– Sì Ciro, hai ragione; e con tutti i pastori di creta e qualcuno è pure scardato. Ogni anno, quando lo smontiamo, si spezzano braccia e gambe e don Mario l’anno dopo deve appoggiare i pastori a qualcosa per non far vedere che sono rotti. Quest’anno un giorno la signora Luisa, sai quella della salumeria, continua ridendo, ci stava aiutando a montare il presepe e ha detto “Don Ma’ avimme fatte o presepe de’ nani, de’ zuopp e de’ sciancati”. Però poi abbiamo fatto pure la cascata con il laghetto.
– Rita ma tu vuoi scherzare? Ma come ti viene in mente di paragonare questo al presepe della nostra parrocchia, ma fammi il piacere.
– Hai ragione.
– Dai,
dobbiamo andar via.
– Aspetta, fammi guardare un altro poco, così poi a Natale il nostro lo facciamo più bello, dice la ragazza sia pure non convinta.
– Sì! Sì, sogna tu. Se non abbiamo nemmeno un euro come pensi che possiamo comprare nuovi pastori.
– Mamma mia, sei sempre negativo Ciro; e poi fino a Natale c’è ancora tempo.
Percorrendo un lungo corridoio arrivano nel chiostro grande del Museo.
Nell’ ampio spazio, inondato di sole, si fermano guardandosi intorno come per cercare l’uscita. In realtà non sanno cosa dire; tanta bellezza li intimidisce.
In quell’ambiente si sentono estranei eppure capiscono che quell’architettura, quelle monumentali statue sono state fatte per essere, guardate, ammirate. È un sentimento confuso che non riescono ad esprimere.
– Ciro, ma chi viveva qui?
– I monaci, questo, prima
, era un convento.
– Ma allora, dice la ragazza, pure a fare la monaca ci vuole fortuna; quelle povere suore, sai  quelle di Madre Teresa di Calcutta, quelle che stanno nel nostro quartiere c’hanno una casa di poche stanze e, a volte, fanno pure dormire qualche poveretto. Ci sono stata una volta; ho accompagnato mia mamma; abbiamo portato i vestiti di mia sorella più piccola, tanto quelli non servono più invece le suore li lavano, li aggiustano e li danno a quelli più poveri di noi.-
– Uffà Rita, ma tu quando cominci a parlare non la finisci più; stiamo facendo tardi, dai andiamo.
Però nemmeno lui si muove. I due ragazzi restano fermi girando gli occhi intorno; dal prato si sente il frinire delle cicale, l’unico rumore, un suono che cresce d’intensità per poi smettere, ma solo pochi istanti, e riprendere subito dopo.
– Hai ragione Rita. Io qui ci vivrei e poi si vede pure il mare.
– Ti vuoi fare monaca, lo prende in giro la ragazza.
– Ma che scema; qui ci stavano i monaci.
-Guarda Ciro. Secondo te perché ci sono questi teschi?
– Non lo so. Forse sarà stato un cimitero. Ma mo’ basta. Rita se non vieni me ne vado da solo.
– Sì, sì, andiamo. Tu ti ricordi la strada?
Fuori del Museo ripercorrono, di corsa, la strada fino alla piazza della metropolitana. Dalle scale salgono alcune persone.
– È chiusa; hann fatt scioper sti’ quatt curnuti. Io mò voglio sapè comm me ne vac a casa, mannaggia e mamme voste,- urla una donna.
– Ciro e mo’ come facciamo. Se faccio tardi chi lo sente a papà.
– Aspetta, Rita ora domandiamo; ci sarà qualche pullman.-
Ciro cerca di tranquillizzare l’amica ma anche lui è preoccupato. Non sa nemmeno a chi chiedere…
– Dai Rita, non piangere; entriamo qui, questa deve essere un’altra stazione.
                                                                                    (4.continua)

 

 

 

Prima puntata

Il desiderio di una vita migliore
– Guarda, Ciro, guarda com’è bello; e come è grande; mamma mia, tutto questo cielo così scuro.
Con la testa alzata, mentre salgono la scala mobile, i due ragazzi guardano l’ampio soffitto che, come un telone gonfiato dal vento, ricopre la volta della stazione. Sulla superficie curva, blu notte, si distende una spirale luminosa con una serie crescente di numeri anch’essi luminosi.
-Ma perché ci sono quei numeri? chiede la ragazza.
-E pure quella linea curva? Che cosa significa?
– È una regola matematica, risponde Ciro.
– Che cosa?
– Sì, però ora non mi ricordo bene:
ce l’ha spiegato il professore ma anche allora, non ci ho capito molto.
– Non importa. Però è bello lo stesso, vero?
Spinti dalla folla escono all’aperto in una giornata inondata di sole.
Su uno dei quattro lati, che formano il regolare vuoto geometrico della piazza, all’ombra di ampi ombrelloni, i tavolini di un bar occupano buona parte del marciapiede.
– Però Ciro, tu non mi avevi detto che c’eri già stato qui.
– Sì, è stato l’anno scorso quando siamo andati al Museo per vedere una mostra. Però ti devo confessare che non mi ricordo quasi niente. In fondo la giornata non mi era dispiaciuta ed avrei anche voluto prendere appunti, come aveva chiesto il professore; ma sai, i miei compagni mi prendono in giro. Dicono che con gli insegnanti io faccio il “chiattillo”.
– E tu lasciali dire, che te ne importa.
– Rita ma non è facile; già mi sfottono perché, tu lo sai, io a scuola sono bravo; ma che ci posso fare; a me piace studiare. E poi voglio andare all’università. Anche i miei genitori sono contenti. Papà mi ha detto che se studio lui farà qualsiasi sacrificio; dice sempre che vuole darci quello che lui non ha avuto. Io non voglio fare come tutti quelli del nostro quartiere che subito cercano un lavoro e lasciano la scuola. Qualcuno non arriva nemmeno alla licenza di terza media e qualche altro è finito pure male. Ti ricordi il figlio di don Peppino? Il mese scorso lo hanno trovato morto dietro il negozio del barbiere. Sai, quello si drogava.
– Hai ragione, Ciro; ma per favore mo’ non parliamo più di cose tristi.
Ora tacciono continuando a guardarsi intorno. Dopo poco, però, la ragazza riprende.
– Pure a me, Ciro, le amiche mi sfottono perché voglio parlare in italiano. E quando esco con loro, lo fanno apposta, urlano ed io mi vergogno. L’altro giorno, figurati, sono scappata dal pullman; c’erano dei ragazzi perbene. Qualcuno era pure carino; mi sarebbe piaciuto conoscerli, parlare con loro. Scusa che c’è di male. Quelle cretine delle mie compagne parlavano a alta voce e li sfottevano. Io, allora, piano piano mi sono allontanata facendo finta di non conoscerle. E allora loro hanno cominciato a chiamarmi forte; mi sono vergognata tanto che, adun certo punto, sono scesa velocemente dal mezzo. Il giorno dopo, a scuola, mi hanno presa in giro tutto il tempo. Mi hanno fatta piangere. Ma a me non m’importa di quello che dicono. Quando vado nelle strade eleganti, non voglio far vedere da dove vengo; scusa, ho ragione?
Rita e Ciro sono due giovani adolescenti; il ragazzo è più grande di un anno. Vengono da lontano, dalla periferia nord della città; frequentano la stessa scuola. e questa mattina hanno deciso di fare festa. In realtà non c’era lezione perché era stata decisa un’assemblea. Gli studenti volevano discutere sulle precarie condizioni statiche del loro istituto. In una classe, infatti, qualche giorno prima erano caduti dei calcinacci dal soffitto; poca cosa ma era sembrata un’occasione di vacanza da non perdere. Le assemblee, da sempre, sono servite anche a questo.
I due ragazzi si fanno simpatia e, da qualche tempo, stanno insieme in quel gioco che non è ancora sfociato in un vero amore e che loro stessi non saprebbero definire.
Entrambi sentono il desiderio di una vita migliore; qualcosa di diverso, qualcosa che non riescono a esprimere ma che sanno di non poter trovare nel loro ambiente sociale. Il loro, infatti, è un rione popolare, senza storia, sorto da pochi anni; un insieme di palazzoni, tutti uguali dove vivono povere famiglie qui trasferite dopo il terremoto che aveva distrutto le loro abitazioni. Al principio, rispetto alle vecchie case, il quartiere, tutto così nuovo, era sembrato bellissimo. C’erano pure i giardinetti. Poi, le promesse per l’apertura di tutte le attività -come il grande centro commerciale, la banca, l’ufficio postale ed anche il cinema- erano venute meno. Anche i giardinetti oggi sono diventati un campo polveroso dove i ragazzi giocano a pallone e la sera ci vanno i drogati.
Nel nuovo rione c’è solo qualche piccolo negozio, la chiesa e, appunto, la scuola. E anche questa, in verità, non ha vita facile. Molto spesso avvengono furti o devastazioni mentre gli insegnanti, appena possono, chiedono il trasferimento.
                                                                               (1.continua)

Seconda puntata
Quasi tutte le famiglie provengono da un ceto sociale molto povero, soprattutto sul piano culturale. Non hanno gli strumenti di conoscenza per aiutare i figli nella loro crescita. Le possibilità economiche, per poter andar via, non esistono. E forse non c’è nemmeno la volontà perché negli adulti il malessere è poco avvertito; in fondo continuano la vita di sempre fatta di lavoro, poco, o, più spesso, un arrangiarsi giornaliero con espedienti ai limiti della legalità. Le esigenze dei giovani sono viste come inutili sogni senza alcuna speranza di potersi realizzare.
Per i due ragazzi tutto questo sa di emarginazione anche se non sanno esprimere il proprio disagio. Ma alla loro età fuggire da quell’ambiente o almeno viverlo senza lasciarsi condizionare, è difficile; e non sempre riescono ad individuare quei condizionamenti che subiscono ogni giorno poiché la realtà che li circonda è l’unica che conoscono. Non sanno come districarsi in quel mondo così ostile nel quale vivono da sempre.
Le proteste dei due ragazzi, sono state male interpretate e, non pochi fra gli amici, hanno cominciato a prenderli in giro chiamandoli con i nomi di alcuni popolari protagonisti televisivi. E quando lo sfottò è terminato, i ragazzi sono rimasti più soli. Anche i loro nomi, così legati alla tradizione, li costringono a prendere atto della propria condizione. In famiglia, e gli amici, li chiamano Ciruzzo e Rituccia; nomi che, il più delle volte, nelle grida di richiamo, diventano Cirùùù e Ritùùù con quella vocale finale accentata e ripetuta, eco delle voci nel silenzio della sera.
– Guarda, Ciro, guarda. Io vorrei abitare qui. Vedi quel balcone pieno di fiori? mi piacerebbe stare in quella casa; a te no?
– Ma non lo so…-
– Perché a te non piacerebbe?
 insiste la ragazza.
– Ma Rita, tu lo sai quanto costa qui una casa? E poi, non mi piace, io voglio vedere il mare, così quando mi sveglio la mattina dal balcone posso guardare le barche con i pescatori che rientrano.
– Sì, sì, va bene, tanto è inutile pensarci, queste case non sono per noi.
– Chi te lo ha detto; io un giorno farò tanti soldi e mi compro una casa con il più bel panorama della città.
– E poi mi inviti a casa tua?
– Che scema che sei.
I ragazzi ridono mentre, fermi sul marciapiede, non si decidono sulla direzione da prendere.
– Mò che facciamo, Ciro, dove andiamo?
– Aspetta, prima ci compriamo un gelato, lo vuoi?
– Sì ma ce l’hai i soldi?
– E sennò che ti dicevo di prendere il gelato?
 Dai, vieni, andiamo in quel bar.
Nel locale, con grandi specchi alle pareti, i tavolini ed i banchi con una pasticceria elegantemente esposta, i due ragazzi si guardano intorno con un disagio misto ad una evidente insicurezza. Si sentono estranei ma, proprio per questo, Ciro si atteggia; in fondo lui è l’uomo ed a lui tocca comportarsi con disinvoltura.
– Mamma mia, Ciro, com’è grande questo bar e come è elegante; pensa al bar di donna Concetta, sempre pieno di mosche.
Al banco dei gelati Rita guarda le colorate vaschette allineate. Non è facile decidersi; i gusti sono tanti; qualcuno, con un nome esotico sulla targhetta che non avevano mai saputo.
– Stai zitta e scegli il gelato. Il ragazzo recita una sicurezza che in realtà gli costa fatica; nemmeno lui è mai entrato in un locale simile. Con gli amici al massimo è andato in pizzeria ma quelle, si sa, hanno sempre un aspetto familiare.
Il cameriere, un elegante signore con una impeccabile giacca bianca, li guarda con tenerezza.
– Ragazzi, dovete fare prima lo scontrino alla cassa, dice.
– Ah!, va bene.-
E all’elegante signora chiedono:
– Due gelati per favore.-
Da quanto? Volete il cono o la coppetta?
I ragazzi non sanno districarsi anche se la richiesta in fondo è così semplice.
La giovane donna sorride con fare materno. L’ingenuo atteggiamento dei ragazzi è disarmante; la loro timidezza è tanto evidente quanto commovente. Certo non sono di questo quartiere, pensa la donna.
– Va bene se faccio due coni con due gusti ognuno?
– Si grazie,– dice Ciro in fretta e paga.
Con lo scontrino ora ritornano al banco dei gelati.
Rita guarda, ma ancora non sa decidere.
– E fai presto, dai Rita.
 Aspetta, fammi guardare bene, abbiamo pagato, no?
– Ecco, dice, io prendo malaga e frutto della passione.
– Eh! Ma che cosa vuoi? Chiede il ragazzo.
– No, no va bene, allora facciamo malaga e gelso.
– Ciro, poi chiede all’amico sottovoce, ma che sapore ha il frutto della passione?
– E io che ne so, ma non potevi prendere fragola e limone?
– E poi che gusto c’è. Quelli li prendo al bar di donna Concetta, scusa.
Con i due coni che gocciolano, escono di nuovo nella piazza dove, ai tavolini all’aperto, sono sedute eleganti signore. Qualcuna li guarda con curiosità.
I due ragazzi si allontanano in fretta da un luogo che sentono ostile.
– E quanto so cari sti’ gelati, mannaggia, dice il ragazzo.
– Mi dispiace.
– Però so’ buoni, vero?
 Facevo per dire, Rita, non ti preoccupare. Oggi mio fratello Gigino mi ha dato cinquanta euro; gli ho detto che dovevo uscire con la mia ragazza.
– Ma io non sono la tua ragazza,– scherza Rita.
– E io non ho detto che uscivo con te.-
– Ah! È così? Eh!
Ridono in una scaramuccia
 che ha il sapore di una prima ingenua storia senza malizia. In realtà recitano un ruolo che ancora non dominano. A loro manca quella necessaria sicurezza, o il coraggio necessario per fare il primo passo.
Ora la ragazza si guarda intorno.
– Dove andiamo adesso, Ciro? Chiede.
Non lo so. Guarda come ti sei combinata la maglietta, ride. Aspetta, ti do un fazzolettino. Il Museo deve essere da quella parte; mi ricordo che salimmo certe scale mobili; le vedì lassù?
– Ma io non voglio andare al Museo, dai Ciro.
– No, ma mi ricordo che c’era anche un bel giardino e poi dalle terrazze c’è il panorama. Si vede tutta la città.
– E si vede pure il nostro quartiere?
 Questo non me lo ricordo; forse no.
 Meglio così, Ciro, quello il nostro quartiere è una schifezza.
– Dai Rita, non dire così; e poi ci stiamo pure noi. Ora che mi ricordo si vedono i grattacieli; sai quelli del Centro Direzionale. E pure l’aeroporto. Dai andiamo.
 Ciro. Ma sei sicuro che si va di qua, perché non domandiamo.
– Uffa Rita; cammina. Sono sicuro; ecco, lo vedi quel muro? Quello è il castello.
– Ma non dobbiamo andare al Museo?
– Il Museo sta un po’ più avanti.
 È attaccato al castello.
 Mamma mia, mi sono messe le scarpe nuove. Chi me lo ha fatto fare., Ciro vai piano, per favore.
– Guarda Ciro, il Vesuvio; aspetta fammi guardare.
Affacciati alla balaustra del piazzale, davanti al Museo, i due ragazzi restano incantati cercando di orientarsi nel panorama che si apre sulla città antica.
(2.continua)

 

Terza puntata
– Ciro, che chiesa
 sarà quella cupola verde.
– Dove?
– La, vedi;
 mamma mia quante case. E guarda laggiù, nel porto, le vedi le navi? come sono grandi.
– Sono quelle da crociera.
– Chi sa dove vanno. Mi piacerebbe fare un viaggio, a te no?. Ciro quanto costerà il biglietto?
– Ma io che ne so; mi fai certe domande.
Dopo poco la ragazza riprende.
– Ciro, ma tu a Roma ci sei stato mai?
– Sì; una sola volta, con mio padre; andammo a vedere una partita del Napoli e abbuscaimo pure. Papà si incazzò ma a me non me ne importava niente. Mi aveva portato a vedere la fontana di Trevi, San Pietro e pure il Colosseo.
– Uh! Ciro, guarda laggiù, c’è la neve! Ma com’è possibile, scusa.
La giornata è nitida e il cielo terso lascia vedere le montagne lontane che chiudono l’orizzonte della città.
– Quelle saranno le montagne dell’Irpinia, sai verso Avellino. Una volta siamo andati a trovare una zia di mia madre; il paese si chiama Monteforte. Ma era inverno e trovammo la neve. Non lo sapevamo, e che freddo.
– Hai visto la neve? E com’è? Deve essere bello.
– Sì ma non avevamo gli abiti adatti e restammo due giorni chiusi in casa.
 Che scemi; ma non lo sapevate che con la neve fa freddo?-
– Mia mamma c’era stata solo d’estate. Però ci voglio tornare. Dai ora entriamo, si fa tardi.
Alla biglietteria dicono che non debbono pagare perchè hanno meno di diciotto anni. Ciro è contento ma Rita, per quella civetteria tutta adolescenziale, ha sperato che almeno chiedessero i documenti.
Nel cortile del Museo. Ciro alza la testa guardando le alte mura del vicino castello che domina la Certosa mentre Rita già corre verso un passaggio dove ha visto alcune carrozze.
– Ciro, dai vieni, guarda queste carrozze. Come sono alte; ma non era difficile salirci?
– Ma che dici; c’erano i servi che ti aiutavano.
– Sarà! Certo quando passavano per la strada tutti si dovevano fermare a guardare. Poi sorride e, a bassa voce, aggiunge:
– Ciro ci pensi se anche noi ritorniamo nel quartiere su questa carrozza. Facciamo morire d’invidia tutti quanti.
– Sì, facciamo carnevale; Rita quelli quando ci vedono, ci prendono a fischi e pernacchie.
– Mamma mia, Ciro come sei volgare, non hai proprio fantasia.
Sì, la fantasia. Dai muoviti, andiamo fuori sulla terrazza.
Dall’ampio spazio inondato di sole, la vista della città è completa. Lontano si vede il mare con il porticciolo turistico e la collina dei quartieri più eleganti, quelli dove quasi tutte le case hanno il panorama.
– Ciro, quelle sono le case dove vorresti abitare tu, è vero?
Il tono della ragazza è ironico ma non offensivo. In fondo che male c’è a sognare almeno un poco. Rita sa che quel desiderio il suo amico non lo ha mai confessato a nessuno nemmeno in famiglia. Ciro sorride; non si arrabbia.
– Ora dove andiamo? Si può scendere nel giardino?
– Credo di sì; ma così non vediamo niente. Almeno facciamo un giro veloce nelle sale. Mi ricordo che c’era un presepe molto grande, figurati che prendeva tutta una stanza intera, ma una stanza enorme; vieni, te lo voglio far vedere. Dai muoviamoci, ora domandiamo a qualcuno sennò qui ci perdiamo.
– No aspetta Ciro, fammi vedere; ci sono dei modellini di navi. Mio fratello costruisce modellini ma questi sono davvero grandi.
– Leggiamo i cartelli; vediamo: qua dice che sono navi borboniche. Sono fatte proprio bene. Ora però andiamo, dai.
Un addetto del Museo indica ai ragazzi la strada più breve per arrivare alla sezione dei presepi.
I due ragazzi entrano in ambienti dove, in grandi vetrine, sono sistemati pastori di diversa grandezza, suppellettili, oggetti di uso quotidiano ma anche tanti animali: un vero bestiario e non soltanto di quelli da cortile.
Rita s’incanta nell’osservare: tavole imbandite alle quali siedono personaggi con abiti troppo ricchi per essere quelli della povera gente e poi intere vetrine nelle quali sono esposte verdure, pezzi di carne, ceste con pesci e crostacei, montagne di frutta, formaggi. Capolavori in miniatura di un’arte antica che guarda alla natura con realismo non privo di poesia. Purtroppo i ragazzi non hanno ancora il concetto di “natura morta”.
Poi arrivano davanti a una vetrina nella quale un lungo corteo dei re magi occupa l’intera scena. In testa i suonatori, con strumenti che i ragazzi non sempre riconoscono. Seguono cammelli e cavalli, sui quali avanzano i re magi vestiti anch’essi con ricchi abiti di foggia orientale, e poi ancora elefanti, scimmie ed altri animali, guidati da ragazzi, che chiudono la lunga processione
– Ciro ma quello non è un mandolino, vero? E quell’altro, vedi, chissà che strumenti sono; io non li ho mai visti.
– Sono strumenti antichi, Rita, strumenti che si suonavano allora; forse oggi non esisteranno nemmeno più. Però so’ belli; mi piacerebbe sentirli suonare.
Anche i servitori, che portano i doni, e tutti coloro che seguono a piedi il corteo, molti dei quali mori, vestono stoffe preziose. La fattura e le stesse espressioni dei volti, fanno dei pastori piccoli capolavori spesso firmati da grandi artisti.
La precisione dei particolari, in ognuna di quelle figure, testimonia una capacità artistica e artigianale legata alla tradizione cittadina; un’arte presepiale della quale i ragazzi sanno poco.
In alcune vetrine sono composti presepi nei quali, intorno al gruppo sacro, sono sistemati tutti quei personaggi ritenuti, dalla tradizione, indispensabili in ogni rappresentazione per quanto modesta.
                                                                                                       (3.continua)
Nella foto, l’opera di Mario Merz nella stazione metro di Piazza Vanvitelli al Vomero