Ecco la seconda e ultima puntata del nuovo racconto di Francesco Divenuto. Una domenica surreale, che comincia  con la voglia di una colazione al bar, ma…
Ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II di Napoli, Divenuto è autore, tra l’altro, di  numerosi saggi su riviste specializzate e di un romanzo “Il capitello dell’imperatore. Capri: storie di luoghi, di persone e di cose” (edizioni scientifiche italiane). Tra i racconti, pubblicati sul nostro portale, Variazioni Goldberg, Il bar di zio Peppe, Carmen e il professore, Il flacone verde (o Pietà per George), Lido d’Amore, Frinire, Primo novembre, Due di noi, Il trio, Quattro camere e servizi.

Seconda e ultima puntata
Guardandoci, io e mia moglie,
cerchiamo di pensare quali potrebbero essere i lavoratori che non hanno aderito. Certo, lei dice, in ospedale oggi non operano, sarà attivo solo il pronto soccorso ed i reparti di ammalati gravi; del resto, aggiungo io, la domenica è sempre stato così. In questo non c’è alcuna novità. Ed i pompieri? Chiede lei. No, no, le dico, quelli non possono mancare; gli incendi o gli allagamenti non hanno giorni stabiliti per accadere. Giusto, dice mia moglie; e i ferrovieri? Non essendoci lavoro, dice, non ci sarà bisogno dei treni per i pendolari.
Sì, certo, dico, ma qualcuno, semmai vorrebbe approfittare proprio della domenica per andare a trovare i parenti lontani non ti pare? Non ribatte e camminando continuiamo ad elencare le possibili categorie di lavoratori che non avranno aderito alla richiesta di riposo, ora non ricordiamo più avanzata da chi. Sembra quasi un gioco anche se non riusciamo ad essere allegri. La verità è che non abbiamo la forza di imprecare. Ma non è rabbia la nostra; almeno io, ora sono terrorizzato: questo vuoto mi spaventa e questo silenzio assoluto, irreale mi fa paura. Sarà così la morte? Mi chiedo senza parlare.
Siamo a casa e mia moglie, santa donna, mi suggerisce di guardare la televisione mentre lei prepara uno spaghetto al pomodoro. Per pura curiosità telefono al Museo archeologico per sapere il giorno di chiusura. Il telefono suona a lungo. Ci sarà folla alle casse, penso; anche se oggi è gratis dovranno comunque staccare i biglietti se non altro per poter conteggiare l’affluenza e verificare, così, la validità dell’iniziativa.
Solo dopo molti squilli una voce registrata, la solita? Avverte che i lavoratori del Mibact hanno aderito alla richiesta, avanzata da molti sindacati e incoraggiata dalle autorità religiose, per cui resteranno chiusi la domenica in modo da consentire ai propri lavoratori di santificare la festa con le proprie famiglie. Facendo che cosa? Non posso fare a meno di urlare anche sapendo che nessuno può rispondermi.
Non ascolto fino in fondo la telefonata al Conservatorio di musica e ai principali teatri cittadini, fatta per pura curiosità, perché convinto che il risultato sarà lo stesso. Non sono uno sportivo ma ora ricordo di aver letto che anche tutte le società sportive hanno aderito a questo, diciamo vuoto, domenicale. Non oso telefonare ai servizi cimiteriali.
Apro il balcone. Guardo in alto; anche il cielo mi appare deserto. È una sensazione strana; non un apparecchio; e nemmeno un uccello. Avranno fatto festa anche loro penso sorridendo ma non troppo. L’ampia distesa del golfo sembra, se possibile, immobile; non vedo imbarcazioni di diporto, le grandi navi da crociera e nessun battello per le isole passare; che strano, a quest’ora dovrebbe esserci almeno il postale per Palermo, penso.
Dai palazzi vicini non un rumore, non una luce; nessun segno di vita. Comincio a preoccuparmi. L’aria è immobile: questo deserto, quest’assenza di ogni forma di vita, questo vuoto, questo silenzio; tutto è fermo. Questa realtà che mi circonda è così irreale, non la riconosco; è terrificante. Terrorizzato mi pongo domande per riprendere consapevolezza di quello che non riesco a comprendere.
Deve esserci una spiegazione convincente. Che cosa può essere successo? Che cosa di catastrofico è accaduto e ci è sfuggita? Dove sono gli altri? Possibile che ci sia stato un cataclisma e noi siamo gli unici superstiti? Spaventato rientro chiudendo il balcone alla spalle nella stupida illusione di lasciare fuori quest’angoscia che mi tiene con il fiato sospeso ed alla quale non riesco a dare un senso. Mi siedo in poltrona ed accendo il televisore sperando in un telegiornale che mi dia qualche informazione.
Guardo il nuovo apparecchio al plasma con schermo panoramico. Così, ha detto mia moglie, i protagonisti ti entrano in casa; come se li avessi invitati, ho aggiunto io prendendola in giro. Su tutti i canali un leggero fruscio accompagna una nebbiolina che occupa l’intero schermo. Un cartello avverte: Ogni sei ore una voce, senza video, avvertirà di eventuali urgenze o disastri accaduti nel paese.
Sono terrorizzato; voglio urlare, piangere ma, per fortuna, mia moglie mi chiama; dice che è pronto in tavola e, poco dopo, mi presenta un piatto di spaghetti al burro. Scusa, mi dice, ieri ho dimenticato di comprare i pomodori, non abbiamo frutta e non ho scongelato il pane. Che sbadata; non mi era mai successo. Sto diventando vecchia. Ma dai, la conforto, che vuoi che sarà mai, capita a tutti. Sapessi quante cose dimentico io. Su, mangia. Buon appetito. Com’è buona la pasta al burro vero? lei dice mentre grossi lacrimoni innaffiano i tagliolini nel suo piatto.
All’improvviso mi sveglio ritrovandomi in un mare di sudore. Devo aver gridato nel sonno perché anche mia moglie è sveglia e mi guarda spaventata. Scusa le dico, ti ho svegliata, dai vestiti andiamo al bar a fare colazione. Ora? Mi dice lei, ma sono appena le cinque del mattino. Davvero? scusa, mi dispiace; hai ragione, dormiamo ancora un po’. Sono ancora agitato e ho voglia di parlare.
Sai domani voglio andare al mare, ti ricordi quel bel ristorantino, sulla spiaggia? Poi nel pomeriggio andiamo al cinema, c’è quel film che volevamo vedere, ti ricordi come si chiama? E poi la sera prendiamo un bel gelato in quel bar con la terrazza panoramica, sei contenta?
Sì, sì mi dice, ma ora lasciami dormire per favore, mentre un lieve russare già le sale dalla bocca dischiusa in un leggero sorriso.
                                                                                                (2.fine)

 

 

Prima puntata

Domenica. Dico a mia moglie di uscire; faremo colazione al bar le dico. Seduti con cornetti e cappuccino caldo, con una spruzzata di cioccolato, come piace a noi. È  giusto che anche lei si riposi oggi che è domenica. Purtroppo il bar sotto casa è chiuso; penso per riposo settimanale; ma non è un problema. Nel viale, dove abitiamo, ci sono molti altri esercizi. Camminiamo allegri, la giornata è calda ma un leggero venticello rende i nostri passi piacevoli. Guardiamo i negozi: com’è giusto, sono chiusi ma le vetrine sono illuminate. Forse possiamo scegliere qualcosa da comprare domani. Ridiamo, tenendoci per mano; stiamo bene e siamo allegri.
Nel viale, però, dopo un poco, ci accorgiamo che anche gli altri bar sono chiusi, non ci vuole molto a capire che sono tutti ma proprio tutti chiusi. Su una serranda leggo un cartello: “Anche i lavoratori di questo esercizio hanno diritto al riposo domenicale”. Hanno ragione, commentiamo, guardando la strada deserta. Non sarà questo contrattempo a rovinarci la giornata. Decidiamo di andare verso il mare dove, certo, troveremo qualcosa.
Non è ancora piena stagione balneare ma molti stabilimenti, ormai da tempo, hanno incrementato la propria attività aprendo bar e, qualcuno anche un ristorante. In uno di questi, ricorda mia moglie, abbiamo mangiato una sera; è stata una bella esperienza, dice, romantica aggiunge stringendomi la mano. Sorrido e, con un’allegria nel cuore, che da tempo non provavo, avanzo godendo del vento fresco che viene dalla costa.
Sulla riva però, altra sorpresa; gli stabilimenti balneari sono chiusi ed il solito cartello che reclama il riposo domenicale per i gestori e per il personale. Nello specchio d’acqua tutte le imbarcazioni sono ferme, legate alle bitte. Mia moglie, ottimista, m’incoraggia: “Alla nostra età una passeggiata non può farci che bene. Arriviamo al ristorante un po’ più avanti, così saremo stanchi e mangeremo con più appetito”. La strada non è breve ma la nostra allegria è ancora molta.
Speranza presto disattesa; le porte del ristorante sono chiuse e il solito cartello ci ricorda che è domenica anche per i proprietari i quali, sensibili, hanno aderito alla campagna per la chiusura domenicale di tutte le attività commerciali.
Ora siamo stanchi : “Meglio rientrare, dico, mangiamo a casa e, nel pomeriggio, possiamo andare al cinema”.
“Aspetta, aggiunge mia moglie, ricordo che al Museo archeologico, da qualche giorno si è inaugurata una importante mostra. E poi ci pensi, aggiunge, sembra che la domenica sia gratis. Ci godiamo l’Esposizione con tranquillità e semmai potremo  prendere un toast ed un caffè al bar del Museo.
Tutto non è perduto; mi sembra un’ottima idea per trascorrere la domenica. Il Museo non è lontano ma ora sentiamo un po’ di stanchezza; preferisco chiamare un taxi.
Una voce metallica avverte che il servizio domenicale è previsto solo per urgenze come, ad esempio, andare all’ospedale. Provo con altre compagnie; il risultato non cambia. Non c’è che dire: a giudicare dal risultato la solidarietà dei lavoratori ha funzionato.  Alle fermate degli autobus i display sono spenti. Credo di capire perché.
Non ci avviliamo, dice mia moglie, sempre decisa a guardare il bicchiere mezzo pieno. Poiché siamo anziani, ma non ancora cadenti, una passeggiata, semmai rallentando il passo, può essere un ottimo esercizio per la nostra salute. Il dottore non fa che raccomandarci di fare moto, ti ricordi, dice allegra anche se nella voce le sento una nota di pianto represso. Non importa, al Museo possiamo andarci un qualsiasi giorno; ora che siamo in pensione non è il tempo che ci manca semmai, spesso, il problema è come riempire tutto questo benedetto tempo che abbiamo a disposizione.
Nella strada deserta ora noto cose che, prima, mi erano sfuggite come, ad esempio, che anche tutte le edicole dei giornali sono chiuse. Solo una macchina avanza piano senza alcun rumore. Un cane passa veloce con la coda fra le gambe; è evidente che è spaventato forse si aspetta che gli abbaiamo, penso. Lentamente rientriamo verso casa passando, prima, per il cinema multisale; nel pomeriggio un film da vedere lo troviamo.
Anche se quelle serrande sono rigorosamente chiuse data l’ora, il solito cartello avverte che il cinema non aprirà nel pomeriggio per i soliti motivi. Mi guardo intorno: non un segno di vita, solo silenzio e vuoto. Non parlo ma questa situazione sta diventando inquietante.
                                                                                      (1.continua)
In foto, Melina Merkouri