Ecco la terza puntata e ultima puntata del nuovo racconto di Francesco Divenuto. Il dilemma: cosa fare di una libreria e di tutti i libri che si sono accumulati sugli scaffali. Ecco l’autore sviluppa i criteri dei primi tre libri da abbandonare…
Ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II di Napoli, Divenuto è autore, tra l’altro, di  numerosi saggi su riviste specializzate e di  due romanzi “Il capitello dell’imperatore. Capri: storie di luoghi, di persone e di cose” e “Vento di desideri “(edizioni scientifiche italiane).
Tra i racconti, pubblicati sul nostro portale, Variazioni Goldberg, Il bar di zio Peppe, Carmen e il professore, Il flacone verde (o Pietà per George), Lido d’Amore, Frinire, Primo novembre, Due di noi, Il trio, Quattro camere e servizi, Mai di domenica, Cirù e Ritù, Una notte in corsia, Gennaro cerca lavoro (il peccato originale)”, “Fine stagione”, “Assemblea straordinaria al College”.
TERZA E ULTIMA PUNTATA
Ho deciso. Ecco i primi tre libri: Thomas Mann, García Márquez e Jorge Luis Borges. Per la verità niente lega gli autori, confesso che la scelta non riflette nemmeno tutti i ragionamenti precedenti; li ho scelti solo perché sono doppioni, senza che questo possa diventare un criterio poiché i doppioni non sono molti. Ma come prova del mio progetto potrebbero funzionare; nessuno dei tre libri supera le 130 pagine mentre quello di Borges, forse il solo che potrebbe presentare qualche difficoltà, è formato da scritti alcuni dei quali molto brevi e questo, certo, faciliterebbe la lettura. Domani inizierò questa campagna di invito alla lettura.
Non escludo che possa scattare una sensibilizzazione collettiva in modo che questa mia iniziativa si possa diffondere per cui altri lascerebbero qualche libro in un luogo pubblico, non necessariamente un mezzo di trasporto.
Si creerebbe così una sorta di “libro sospeso” senza, in questo caso, nessun intermediario, come avviene nel caso del caffè, noto e simpatico rito in uso in alcuni bar da tempo non più soltanto in quelli napoletani.
Domani lascerò il libro di Márquez che più facilmente potrebbe trovare un estimatore. Non so dire in quale pullman. Lo farò su uno di quelli che hanno lunghi percorsi; non deve essere, però, troppo affollato altrimenti non potrò osservare le reazioni di chi dovesse raccoglierlo. Sul mezzo stesso, infatti, farò una prima verifica notando tutto quello che succederà.
Cerco di immaginare le possibili reazioni. Chi non ha dimestichezza con l’oggetto libro lo prenderà semmai pensando di poterlo vendere. In questo caso mi dispiace ma temo che avrà una cocente delusione. È il caso di ricordare, ancora una volta, che “con la cultura non si mangia”.  Ma sono ottimista. Sono sicuro che la maggior parte delle persone lo sfoglierà con maggiore o minore interesse e qui scatteranno molti fattori. Giocheranno soprattutto il grado di cultura e la conoscenza se non del libro quanto meno dell’autore.
Ecco, ora sono seduto avendo lasciato il libro su un sedile poco distante dal mio; non ho nemmeno visto su quale linea sono salito, ma è uno di quei mezzi che raggiungono la periferia; non ci sono molti viaggiatori; fingo di leggere il giornale. Alla prossima fermata sale altra gente, qualcuno si accorgerà del libro.
Ecco, un giovane, quasi un ragazzo, si è seduto; si gira, guarda il libro per un attimo, senza toccarlo, poi si alza avvicinandosi all’uscita. Di sicuro non avrà avuto molto tempo per decidere che cosa fare, penso. Ora è la volta di una signora non giovane, ma nemmeno molto anziana. Dall’aspetto potrebbe essere un’insegnante, una professionista o anche una tranquilla madre di famiglia. Mi sembra incuriosita. Credo che almeno conosca l’autore.
Prende il libro e, dopo essersi guardata intorno, comincia a sfogliarlo. Lo fa con cura; è certo abituata a leggere, penso. È possibile anche che conosca il libro e che lo stia guardando con piacere come quando incontriamo un amico che non vedevamo da molto tempo. Ogni tanto guarda la strada; starà verificando quanto manca alla sua fermata. Ed infatti, dopo poco si alza con ancora il libro in mano. Sono curioso di vedere che cosa farà. Ecco arrivato il momento della verità. La donna richiude il libro, lo gira ancora un momento; sembra che stia pensando che cosa fare. Poi si china e lo lascia sul sedile avviandosi all’uscita.
– Signora, dimentica il suo libro?
– Non è mio, era già lì. Qualcuno l’avrà dimenticato. Potremo darlo all’autista. Può darsi che chi lo ha perso, cerchi di recuperarlo. Ora però io non posso, devo scendere; buongiorno, conclude e va via.
Chi ha parlato è una giovane donna la quale, ora, mi guarda sorridendo.  Anch’io sorrido senza commentare. Il libro aspetta una sua seconda possibilità; il viaggio è ancora lungo. Dopo poco la donna, con fare discreto, gira il libro, lo rigira, lo guarda ancora un istante e poi distoglie lo sguardo lasciandolo dov’è senza alcuna curiosità. Non lo ha sfogliato e non ha nemmeno aperto la copertina, un gesto direi abituale per chi guarda per la prima volta un libro. Poi si alza e va via.
Il suo comportamento mi ha spiazzato nel senso che non riesco a darmi una spiegazione. Poteva consegnarlo all’autista, come aveva suggerito lei stessa. Forse avrà anche pensato che non poteva prenderlo in quanto io ero stato testimone, poco prima, del fortuito ritrovamento. Ma lo scarso interesse che ha dimostrato mi fa pensare che, in realtà, non abbia nessuna dimestichezza con il libro in quanto oggetto. Mi pento di non averle rivolto la parola; certo avrei potuto capire molte cose, senza correre ora il rischio di un giudizio affrettato e forse ingiusto.
Adesso il pullman è quasi vuoto, manca poco al capolinea. Sale un giovane; dall’aspetto sembra uno studente. Si siede, credo proprio attratto dal libro. Il ragazzo prende il libro, lo gira, poi lo apre e comincia a leggere. Ecco il lettore che aspettavo.
Purtroppo le fermate sono poche prima che il mezzo si fermi avendo completato il percorso. Ora è fermo; con un pretesto mi attardo. Intendo vedere come si comporterà. Ed infatti il giovane, quasi senza smettere la lettura, scende e continua a camminare, piano, con il capo sul libro ancora aperto.
Lo seguo con discrezione. Il suo atteggiamento è incoraggiante. Sono soddisfatto; in realtà non speravo in una soluzione così felice. Quanti luoghi comuni sui giovani. Credo di aver trovato a chi dare i miei libri. Potrei avvicinarlo, spiegargli le mie intenzioni chiedendogli se fosse interessato ad altri libri. Se, come credo, è uno studente, le condizioni economiche certo non gli permettono di acquistarne molti ed io sarei sicuro di averli dati alla persona giusta. Potrei anche chiedergli, se fosse d’accordo, di creare una sorta di banca libri. Dopo averli letti lui stesso potrebbe passarli ad amici, studenti come lui.
Siamo fermi a un semaforo; ho deciso che aspetterò ancora prima di presentarmi.
Ora il semaforo da via libera. Il ragazzo chiude il libro e con un gesto rapido, prima di attraversare, lo getta in un vicino cestino dei rifiuti.
Tutto è avvenuto così fretta da non darmi il tempo di pensare; spinto dalla folla mi ritrovo sul marciapiede di fronte. Sono agitato, il cuore stenta a ritrovare il suo ritmo. Vorrei raggiungere quel giovane, chiedergli perché non lo abbia lasciato dove lo ha trovato o che cosa lo abbia deluso nelle poche pagine che sarà riuscito a leggere. Ma che cosa potrei sapere che non abbia già capito.
Ritorno indietro e riprendo il libro dal cassonetto. Con un fazzoletto cerco di pulire la copertina dai residui di cibo che hanno lasciato macchie di unto. Ritorno sui miei passi pensando, con amarezza, che nessuno poteva esprimere il destino del libro di Márquez meglio del titolo stesso: Racconto di un naufrago.
                                                                                                         (3.fine)


SECONDA PUNTATA
I classici li conservo, mi sembra logico
. Ed ecco il primo quesito: poiché non tutte le pubblicazioni diventano, poi, dei classici di cui vogliamo avere una copia nella nostra biblioteca, mi chiedo quando un libro può essere definito un classico, tale da doverlo assolutamente conservare?
Naturalmente la critica ci aiuta; così Tolstoj, Cecov, Flaubert, o, mettiamo, il teatro di Shakespeare, ebbene su questi non ci sono dubbi; anche se non ho letto tutto Flaubert o Tolstoj ma, certo, Madame Bovary, Anna Karenina o Guerra e Pace, quelli nessuno li tocca. Venendo, però, ad autori più vicini a noi il dubbio mi assale. Se ho letto, mettiamo, Le memorie di Adriano posso dire di avere compreso il vero significato dell’intera opera della Yourcenar per cui posso dare via gli altri testi della scrittrice? E se ho letto e riletto molte volte Ferito a morte, ho davvero capito Raffaele La Capria? Questo vale per il Giovane Holden e questo si può dire per tantissimi altri autori dei quali, spesso, un solo testo riesce ad esprimerne il pensiero, la poetica.
Accettando come valido questo giudizio allora, per ogni autore, potrei conservare un solo volume ossia quello nel quale, appunto, meglio ha espresso il suo pensiero. Mi accorgo di aver solo spostato il problema più avanti. Come posso, infatti, con certezza giudicare il significato di un testo? Con quale criterio fra tutti i libri di Calvino, Pavese o Tabucchi, tre autori da me molto amati, scelgo il testo? Di Calvino, ad esempio, lascio nella mia libreria Le città invisibili oppure Lezioni americane? e di Pavese e di Tabucchi, quale libro scelgo? Naturalmente il criterio non può che essere personale ma mi sorge il dubbio che il ragionamento sia viziato all’inizio ossia pensare che un solo libro possa esprime tutto quanto un autore volesse dire e che poi più niente, nella sua produzione, abbia ricoperto la stessa importanza. Non dico che, in alcuni casi, non sia vero, ma si può generalizzare?
Basta tergiversare; sono giorni che guardo questo mare di carta e non so decidere. Potrei venderli; e per ricavarne cosa? Per una volta sono d’accordo con quel tale che disse: “con la cultura non si mangia”. E allora? Potrei regalarli. Ecco, questa potrebbe essere una soluzione. Potrei darli a qualcuno che li venderebbe semmai su una bancarella; sì, insomma, a un bouquiniste; saprei anche dove trovarlo ma, poi, il problema sarebbe come portarglieli.
Sarà pure vero che con la cultura non si mangia ma purtroppo i libri pesano. Ce ne accorgiamo quando facciamo un trasloco perché il costo per inscatolare e trasportare tutti i libri, “tutte queste chiacchiere” come mi disse l’addetto nel momento di calcolare il preventivo, è davvero notevole. Allora scartiamo anche l’ipotesi bouquiniste almeno che non voglia lui stesso prelevarli a casa mia, cosa di cui dubito.
Le soluzioni possibili si sono ridotte; si potrebbe trovare qualcuno, al quale regalarli. Purtroppo temo che anche questa sia una decisione non facile da attuare. Innanzitutto occorre cercare qualcuno al quale rivolgersi. Le associazioni di volontariato, che operano presso le Comunità di recupero o gli Istituti di pena, potrebbero essere il primo interlocutore; ma questi hanno esigenze particolari o per l’età o, anche, per il livello culturale dei loro assistiti per cui temo che la selezione dei libri lascerebbe, per terra, la maggior parte di questi.
Necessita un’azione più decisa e, possibilmente, definitiva; ed avendo, in realtà da subito, escluso ogni intenzione di vendita, sto accarezzando un’idea, certo insolita, ma che potrebbe risultare vincente.
Penso che potrei, un po’ alla volta, non più di due o tre libri, “abbandonarli” in un mezzo pubblico suggerendo all’anonimo lettore di lasciare il libro, dopo averlo letto, sempre in un mezzo pubblico.
Una simile soluzione potrebbe rivelarsi un buon modo per diffondere cultura anche se sarà impossibile verificare l’esito dell’iniziativa. Comunque non vedo alternative ed è ora di cominciare.
Decidere su quale mezzo pubblico può essere un problema o, almeno, richiede una certa attenzione. Come sceglierlo? Certo non può essere sempre lo stesso, visto il notevole numero di libri perché, dopo non molto tempo, l’effetto sorpresa verrebbe meno. Optare per una linea di trasporto anziché un’altra può decidere la buona riuscita dell’operazione. Su un mezzo che, ad esempio, attraversi zone centrali della città, è più facile che i possibili, anonimi fruitori del libro abbiano strumenti culturali per apprezzare l’inaspettato “regalo”. In questo caso, però, non si può parlare di una vera diffusione della cultura mentre una linea che percorra zone periferiche avrebbe il merito di intercettare una platea, diciamo popolare, e in questo caso la finalità dell’operazione “diffusione cultura”, sarebbe più facilmente assicurata.
Questi continui ragionamenti mi danno l’impressione di operare come con le scatole cinesi nel senso che risolto un interrogativo, ne sorge subito un altro. Ed infatti, intanto che rifletto sulla buona riuscita dell’operazione, occorre stabilire quali possono essere i primi tre volumi da “abbandonare”.
Se sono destinati a un pubblico poco abituato alla lettura, non potranno certo essere volumi troppo impegnativi così come converrà tener conto anche del numero di pagine. I miserabili, I tre moschettieri o Il conte di Montecristo, ad esempio, pur non essendo particolarmente impegnativi, potrebbero scoraggiare chi non è abituato a superare la lettura di cento pagine. Forse una raccolta di racconti potrebbe essere la scelta giusta perché permetterebbe di saltarne uno che non sta appassionando o anche prendere una pausa senza compromettere la comprensione del libro.
Ecco, questo mi sembra il criterio giusto: non molto voluminoso e, possibilmente, racconti.
(2.continua)


PRIMA PUNTATA
Disfarsi di una libreria non è una cosa semplice; anzi, quasi sempre, è un’operazione lunga che richiede molto tempo e decisioni non facili. Non parlo del contenitore perché la scaffalatura, una volta svuotata, un falegname la smonta o la butta giù in poco tempo. Il problema sono i libri. Almeno che non dobbiamo, per una sopraggiunta esigenza, darli via tutti occorre decidere quelli di cui vogliamo liberarci non fosse altro che per far posto ad altri libri. E la scelta richiede tempo, certo molto più di quello che è stato necessario per mettere insieme questa biblioteca.
Solitamente, infatti, quest’operazione avviene lentamente negli anni quando gli acquisti riflettono esigenze di studio, di lavoro o, anche, interessi suscitati da diversissime circostanze: il passaparola di un amico, una recensione e la curiosità per un premio; in questi casi il libro, una volta letto, a prescindere dal giudizio, è stato poi riposto andando ad aumentarne il numero sugli scaffali.
Un’attività, ripeto, svolta lentamente per cui ho anche avuto modo di creare un mio criterio di catalogazione e soprattutto una precisa collocazione in termini visivi, in modo da sapere, ogni vota, esattamente dove trovare il testo che sto cercando.
Così alcuni libri non più necessari al lavoro, oppure vecchi libri scolastici, sono stati riposti in scaffali meno accessibili mentre a portata di mano vi sono quelli di frequente consultazione.
Ma oramai tutto questo appartiene al passato; il problema che ora devo risolvere riguarda il modo più pratico per dar via una certa quantità di libri. Questo è il momento della verità perché adesso, dovrò decidere di quali libri voglio disfarmi e mi troverò a dover ricordare se nell’acquisto vi sia stata una effettiva utilità: quella verifica, che ho sempre rimandato, ora è diventata ineludibile così come mi dovrò chiedere se il piacere della lettura abbia, poi, risposto alle aspettative.
Quando mi ritroverò fra le mani questi testi, allora non sarà facile decidere poiché darli via vorrebbe dire ammettere l’inutilità del loro acquisto. Dovrò, allora, prendere atto di scelte sconsiderate o quanto meno banali, suggerite da mode dalle quali pensavo di essere rimasto immune; e invece ecco ora la prova di una mia superficialità che, con una certa indulgenza, posso anche chiamare curiosità ma che, tuttavia, riflette, una stagione della vita quando non avevo ancora ben determinato un mio gusto e una mia sensibilità.
Se questo corrispondesse soltanto agli anni nei quali, appunto, ognuno cerca una propria formazione, direi un proprio modo di essere, tutto avrebbe una sua nobile giustificazione ma per molti altri libri, purtroppo, queste scelte, diciamo sconsiderate, riguardano anche una mia età matura quando certi “errori” non dovrebbero accadere e, quindi, oggi, mi costringono a rivedere i criteri di questi acquisti.
Anche se nel conto, oltre al libro suggerito dall’amico, devo mettere quello che ho recensito per compiacere il collega la cui influenza avevo pensato che sarebbe potuta tornarmi utile, una via d’uscita, diciamo pure una giustificazione, si può trovare, per esempio, considerando che alcuni libri hanno, nel tempo, perso la loro importanza per cui anche il testo che, a suo tempo, aveva riscosso molto successo, oggi può rivelare la sua inutilità. Quanti scrittori di opera “prima”, nei quali la critica aveva creduto, poi si sono rivelati autori di opera “unica”.
Mi accorgo che sto girando intorno al problema mentre le pile di libri, tirati giù dagli scaffali, sono tutte intorno, sul pavimento, senza che abbia deciso ancora come procedere.
Un primo criterio, per cominciare, potrebbe essere quello di distinguere i libri di studio dagli altri. I primi, non più indispensabili, possono essere dati alla Biblioteca della Facoltà dove una copia in più può tornare utile. Qualcuno lo conserverò per ricordo di anni lontani; ma saranno pochi: semmai quelli di una disciplina che mi è piaciuta maggiormente e che è diventata l’origine o, forse, anche la causa del mio successivo lavoro.
Un altro settore, nel quale è possibile trovare un criterio selettivo, riguarda i libri della propria infanzia. In tal caso, infatti, mettiamo Pinocchio, proprio perché memoria del mio primo pensiero, e del suo formarsi, quello certo non lo darò via. Così come conserverò Il piccolo principe, i libri di Verne o Stevenson, autori che ho preferito al domestico Salgari, insomma i libri della formazione e per me, in particolare, Le avventure di Tom Sawyer. Eh no! questo certo non ho intenzione di perderlo, il libro di Mark Twain, poi, il mio primo libro almeno che io ricordi. Così come, invece, non avrò nessuna remora a disfarmi di quei libri i quali, a rileggerli oggi, non mi darebbero più nessuna emozione. Libri di una sola stagione, potrei definirli. Penso alla Cittadella di Cronin, ad esempio, ed anche e le stelle stanno a guardare dello stesso autore.
Il vero problema, dunque, si pone per tutti gli altri, ossia la maggioranza, e allora un criterio di selezione è tutto da inventare.
                                                                                                         (1.continua)