L’8, 9 e 10 aprile si è svolta la selezione regionale della XXX edizione del Concorso nazionale “Forbici d’Oro 2010”, organizzato dall’Accademia nazionale dei sartori, in collaborazione con il Comune di Napoli, il Circolo mediterraneo dei sarti e la Fondazione Mondragone, nella splendida e suggestiva location del Maschio Angioino di Napoli, sotto il vigile controllo del Presidente regionale dell’Accademia dei sartori Fortunato Salviati.

Un concorso che si tiene sin dal 1951 che dedica alla sartoria su misura e vetrina d’eccezione per lo stile, la capacit  tecnica, l’estro e il rigore formale della produzione tessile italiana. A questi motivi la sartoria napoletana ci aggiunge stile, fantasia ed eleganza tanto da farla considerare la numero uno al mondo: Kiton, Mariano Rubinacci, E. Marinella, Eddy Monetti, Mario Valentino, Isaia Napoli, Cesare Attolini, Mario Muscariello, Luigi Borrelli, hanno fatto la storia della sartoria mondiale ed hanno esportato Napoli nel mondo.

A riprova di ciò il concorso “Forbici d’Oro” ha visto vincere, a livello nazionale, le edizioni del 1957 con il sarto napoletano Lirio Bambino, il 1962 con Antonio Fortunato ed il 1968 con Francesco Ordine.

Per questa edizione è stato allestito un laboratorio dove i concorrenti hanno realizzato un abito di puro artigianato sartoriale e a colpi di forbici, aghi e cotone componevano, pezzo dopo pezzo, un abito maschile per essere giudicati. Tante giovanissime donne e pochi maestri di lungo corso.

Un segnale incoraggiante se si pensa che l’arte manuale di precisione, in questa citt , tende a scomparire e a perdersi sulle gambe delle nuove generazioni.

Probabilmente dopo l’orgia del cosiddetto “stilismo industriale” si sente l’esigenza di ritornare all’artigianato di qualit  prodotto da mani esperte con la ricerca di soluzioni personalizzate che a volte sfuggono anche alle macchine programmate.

La bottega del sarto, dunque, può ritornare ad essere il primo luogo della formazione dei giovani per confezionare abiti che esprimono raffinatezza partendo dall’antica quanto attuale arte sartoriale.
I segni tracciati con il gesso sul tessuto, l’appiombo della giacca, il cugno sotto il giro, l’inserimento della spalla oppure la rifinitura del taschino petto possono essere fatti solo da mani libere ed esperte, con la precisione frutto di esperienza, esaltando stile e morbidezza, qualit  ed eleganza senza tempo.

L’abito su misura è stato sempre considerato non per tutti e maestri sarti napoletani come Mariano Rubinacci lo sanno da una vita per avere cucito clienti privilegiati come il Principe Umberto di Savoia che si faceva confezionare solo giacche classiche, Curzio Malaparte, De Sica, il grande Eduardo e Totò che amava vestire solo capi confezionati a mano. La “giacca napoletana” ha una sua caratteristica che la rende unica ed inimitabile, riconoscibile per garbo e forma.

E poi ancora le cravatte di Eugenio Marinella, sin dal 1914, indossate da Luchino Visconti e da Aristotele Onassis.

Insomma, la sartoria napoletana e campana corre sul filo della tradizione e del futuro, tra arte antica e modernit  e cerca di persuadere le nuove generazioni che cominciano a volgere di nuovo lo sguardo alle 3000 aziende campane del settore, nel frattempo perse di vista per far posto a quella cultura industrialista delle produzioni di massa e dei modelli seriali.

Nella foto, alcune cravatte di Marinella