Quando Clara ti ferma, hai appena imboccato via dell’Indipendenza. Sta raggomitolata sul ciglio di un portone, con accanto Flipper, il cane, sotto un tappeto di tegole ocra. La caligine è fitta e lascia allo sguardo poco spazio per vagare, per immaginare le case, i profili delle persone su e giù per il corso. La sua voce spezza un silenzio a cui non sei avvezza, ma non per questo ti dispiace.
«Hai una moneta?» ti chiede.
Non fai in tempo a dire di no che gi  affondi le mani nelle pieghe delle tasche, e frughi, frughi come in dei sacchi, per essere proprio certa di non avere spiccioli. Non ne hai e glielo dici. Il suo sguardo è lungo un viaggio di confusione e solitudine. A occhio e croce non avr  più di sessant’anni. Un cappelletto di lana contiene la cuffia di ricci grigi. Ti domandi quando si è lavata l’ultima volta e come. Sulle sue gambe, distese sotto una coperta, giacciono un paio di fogli e una biro morsicata. Vorresti sapere che sta scrivendo, ma non hai il coraggio di indagare. La distanza tra le vostre vite ti mette a disagio. Le tue mani non hanno un graffio avvolte in bioccoli di lana bianca. Pensi di regalarle un panino. Quasi certamente non ha ancora addentato nulla e ignori se lo far . La lasci dov’è. Lei non si smuove. Neanche li nota i tuoi movimenti rifratti. Entri nel primo bar che vedi, a tre passi esatti dal giaciglio di Clara.
«Questo è per lei, tenga». Resti col braccio destro teso verso di lei. Il braccio, la mano e il panino sono un ponte tra rive opposte, tra quegli spazi paralleli e invisibili che marcano il perimetro dei vostri passi sfasati. Clara solleva lo sguardo. Ti pianta gli occhi addosso. Le pupille sono pozzanghere scure, nere di miseria. Ghermisce il pane. Non dice niente. Se lo infila in tasca, poi hai di nuovo i suoi occhi sulla faccia. Che vuole?
Accarezza il cane che ha al collo una piastrinaFlipper. Pensi che Flipper è per antonomasia un nome per delfini. Ricordi il telefilm ed il verso acuto dell’animale guizzante. Clara ti richiede una moneta. Tu le ripeti che non ce l’hai, e cos ti ringrazia per il panino.
Intorno non c’è un’anima. Ogni tanto passa qualcuno viandanti, turisti a zonzo per i porticati, per i vicoli rossi, per i cortili di queste case che non hanno l’aggressivit  dei condomini-caserme di Napoli o di Milano.
Lei ti confessa spontanea che si chiama Clara.Ha divorziato dal marito e ha perso tutto, compresa la casa. Non lavorava e con gli alimenti non riusciva nemmeno a pagare l’affitto. Ti dice che ora la sua casa è la strada. I portici, gli spiazzi, le panchine di legno sotto gli alberi spogli sono il suo letto. Vedi il cuscino, gli stracci pesanti, un carrello e un sacco. Quasi si giustifica «Il freddo uccide, bambina». Le confessi che lo immagini, però menti.
L’umidit  ti appesantisce la testa, ti ghiaccia i pensieri, ti fa colare il naso. Ti cola e Clara te lo fa notare. Le chiedi scusa. Tiri fuori un keenex e soffi, soffi quasi a voler svuotare la testa. Non sai perch i giorni di quest’anno ti sferragliano in testa giusto ora, e ti sospingono lontano, allargando il fosso tra te e questa donnina disgraziata. Siete allacciate da uno sputo di pane.
Cercate entrambe un dio, un creatore dei cieli a cui chiedere conto dei vostri dolori. Dolori ondivaghi, fumosi sui camini di questo pentagono che vi avvolge e vi respinge neanche foste mosche o ragni. Ci siete solo voi nella nebbia, afone. Siete i vostri gesti in questa lettiera di gatti errabondi. Clara tira fuori il pane dalla tasca. Mangia e si lecca le mani. Ti allontani, e per lei non esisti gi  più. Eri il panino e ti ha appena sbranata. Ora sei poco più di un paio d’occhi o di gambe. Saluti Clara in silenzio, dentro di te «Ciao, Clara. Ti lascio in questa bolla di vapore, tra le briciole del panino e gli sprechi del mondo».

* Laureata in giurisprudenza, giornalista pubblicista. Collabora alla pagina culturale Scritture e Pensieri del Corriere Nazionale, redattrice per i web magazine Caffè news e Web house. Tra le sue collaborazioni, anche quella con la casa editrice Opposto.net, con cui ha pubblicato "Di Passaggio”.

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Nella foto, un dipinto di Gitta Stadelmann