Non sono molte a Napoli le testimonianze monumentali del periodo angioino (1282-1435), poich le fabbriche d’architettura di quel tempo sono state tutte corrotte dallo stile catalano, prime tra queste il Maschio Angioino. Uno stile importato dalla successiva dinastia regnante, i Trast mara d’Aragona, giunta qui nel 1442 con Alfonso “il Magnanimo”. Quel sovrano la cui entrata trionfale in Napoli avvenuta il 12 giugno di quell’anno resta immortalata nelle sculture dell’arco d’ingresso a Castel Nuovo.

Restano qua e l  brani d’architettura gotica, finestre bifore e archi ogivali. Tutti elementi intagliati con maestria più nel tenero tufo che nel duro piperno, tanto amato dai maestri catalani.

C’è, però, da rilevare che oltre il poco evidente dell’architettura civile, Napoli ostenta le testimonianze gotiche attraverso le monumentali fabbriche religiose. San Domenico Maggiore, Sant’Eligio, ma soprattutto la basilica e il monastero di Santa Chiara.

L’edificio religioso nella piazza del Gesù Nuovo, al numero 20, fu iniziato nel 1317 per i frati minori dell’Ordine Francescano, successivamente trasferiti nel convento annesso alla chiesa di Santa Chiara. Fu il munifico re Roberto d’Angiò, sollecitato da sua moglie Sancia di Maiorca, regina che da giovinetta bramava rinchiudersi in convento, a dare inizio alla costruzione del complesso religioso.

I lavori di costruzione della chiesa iniziarono nel 1310 e solo nel 1328 videro la fine. Nebulose sono le vicende architettoniche, che lasciano individuare un tal Gagliardo Primario, quale scultore e architetto delle forme gotiche della chiesa, legata successivamente al Monastero. Oltre quest’ultimo, il complesso monumentale di Santa Chiara si può oggi considerare formato da tre blocchi architettonici. La Basilica con il Coro delle Monache, il Chiostro maiolicato, il Museo dell’Opera di Santa Chiara con l’area archeologica. Si tratta di una vera e propria cittadella con ingresso dalla Via Santa Chiara e dalla Via Benedetto Croce, dove c’è un gran portale trecentesco d’ardito aggetto, formato da tante lastre di piperno. Nel periodo barocco questo portale fu ricostruito alcuni metri più indietro, ma nel 1960 fu ricollocato nel punto di origine, con una singolare tecnica. Fu semplicemente spostato tutt’intero, per traslazione. Appoggiato su carrelli con cuscinetti e con l’aiuto di martinetti idraulici, Roberto Di Stefano ne curò il restauro e il riposizionamento. La singolarit  dell’aggetto, che si protende alto sulla strada è costituita da un’unghia che ricorda la celata che copriva il volto nelle armature medioevali.

Oltrepassato il grande portale ci s’imbatte nell’austera facciata della chiesa, alla sommit  è un grande rosone, mentre ai piedi c’è un pronao a tre arcate ogivali. Quella centrale inquadra un bel portale di marmi rossi e gialli. Nel centro è lo stemma della Casa reale d’Anjou di Napoli, o meglio ancora le insegne araldiche della regina Sancia; è uno scudo partito con le armi d’Aragona e con quelle d’Anjou. Il campanile che si vede isolato all’angolo dell’insula religiosa, conserva solo la parte basamentale dell’originaria costruzione trecentesca e reca scolpiti nel marmo delle iscrizioni in brachigrafia medioevale, che ricordano la fondazione, il termine dei lavori e la consacrazione della chiesa. La parte superiore della torre campanaria crollò nel 1456. Ricostruita nel tempo, fu compiuta da Costantino Avellone nel 1604.

L’interno della chiesa è semplice, tipico delle chiese francescane. Una grande aula rettangolare, senza transetto, terminata da una piatta parete che costituisce il diaframma con il coro delle monache. Ai margini, sono dieci cappelle per lato, nelle quali vi sono sculture del Baboccio, di Tino di Camaino, di Pacio Bertini, di Giuseppe Sanmartino, di Giovan Tommaso Malvito. Il pezzo forte è il Sepolcro di re Roberto d’Angiò (m.1343). Nel panorama dell’arte del Medioevo italiano si tratta del più grande monumento funebre per dimensioni. Fu scolpito tra il 1343 e il ’45 dai fratelli Giovanni e Pacio Bertini. Affollano la chiesa un’infinit  di sepolcri che ricordano personaggi regali e appartenenti all’aristocrazia del Regno di Napoli, dal Trecento all’Ottocento. Antonio Penna, segretario del re Ladislao d’Angiò di Durazzo, i Del Balzo, i Carbonelli di Letino, i Longobardi, Raimondo de Cabanis (m.1333), gran siniscalco di re Roberto, i cavalieri Merloto. Intorno alla figura del Re sono quelle di tutti i principi angioini qui sepolti.

Le opere pittoriche sono poche, perch molte distrutte nell’incendio che distrusse la chiesa nel bombardamento del 4 agosto 1943. Il fuoco fu domato solo dopo due giorni. Quello che oggi si vede è il frutto di una ricostruzione che ha restituito al tempio nel 1953, la sobriet  dello stile gotico, scomparso tra il 1742 e il 1749 ad opera di Domenico Antonio Vaccaro, Gaetano Buonocore e Giovanni del Gaizo. Basti pensare che la struttura gotica fu rivestita da un’appariscente ornamentazione barocca e le capriate lignee del tetto furono nascoste da una finta volta decorata con stucchi            6                  «    oè è á«sptLlibrined dd dpG7e:EèHlèNO» OJe
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  è    èî  è èî   î î »     è  —t  t    î èî  :   e affreschi di importanti pittori del Settecento napoletano, tra i quali Francesco de Mura, Giuseppe Bonito e Sebastiano Conca. Le capriate con il tavolato che si vedono al soffitto sono frutto del sapiente uso del cemento armato, all’occorrenza dipinto per simulare il legno.

Nel 1995 fu inaugurato il Museo dell’Opera di Santa Chiara. Si trova lungo il lato ovest del chiostro delle Clarisse. Raccoglie opere d’arte del convento o provenienti da altri monasteri francescani soppressi nell’Ottocento e incamerati nel demanio dello Stato sabaudo.

L’incendio del 1943 mise in evidenza l’esistenza dei resti di strutture termali romane dimostranti che nel secolo I d. C. Vi fosse qui un quartiere residenziale, poi decaduto nei secoli successivi.

La Sala archeologica è quella che racchiude i resti dell’edificio romano, il più completo esempio a Napoli di architettura termale. In “opus reticulatum” e mattoni laterizi, è divisa in due settori. Il primo ha una piscina e una palestra, il secondo è costituito dalle terme che si sviluppano al piano terra e ad un piano sottostante. La piscina conserva ancora su di un lato la banchina con i gradini di accesso per i bagnanti e una parte del rivestimento parietale in coccio pesto, su di un lato fu ricavata tra il secolo III e il V, una piccola vasca ottagonale. Si vedono anche i resti di una grande condotta che alimentava le terme con l’acqua del Serino. Il settore della parte termale comprende un “laconicum” circolare con nicchie angolari, dove era possibile fare bagni d’aria calda e secca, sprigionata da un focolare sottoposto. Questi resti archeologici dimostrano il livello della perizia costruttiva a cui erano giunti gli antichi romani. Nella Sala I sono documentate tutte le sovrapposizioni delle fabbriche dall’antichit  al Medio Evo. Raccoglie anche vari frammenti marmorei e ceramiche rinvenuti fra le rovine della chiesa. La Sala della Storia ospita pannelli che illustrano insieme ad oggetti la storia del complesso, tra questi sono due vasi da fiori in maiolica, avanzo dei tanti che disegnò per il chiostro Domenico Antonio Vaccaro. La Sala dei Marmi conserva sculture a partire dal secolo XIV salvate dalle rovine del 1943. Un bassorilievo che si trovava sulla contro facciata della chiesa, raffigurante “Storie di santa Caterina d’Alessandria” opera di Giovanni e Pacio Bertini. Frammenti del Sepolcro di re Roberto d’Angiò. Rilievi di Tino di Camaino, di Antonio Baboccio. Altri oggetti provengono dalla Cappella Cito Filomarino, sono opera di Sanmartino e risalgono al 1787.

La Sala dei Reliquari ospita diversi oggetti tra i quali pregevoli sono il “Reliquiario della Santa Croce”, in argento dorato e cristallo di rocca (sec. XIV) e il “Busto reliquiario di San Bartolomeo”, tutto d’argento e risalente al 1470.

Con tutto quello che conserva, il Museo dell’Opera di Santa Chiara costituisce per Napoli un attrattore turistico di tutto rispetto.

Nelle foto (di Maria Volpe Prignano), il chiostro di Santa Chiara e un’opera custodita nel museo