5 domande per Napoli. Proseguiamo con la nostra rubrica di approfondimento. Obiettivo: determinare un quadro di idee, analisi, contributi, dubbi, proposte, di autorevoli commentatori in uno spirito di coraggio, umiltà e compartecipazione, a servizio della città a venire. Ne parliamo con Giovanna Martano, dirigente scolastico ITI Augusto Righi – Napoli.


1)Napoli è tra più fuochi: un avamposto contro l’autonomia differenziata avanzata dalle Regioni del Nord, una città alla ricerca di un’identità perduta tra le tante “anime” del Mezzogiorno ed un capoluogo che non accetta fino in fondo la sfida nell’ambito dei paesi del Mediterraneo. Avere un’idea di città significa avere un’idea di futuro. Quale la tua?
«Il dibattito sull’autonomia differenziata che nell’era pre Covid ha vissuto, in Italia, anche momenti di accelerazione era caratterizzato da un rivendicazionismo regionale lontano dalla dimensione ormai globale del mondo: abbiamo ascoltato molte proposte di regioni del Nord avanzate in nome di uno sviluppo locale che non poteva essere “frenato” dai ritardi di un’altra parte del Paese, il Mezzogiorno. Il Covid, poi, è intervenuto a svelare il demagogismo di molte di quelle proposte e, ahimè, abbiamo, ad esempio, scoperto tutti i limiti del sistema sanitario lombardo, per anni propagandato come il migliore d’Italia.
Il punto vero è che, di fronte ad un mondo globalizzato in tutti i suoi aspetti, dall’economia alla cultura ai consumi, ragionare con la dimensione regionale è, sinceramente, risibile: forse è arrivato il momento che in Italia si inizi a disegnare un’altra realtà, anche istituzionale, fatta di maxi aree. Le città, in questo quadro, possono giocare un ruolo, paradossalmente, anche superiore al passato, se hanno la capacità di ripensarsi e proporre una identità chiara. Napoli, rispetto ad altre città italiane, è una città moderna che mantiene ancora vivi tratti del suo passato: questo può essere un punto di forza, se saremo capaci di investire sempre di più sul futuro della città, sulla sua necessità di ulteriore modernizzazione, sull’efficienza dei servizi, su nuove opportunità produttive (dalla valorizzazione dell’ambiente, all’informatica e la ricerca, alla creazione infrastrutturale di reti per il turismo e la cultura ). Immaginare insomma una nuova stagione “industriale”, non basata solo su capannoni e macchine. Condizione perché si possa costruire un futuro diverso per Napoli è lavorare ad una “sburocratizzazione” e ad un ammodernamento della “macchina” comunale. Last but not least: Napoli deve anche saper “approfittare” della sua posizione geografica: il Mediterraneo può costituire un’opportunità – anche dal punto di vista economico- e non solo, come tanti pensano, un problema. Se ciò non accadrà, Napoli rimarrà ancora sospesa tra futuro e passato, come un’eterna opera incompiuta».
2)L’esigenza di una piattaforma programmatica propositiva, di medio-lungo periodo, non necessariamente in contrapposizione alle città del Nord, è più che una necessità per Napoli e per il Sud. Questa scelta impone un dialogo pressante con i Governi, qualsiasi essi siano, per un capoluogo che conti e non solo racconti. Il dialogo istituzionale è positivo sempre e comunque oppure deve passare prima per una rottura traumatica, viste le tante “sottrazioni” a cui gli esecutivi nazionali ci hanno tristemente abituati?
«Credo fermamente nella necessità di un dialogo con il Governo, al di là del “colore politico”, perché l’isolamento politico non paga e non può costituire una strategia. Napoli è una grande città, in positivo e talvolta anche in negativo, e ha necessità di recuperare una dimensione nazionale ed internazionale, che le faccia superare un certo “provincialismo” che ha caratterizzato, a mio avviso, la politica locale negli ultimi anni. In nome di una presunta originalità della città, in alcune occasioni definita anche “laboratorio” politico, si è consumata una stagione di autoreferenzialità della politica che non mi pare abbia giovato e che, nei fatti, ha isolato Napoli dal contesto politico nazionale ed internazionale. Non sono una persona che ha paura delle “rotture”, se servono a costruire nuovi assetti, a cambiare realmente e non a parole la realtà, a definire nuovi equilibri: ma l’ammuina, di borbonica memoria, è un’altra cosa. E, purtroppo, se guardo all’esperienza di governo locale dalla quale veniamo mi sembra che abbia decisamente prevalso l’ammuina. La differenza tra spirito rivoluzionario e istinto di rivolta è da tenere sempre ben presente, soprattutto a Napoli, città dove la consuetudine protestataria è forte ma la costanza del lavoro per il cambiamento è debole».
3)Le categorie sociali ed economiche di Napoli molto spesso disegnano “separatamente” il destino dei cittadini, ognuno con la presunzione della conoscenza che diventa verità assoluta e non riproducibile da tutti gli altri. Il dialogo, la sintesi, una comunità di interessi, tra i soggetti sociali della nostra città sono possibili o ci dobbiamo rassegnare per sempre?
«Il dialogo e la sintesi tra le categorie sociali ed economiche è una necessità vitale per la nostra città. Purtroppo la storia di Napoli e la realtà che viviamo ci dicono di un forte senso di appartenenza, di una rivendicazione delle “radici”, ma di uno scarso senso della comunità, di un debole senso civico. Napoli ha bisogno di cura, di attenzione, di presenza vigile da parte della politica, proprio per ricostruire un dialogo tra le diverse categorie sociali ed economiche e la politica ha il dovere di fare sintesi. Se ciò non accadrà, continueremo a vedere i mille volti della città, non come elemento di ricchezza ma di confusione: una città è una comunità costituita da molteplici categorie sociali ed economiche, ognuna con uno spazio di autonomia che, tuttavia, va agito in una cornice “unitaria” e questa cornice, cioè l’idea, l’identità della città, è compito della politica contribuire a definirla».
4)Dopo il Covid – 19 è cambiato il mondo e le città non potranno restare a guardare. Secondo te, Napoli in quale miglior modo può reagire, quale terreno deve principalmente recuperare per non “perdersi” definitivamente?
«Difficile rispondere. Forse Napoli potrebbe fare tesoro di quanto ha funzionato durante l’emergenza. Per esempio, abbiamo scoperto che il nostro sistema sanitario è riuscito a “reggere” rispetto ad altre regioni, abbiamo verificato che il mondo del volontariato e l’associazionismo si sono attivati per aiutare tanti cittadini in difficoltà durante ad esempio il lockdown della primavera 2020. Da dove ripartirei? Da coloro che hanno più difficoltà, per rimettere in piedi un welfare che si occupi innanzitutto dei cittadini che vivono situazioni di disagio economico, sociale, culturale.  Da investimenti massicci sulla sanità e sul potenziamento della medicina territoriale.  Dal rafforzamento della logistica e delle infrastrutture al servizio del tessuto produttivo. Moltiplicherei gli investimenti sulla ricerca e punterei alla diffusione del digitale in ogni azienda e in ogni casa. Ripartirei dalle periferie – anche perché Napoli, a differenza di molte altre realtà – è una città dove i confini tra periferia e centro non sono sempre marcati: investirei sui servizi, sulle scuole, sui centri di ricerca, sull’università. E punterei sui giovani, sulla loro formazione, sull’offerta di opportunità anche per una fruizione diversa del loro tempo libero. Per fare questo servono soldi e anche il coinvolgimento di forze produttive presenti nella nostra realtà, ma spesso “separate” da essa. E lavorerei per rendere attrattivo il territorio a investimenti da fuori regione. Se Napoli non vuole perdersi, deve scegliere di rilanciarsi, deve saper accogliere le sfide della modernità e sfidare a sua volta: una città sociale, solidale, aperta, produttiva e, infine, anche più “ordinata”. Perché nell’ordine e nel rispetto delle regole ci sono maggiori opportunità per tutti. Dove regna sovrano il caos si annidano le peggiori ingiustizie».
5)La partecipazione è un elemento di valore e dovrebbe riguardare la politica, ma anche e soprattutto l’ambito sociale e culturale, ma troppo spesso evoca scenari senza sporcarsi le mani. Napoli ha bisogno di un orizzonte ma anche di certezze amministrative e comportamentali. Al futuro ci si arriva con atti concreti, costanti e duraturi. Da dove si comincia per allargare la base democratica in città?   
«Da una politica meno parolaia e litigiosa, più seria e produttiva. E’ la politica ad avere una grande responsabilità nella promozione di una partecipazione consapevole e davvero ampia. Se la politica, dai partiti ai sindacati ai movimenti civici tornerà a essere punto di riferimento, anche comportamentale, e soprattutto non temporaneo, sarà possibile chiedere un impegno ai singoli cittadini. Viceversa saremo destinati ad assistere a fenomeni passeggeri, che lasceranno tracce labili o nulle della loro effimera esistenza e, soprattutto, alimenteranno comportamenti ulteriormente individualistici se non addirittura qualunquisti».
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Al centro Giovanna Martano. In altoFoto di Lajos Móricz da Pixabay 

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