5 domande per Napoli”“5 domande per Napoli“. Proseguiamo con la nostra rubrica di approfondimento politico. Obiettivo: determinare un quadro di idee, analisi, contributi, dubbi, proposte, di autorevoli commentatori in uno spirito di coraggio, umiltà e compartecipazione, a servizio della città a venire. Ne parliamo con Vincenzo De Luca Bossa, attivista sociale, organizzatore eventi e management artistico (the Comedy Club).

Qui sopra, Vincenzo De Luca bossa. In alto, un’immagine di Napoli


Napoli è tra più fuochi: un avamposto contro l’autonomia differenziata avanzata dalle Regioni del Nord, una città alla ricerca di un’identità perduta tra le tante “anime” del Mezzogiorno ed un capoluogo che non accetta fino in fondo la sfida nell’ambito dei paesi del Mediterraneo. Avere un’idea di città significa avere un’idea di futuro. Quale la tua?
«Siamo abituati alla contrapposizione tra città dormitorio e città industriale. Questo è un retaggio del ‘900 e per avere un’idea di futuro bisogna guardare al prossimo secolo, non più a quello passato. Napoli può essere una città che fa della creatività di cui ci vantiamo tanto un elemento che genera lavoro e non solo come giullari folkloristici, ma come promotori di idee rivoluzionarie capaci di guardare al mondo intero. L’Italia non ha una vera a propria Silicon Valley e vedo proprio in Napoli le caratteristiche ideali per ragionare fuori dagli schemi, non replicare le start up americane bensì trasportare l’anima vulcanica del nostro popolo in nuovi campi. L’università di San Giovanni fa ben sperare a riguardo».
L’esigenza di una piattaforma programmatica propositiva, di medio-lungo periodo, non necessariamente in contrapposizione alle città del Nord, è più che una necessità per Napoli e per il Sud. Questa scelta impone un dialogo pressante con i Governi, qualsiasi essi siano, per un capoluogo che conti e non solo racconti. Il dialogo istituzionale è positivo sempre e comunque oppure deve passare prima per una rottura traumatica, viste le tante “sottrazioni” a cui gli esecutivi nazionali ci hanno tristemente abituati?
«Prendere un treno da Napoli a Bari, o Cosenza, è un viaggio della speranza. Tra Milano e Torino, o Verona, è completamente diverso. Fin quando esisteranno delle differenze così scandalose in campo di infrastrutture saremo sempre svantaggiati e ciò è inaccettabile. Se non abbiamo le infrastrutture adeguate non possiamo sviluppare commercio, industria, società, quindi se l’Italia vuole crescere come nazione dovrebbe investire in maniera massiccia dove la crescita ha una prospettiva maggiore. Siamo uno Stato piccolo se confrontato con altre grandi potenze mondiali, è assurdo che pensiamo ancora a contrapposizioni tra Nord e Sud. Un esecutivo, una classe dirigente, che non capisce questo non merita di ricoprire quel ruolo e andrebbe scacciato all’istante. Paradossalmente se un esecutivo volesse fare il bene del Nord, dovrebbe necessariamente occuparsi di sviluppare il Sud, non di indebolirlo».
Le categorie sociali ed economiche di Napoli molto spesso disegnano “separatamente” il destino dei cittadini, ognuno con la presunzione della conoscenza che diventa verità assoluta e non riproducibile da tutti gli altri. Il dialogo, la sintesi, una comunità di interessi, tra i soggetti sociali della nostra città sono possibili o ci dobbiamo rassegnare per sempre?
«Non possiamo permetterci di rassegnarci perché abbiamo una sola vita e per quello che ci riguarda: questa è la nostra sfida. Che ci piaccia o no. Non vedo una presunzione di conoscenza da tutte le anime di questa città, perché c’è chi non conta nulla e chi decide tutto. Un aneddoto che non dimenticherò mai fu durante una riunione cittadina di ordine e sicurezza, c’erano commercianti, associazioni di cittadini, forze di polizia. Ricordo bene che il tema era “non abbiamo i soldi per triplicare i controlli in tutta la città”. La proposta, anzi il diktat, dei comitati di residenti delle zone di Chiaia, Vomero e zone affini fu “toglieteli alle periferie perché siamo stanchi di vedere la polizia impegnata contro la camorra sempre in quei quartieri, qui abbiamo problemi più importanti, non dormiamo la notte per la musica dei bar”. Tutti sanno com’è andata, dove c’è la borghesia si muove a capo chino tutta la macchina istituzionale. Controlli, pulizia, mezzi di trasporto, c’è tutto, mentre alcune periferie sembrano comuni a sé. L’unica vera differenza cittadina è questa, perché genera tutto il resto dei problemi: dall’abbandono della città perché non offre prospettive, alla frustrazione, all’incapacità di creare comunità. Napoli è afflitta da una borghesia di vecchio stampo, che campa di rendita su patrimonio e non di produzione e lavoro. Sono come un peso per la città, perché impediscono lo sviluppo, non investono, alzano il prezzo della vita, distaccandosi terribilmente dal popolo, dai giovani, da una maggioranza completamente differente. Vale lo stesso discorso per il Nord-Sud: senza lo sviluppo della periferia, delle zone degradate, tutta la città non andrà da nessuna parte».
Dopo il Covid 19, è cambiato il mondo e le città non potranno restare a guardare. Secondo te, Napoli in quale miglior modo può reagire, quale terreno deve principalmente recuperare per non “perdersi” definitivamente?
«Senza il turismo Napoli è davvero spacciata. Purtroppo ci sono state delle categorie sociali che in maniera quasi criminosa hanno fatto la guerra allo sviluppo più importante della città degli ultimi anni, e ora con la pandemia sta andando tutto in fumo. Paghiamo lo scotto di non avere una differenziazione adeguata nel tessuto produttivo. Bisogna valorizzare e ampliare il campo agroalimentare, perché è il nostro fiore all’occhiello ed è anche un mercato che non potrà mai morire. Investire, poi, sulla creatività, lo sviluppo digitale, come ho già detto, è sicuramente il miglior modo per adeguarsi al nuovo millennio e non rischiare più di rimanere indietro».
La partecipazione è un elemento di valore e dovrebbe riguardare la politica, ma anche e soprattutto l’ambito sociale e culturale, ma troppo spesso evoca scenari senza sporcarsi le mani. Napoli ha bisogno di un orizzonte ma anche di certezze amministrative e comportamentali. Al futuro ci si arriva con atti concreti, costanti e duraturi. Da dove si comincia per allargare la base democratica in città?   
«Rendendo le periferie il vero centro della città e smetterla di guardare al centro antico come un vero centro. Quei quartieri devono essere solo una cartolina, un luogo di lavoro in cui sfruttare il turismo, non il cuore politico e amministrativo della città. Abbiamo delle Municipalità che sono enti inutili, esistono ma non hanno grandi poteri, quindi rendono la popolazione più frustrata perché sembra sempre tutto impossibile. Poi tendono a generare nicchie autoreferenziali, incapaci e non portate a dialogare tra di loro. Abolire le Municipalità per il campo politico e creare invece un coinvolgimento diretto tra tutti i quartieri potrebbe aiutare perfino per una migliore comprensione reciproca. Magari riusciremmo a capire perché una Municipalità come quella del Vomero ha gli stessi fondi per le strade della Municipalità di Ponticelli, sebbene la seconda conti il triplo dei km a cui fare manutenzione»..

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