Nell’introduzione di “La canzone d’autrice. Antropologia, potere e narrazioni femministe in Italia” da poco pubblicato da Ledizioni l’autrice, Patrizia Danieli, dichiara l’intento pedagogico del lavoro che si pone quale strumento di analisi e approfondimento della canzone a supporto della didattica. Il testo, diviso in tre parti, affronta l’evoluzione della canzone – come mezzo di espressione delle donne- dalla prima metà del Novecento ad oggi.
La canzone popolare del passato, la canzone di protesta femminista degli anni Sessanta e Settanta e il lavoro delle cantautrici contemporanee. «Le poesie, come i miti, come la preghiera, i proverbi e la canzone, rimandano profondamente alla vita sociale. La doppia funzione del canto, come di altre forme compositive, sembra dunque quella di essere sempre in bilico tra privato e collettivo, tra personale e politico». Il personale è politico è un tema che ritorna spesso tra le pagine sia nella scrittura di Danieli che nelle interviste alle cantautrici.
Nella prima parte l’autrice ricorda Mary Wollestonecraft e John Stuart Mill come filosofi che nei loro scritti affrontarono il tema della diseguaglianza di genere argomentandone l’infondatezza, anche se duole ricordare che quest’ultimo, pur condividendo il pensiero della prima, non ne citò il lavoro temendo di incorrere nell’impopolarità scaturita da quello che volendo essere un omaggio di William Godwin, il marito rimasto vedovo a seguito della nascita della loro figlia Mary (Shelley) divenne un grimaldello: “Memorie dell’autrice della Rivendicazione dei diritti della donna” (1798) scritto per celebrare il talento della filosofa finì, di fatto, per screditarla raccontandone le scelte anticonformiste come la nascita di una prima figlia fuori dal matrimonio e i tentativi di suicidio che ne fecero, agli occhi dell’opinione pubblica, una donna immorale.
L’autrice esamina gli esempi nel corso del tempo mostrando come le canzoni siano lo specchio dei tempi riflettendo i ruoli sociali ascrittivi imposti alle donne riportando svariati documenti a supporto: «In America, un editoriale del Weekly dello Smith College alla fine del 1919 afferma “noi non possiamo credere che sia nella natura delle cose che una donna debba scegliere tra casa e lavoro, quando invece un uomo può averli entrambi. Deve esserci una via d’uscita e trovarla è il problema della nostra generazione».
Forse il problema della nostra generazione è avere una carriera e dei figli senza dover essere costrette a scegliere tra la prima e la maternità ed essere retribuite- a parità di esperienza e competenze- quanto un collega uomo liberandoci dai sensi di colpa che millenni di regole sociali e condizionamenti religiosi hanno alimentato.
L’argomentazione che si svolge tra le pagine ripercorre la storia dei canti di protesta, dei movimenti femministi italiani della metà del Novecento, le ballate in cui le donne raccontano delle violenza maschile subita, le ninne nanne in cui le madri cantano la resistenza alla miseria, la solitudine, la stanchezza e la disperazione in cui urla la fame, i canti da risaia fatti di parole di lavoratrici che diventano protesta sindacale.
L’autrice riporta diverse iniziative contemporanee tese ad affermare la voce delle donne, il tema è dunque questo: la parola scritta diventa canto in un mondo che ancora avverte la presenza femminile come eccezione.
«L’agency delle personagge protagoniste nei testi, sono punti di vista sul potere nelle relazioni, sul ruolo delle donne nella società, in grado, tramite la narrazione, di creare un “potere alternativo”. Il loro potere autorale diventa denuncia e rivendica comportamenti lontani dal consumismo o dall’individualismo, usando talvolta l’ironia in modo provocatorio (“È colpa degli egizi”) talvolta la trasposizione di luoghi comuni (“le vogliamo più formose”, come in Participio presente)».
L’analisi dei testi evidenzia, oltre la persistenza di un linguaggio di violenza e aggressività nei confronti delle donne, anche il prevalere di logiche commerciali che investono su motivetti orecchiabili privi di contenuti. Le canzoni – che “non sono mai solo canzonette”- hanno la stessa potenza delle altre forme espressive amplificata, però, dalla possibilità di superare barriere culturali e linguistiche.
Ma le cantanti e le cantautrici che ostacoli incontrano nel mercato del lavoro? «La cantautrice Elisa ad esempio ha recentemente ricordato come in giovane età le avessero consigliato di non scrivere canzoni, perché le sarebbe bastato il suo aspetto fisico. Anche Taylor Swift, una delle più grandi popstar del momento, cantautrice e business woman che rompe ogni record, nonostante l’enorme successo e la professionalità dichiara di essere costantemente sminuita e infantilizzata».
Comportamenti confermati dalle cantautrici del collettivo Canta fino a Dieci nato a Torino durante il periodo della pandemia da Covid: «Bisogna essere impeccabili da un punto di vista estetico; c’è una pressione estetica enorme, tutti si interessano a come sei vestita, però, dall’altra parte se sei troppo “figa” allora non hai scritto tu le canzoni, quindi devi anche dimostrare di essere intelligente dice Anna Castiglia».
Neanche il settore musicale sfugge allo stereotipo che vuole le donne in competizione tra loro e poco portate alla scrittura di testi o di musiche, vedere un gruppo di musiciste, una band di ragazze, fa scalpore perché inusuale e lontano dalle categorie consolidate di pensiero: «Si tratta di porre l’attenzione ai servizi di raccomandazione musicale e sul loro ruolo nel riprodurre bias28 di genere. Il Bias di genere proposto in questo caso prevede il 25% di artiste. Le canzoni delle artiste consigliate dall’algoritmo sono al quinto/sesto posto, mentre quelle dei colleghi al primo/secondo posto. […] Un meccanismo chiamato feedback loop riproduce e rinforza il bias attraverso il quale le artiste hanno sempre meno visibilità».
Meno visibilità, minor guadagno. Il lavoro di Danieli è testo interessante che offre molteplici spunti di riflessione prendendo in esame uno strumento espressivo che affonda le radici nella notte dei tempi, il canto delle donne, che non sfugge al doppio standard: va bene se confinato nel passato come dispositivo antropologico per la trasmissione del patrimonio orale o se vissuto nella sfera domestica per l’allevamento dei figli ma – quando diventa business e lavoro – allora no, allora lì lo spazio è maschile.
Una eccezione? Non proprio… Chi cucina, solitamente, in casa e quante sono le donne chef? Quante sono le donne che tagliano, cuciono e creano modelli e quante le stiliste di fama internazionale?
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IL LIBRO
Patrizia Danieli
La canzone d’autrice. Antropologia, potere e narrazioni femministe in Italia, Ledizioni
Pagine 236
euro 20
L’AUTRICE
Pedagogista e antropologa di formazione, Patrizia Danieli è nata nel 1980. Insegna italiano, storia e geografia nella scuola secondaria di primo grado. È educatrice teatrale e da diversi anni si occupa di laboratori teatrali per bambini e bambine e di formazione per adulti/e sulla pedagogia di genere. Per Ledizioni ha pubblicato Che genere di stereotipi? Pedagogia di genere a scuola. Per una cultura della parità (2020).
tra #ledisobbedienti: Donne ed etnografia
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