Le disobbedienti/ Miki Agrawal e il manifesto contro gli stereotipi di genere. Come si diventa sovversive

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A volte in un libro le differenze culturali sono tangibili, oltre che nei contenuti, anche nelle scelte grafiche. “Sovversive. Manifesto contro gli stereotipi di genere” scritto da Miki Agrawal e curato da Laura Corradi per Vanda edizioni è pieno di colore, grafica e disegni che movimentano il testo rendendolo immediatamente assimilabile.
Un rosa acceso usato come una pennellata o uno sbaffo di rossetto o smalto per le unghie a ricordarci che la leggerezza non è superficialità ma uso sapiente dei registri esistenziali, narrativi e cromatici. Lo studio e la professionalità nella scelta grafica si avverte e colpisce nel segno, per motivi diversi, chi è del mestiere e chi non lo è.
Libri così mi è capitato di leggerne, per lo più solo se scritti e pubblicati nel mondo nord europeo o anglosassone, recentemente anche in Italia e mi piacciono molto. In Sovversive l’equilibrio tra testo e immagini è ben dosato, la costruzione cromatica è raffinata e se ne volessi definire il genere direi che è un mix tra un manuale per la crescita personale e una analisi di alcuni degli stereotipi di genere più diffusi.
Lo stile è immediato, diretto e personale, mira a coinvolgere chi legge rendendola/o protagonista. Tredici “sovversioni” su cui riflettere e mettersi alla prova attraverso esercizi pratici sono le tappe del percorso tracciato.
«Una sovversiva mette in discussione ogni cosa nella propria vita, nella cultura e nella società, per assicurarsi di trarre il massimo dalle proprie esperienze di vita prima che tutto quanto bruci come un fuoco di paglia» è la definizione data per meglio comprendere lo spirito e il significato del testo che si sofferma su alcuni stereotipi con i quali quotidianamente facciamo i conti.
Luoghi comuni fondati sul doppiopesismo in base al quale se le cose le fanno gli uomini assumono un valore mentre, se a farle sono le donne, ne hanno un altro. Tale abitudine mentale discende da modelli socio-culturali creati dai primi che stabiliscono e regolano i ruoli per le seconde in modo che queste non interferiscano con il governo della cosa pubblica e con il potere decisionale.
L’autrice, nata in Canada da padre indiano e madre giapponese, racconta le sue esperienze nel mondo del lavoro – giocatrice professionista di calcio e fondatrice di imprese di biancheria intima che hanno infranto il tabù del ciclo mestruale – e quelle della vita privata.
Tra le pagine scorrono considerazioni ricche di spunti di riflessione. La prima su cui mi soffermo è la differenza tra il modello socio-economico americano – o come preferisce lei degli Stati Uniti – e il nostro. Il confronto è l’humus per la crescita, da questo si innescano i processi di analisi, revisione e progettazione. Fatta questa premessa sarà più facile contestualizzare alcune delle riflessioni e dei suggerimenti.
Partiamo dal mercato del lavoro. Il nostro è estremamente rigido e rende arduo – ma non impossibile – un cambiamento professionale così come descritto e auspicato nel testo mentre il processo di creazione di impresa, a differenza di quanto avviene oltre oceano, nella nostra società si scontra con due ostacoli, il primo riguarda una diffusa mentalità che tende a screditare l’iniziativa privata presentando chi fa impresa e/o sceglie la libera professione tendenzialmente come un evasore fiscale mentre il secondo attiene alla figura di investitore/trice in start up da noi ancora non affermata come soggetto economico e quindi difficilmente rintracciabile.
Quanto leggiamo è molto incoraggiante ma riflette una realtà lontana dalla nostra ed è importante approcciarvisi svolgendo lo stesso esercizio di consapevole comparazione fatto in occasione dell’uscita del libro di Sheryl Sandberg “Lean in” (2013). Dell’importanza dell’approccio al testo abbiamo conferma nelle pagine dedicate al fallimento. Questo è visto, nel modello americano, come una occasione di crescita: si sbaglia, si impara e si prova di nuovo per far meglio.
In Italia non è così, chi fallisce si guadagna una lettera scarlatta che indosserà a vita. Fallire con la propria impresa significa non avere più diritto di cittadinanza nell’accesso al credito ed essere inserito in una black list, fallire in un concorso pubblico vuol dire rischiare di aver gettato al vento anni di studio, fallire all’università viene considerata una grave macchia nel curriculum.
Quel che emerge, in tutta la sua drammatica evidenza, è che quanto leggiamo nel libro si riferisce alla concreta possibilità di costruire valorizzando il proprio talento, possibilità quasi del tutto estranea alla nostra realtà.
Leggere Sovversive può essere importante perché è un invito a elaborare una strategia per cambiare le cose partendo da sé stesse e traendo dalle pagine gli spunti da ben calibrare sulla nostra quotidianità.
«Inizia offrendoti a titolo gratuito!» è un consiglio che difficilmente potremmo seguire poiché il nostro mercato del lavoro lo propone fin troppo spesso mortificando la professionalità mentre «la sovversione non sarà mai possibile senza una tribù che ti supporta» è un suggerimento da cogliere al volo e praticare abbandonando la mentalità individualista che ci contraddistingue.
Imparare a investire in relazioni e costruzioni di reti è fondamentale, è la strada da perseguire se si vuol crescere professionalmente e personalmente. Così come importante risulta seguire un altro suggerimento, quello che riguarda la negoziazione.
Le donne devono imparare a negoziare le condizioni dei rapporti di lavoro distinguendo le aspettative dalle clausole contrattuali. Troppo spesso, anche le meno giovani dotate di una personalità strutturata, sono sprovviste di strumenti utili a condurre una trattativa soddisfacente.
Un altro spunto da cogliere al volo: il rapporto con i soldi. Si dice che le donne siano poco informate sugli investimenti e su come far fruttare il proprio danaro, per fortuna questo è sempre meno vero ma per chi ancora non fosse sufficientemente informata è bene attrezzarsi.
La distanza culturale tra le due sponde dell’oceano che si riscontra è tutta in una riga:  «Nel Settecento (perché si discute di rado ciò che è stato definito nel Settecento?)»  ecco in Europa se ne discute di continuo di quel che è accaduto dal Settecento avanti Cristo …e a volte se ne rimane impantanati.
L’approccio è diverso ma le considerazioni sono valide e utili per riflettere su come sovvertire la propria vita partecipando a un processo che riguarda un cambiamento socio-culturale non più procrastinabile. Personalmente interpreto e – pratico- la via alla sovversione come innovatività.
Ciò che innesca il cambiamento, un pensiero seguito da una azione innovativa, è un atto di sovversione che produce un risultato aprendo una nuova strada. Le innovatrici e gli innovatori non hanno vita facile.
 «Invece di lamentarti di quello che non ti piace, crea quello che ti piace» è una affermazione sacrosanta! Un comportamento da suggerire a una moltitudine di persone. E se non se ne ha il coraggio? Bisogna mettersi in discussione e incamminarsi sulla via della sovversione.
Mi viene in mente la teoria del Locus of Control elaborata da Rotter nel 1954 per stabilire dove ognuno di noi posizioni il controllo di quanto gli accade: all’interno o all’esterno di sé stessa/o. Siamo noi a determinare quanto avviene o il destino, la società, gli altri?
È importante acquisire consapevolezza rispetto alle proprie potenzialità e i propri limiti senza lasciarsi spaventare dalla difficoltà che il cambiamento comporta, ogni tipo di cambiamento. Allontanarsi dalla prassi e l’abitudine richiede impegno, energie, risorse, tenacia e determinazione.
«Si è sempre fatto così…» è lo scoglio da superare. È vero, il modello socio culturale degli albori della civiltà in cui le donne avevano diritti e ruoli sociali riconosciuti è stato cancellato a favore di uno di stampo patriarcale consolidatosi nei millenni, ma questo non è immutabile.
Il processo di cambiamento culturale è lento ma inesorabile e alla domanda “sei femminista?” oggi si danno diverse risposte. Mi piace e trovo condivisibile l’argomentazione fornita da Agrawal a una giornalista che la intervistava domandandole se fosse femminista, la risposta si fonda sull’idea che non esista una risposta unica poiché la natura inclusiva del femminismo abbraccia le diverse definizioni di quante/i credono e si impegnano per la parità dei diritti tra uomini e donne.
Vale la pena ricordare – e parliamone di quello che è accaduto nel Settecento! – quanto scritto da Mary Wallstonecraft in a “Vindication of the Rights of Woman” (1792) in cui denunciando l’impossibilità per le donne di accedere all’istruzione ed esercitare l’indipendenza di pensiero e di scelta nella propria vita sottolineava che lo scopo non è raggiungere la supremazia delle donne sugli uomini ma la paritaria collaborazione nel reciproco riconoscimento di diritti e talento.
©Riproduzione riservata

IL LIBRO
Miki Agrawal,
Sovversive. Manifesto contro gli stereotipi di genere,
a cura di Laura Corradi
Vanda edizioni
Pagine 277
euro 22

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