Le disobbedienti/ Olympe de Gouges: drammaturga e scrittrice. Finì sulla ghigliottina per le sue idee, ai tempi del terrore in Francia

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Olympe de Gouges (1748-1793) fu una drammaturga e scrittrice impegnata che trovò la morte alla ghigliottina, durante il periodo del terrore in Francia, per gli argomenti affrontati. Scrisse oltre centocinquanta opere tra romanzi, racconti, pamphlet, testi teatrali, saggi filosofici, manifesti e altri lavori.
Conosciuta all’anagrafe come Marie Gouze figlia di Pierre Gouze e di Anne-Olympe Mouiss apprese dalla madre l’identità del padre biologico, il poeta Jean-Jacques Le Franc de Pompignan. Vivere questa realtà, con il corredo sociale che ne discendeva, la spinse a trattare il tema del riconoscimento dei figli nati al di fuori del matrimonio come uno dei diritti inderogabili delle donne.
Le sue commedie affrontano temi politici importanti e divisivi, incendiari, come quello della schiavitù al centro della pièce teatrale ’“Esclavage des Noirs, ou l’Heureux Naufrage” cui affiancò i diritti negati e da affermare di altri soggetti emarginati: le donne, i bambini, gli anziani e i poveri. De Gouges scrive della disuguaglianza nelle varie forme in cui essa si sostanzia osservando la dilagante povertà, cui la rivoluzione non seppe porre rimedio, ipotizzando che essa sarebbe stata, nei secoli futuri, lo spartiacque che avrebbe tracciato la linea di demarcazione tra le persone.
Nel 1791, con la “Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne”, presenta un testo volto a integrare la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 che, di fatto, esclude le donne.
La dedica della Dichiarazione a Maria Antonietta e la scrittura di un manifesto, sebbene uscito anonimo, che esamina la forma di governo vigente prospettandone altre come possibili sono alcuni dei motivi che la resero invisa a quanti erano al potere e ne decretarono la morte. In “Un dialogo su Olympe de Gouges. Donne, schiavitù, cittadinanza” a cura di Thomas Casadei e Lorenzo Milazzo ETS edizioni presenta gli atti di un convegno svoltosi nel 2021.
I contributi, illustrando aspetti diversi, concorrono a delineare un quadro interessante e variegato che consente di adottare punti di vista differenti per meglio comprendere il pensiero, le idee e la teoria politica di de Gouges.
I saggi si soffermano sulla visione politica e giuridica tra radicalismo e moderatismo, argomentano il giusnaturalismo, il significato dei testi teatrali, la critica femminista e il paradosso dei termini dell’universalismo delle differenze – in cui far convivere l’uguaglianza e le differenze – e la questione della cittadinanza attiva: “ […] la Costituzione del 1791 non è valida, perché certamente nessuna donna ha partecipato alla sua estensione: una tale affermazione, riferita a una Carta dei diritti frutto di un processo rivoluzionario, ha un significato dirompente: nessuna rivoluzione è realizzabile se alla donna viene tolto il diritto di parteciparvi, se non le viene riconosciuta una cittadinanza attiva” scrive Annamaria Loche spiegando che “[…]la sua Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne riscrive quel documento con l’intento di chiarire, aggiungere, puntualizzare, tutto quanto i rivoluzionari hanno occultato, mistificato, dimenticato, tutto quanto riguarda, in breve, metà del genere umano: le donne”.
Si scioglie, così, il paradosso dell’universalismo delle differenze: esistono dei diritti che devono essere riconosciuti – egualmente in capo a ogni soggetto – senza però che l’estensione universale di tale riconoscimento cancelli le differenze, la differenza non può e non deve essere usata come grimaldello per negare i diritti a quanti non rientrano nel canone costituito dal potere, la politica – secondo de Gouges – va esercitata per innescare il cambiamento di un canone ingiusto.
Tale argomentazione introduce un aspetto terminologico al centro, negli ultimi anni, del dibattito linguistico, politico e socio-culturale italiano: il linguaggio di genere. Un tema che, da tempo, mi sta a cuore quale convinta aderente alla scuola di pensiero secondo la quale la forma è sostanza: nominare le cose vuol dire riconoscerle e legittimarle.
Tralasciando le affermazioni di benaltrismo secondo le quali ci sarebbero “ben” altri fronti su cui impegnarsi per l’affermazione dei diritti delle donne e sorvolando sulle accuse di presunta cacofonia dei vocaboli propri della sfera professionale e istituzionale, ovvero quelli che conferiscono ruoli nell’agone pubblico, la declinazione di termini al femminile risulta azione fondamentale per un uso della lingua che consenta il riconoscimento identitario delle persone rendendo oggettiva la presenza di uomini e donne in ogni ambito della società.
La declinazione del genere maschile non era per de Gouges da considerarsi inclusiva, il maschile si usa per riferirsi agli uomini e solo a loro, le donne non vi sono contemplate. Il genere maschile non è collettivo.
La stessa riflessione – con ugual passione e acume politico – portò poco dopo un’altra filosofa e scrittrice, anch’ella a Parigi durante il periodo del terrore, alle medesime considerazioni. Mary Wollstonecraft dopo aver scritto “A vindication of the rights of men” (1790) scrisse “A vindication of the rights of woman” (1792) testimoniando e ribadendo la necessità di distinguere il soggetto maschile da quello femminile cui riconoscere pari diritti.
Il tema è ripreso nelle ultime pagine del testo dal saggio di Orsetta Giolo su identità e neutralità, in particolar modo, nelle considerazioni che riguardano la recente adozione, da parte di diverse persone, dell’asterisco o della schwa come simbolo grafico includente e neutro.
Credo risulti chiaro, a tutte e tutti, che tale scelta sia dettata dalla volontà di includere nella scrittura le identità non binarie, quelle cioè non riconducibili né al genere maschile né a quello femminile cui si aggiungono quelle che si considerano fluide.
Tale scelta, seppur dettata da una volontà di inclusione paritaria, provoca un effetto distorsivo poiché, attraverso l’utilizzo di un carattere grafico che nulla dice circa l’individualità, si genera la scomparsa della cifra identitaria. 
Quanta strada è stata fatta dall’epoca in cui de Gouges e Wollstonecraft scrissero documenti fondanti per i diritti delle donne intesi come diritti umani? Come furono accolte le idee di de Gouges dagli uomini al potere negli anni in cui si ridisegnava l’idea dello Stato? La storia insegna che quando si vogliono depotenziare le idee di qualcuno, soprattutto delle donne, uno degli strumenti più efficaci è il discredito, fu pertanto bollata come isterica, paranoica, squilibrata e dedita alla prostituzione.
Denigrare è il primo passo per delegittimare e minare la credibilità. La sua scelta di non risposarsi, dopo la morte di un marito impostole quando era ancora adolescente, senza per questo rinunciare ad avere rapporti con gli uomini le fece guadagnare la patente di cortigiana.
L’accusa formulata, per ragioni politiche, venne accompagnata da quella “di non aver rispettato le virtù del suo sesso” e – di più – si chiese al figlio di rinnegarla come pessima madre. Quest’ultima aggravante è, forse, dovuta alla volontà di salvaguardare la posizione raggiunta dal figlio nell’esercito facendogli prendere le distanze da una madre ritenuta nemica del potere costituito.
Nel testo si affrontano e approfondiscono la trattazione di de Gouges in merito al diritto naturale, il contratto sociale, le affinità con Condorcet, il confronto con le idee di Locke, Rousseau e Wollstonecraft. Il destino di Wollstonecraft, madre di un’altra donna che sfiderà le regole sociali della propria epoca – Mary Shelley – fu meno tragico sebbene anch’ella pagò il fio del biasimo sociale per le sue relazioni al di fuori del vincolo matrimoniale e per la visione filosofica sviluppata.
Interessante, nel testo, è anche l’argomentazione circa la differenza tra la posizione di de Gouges e quella di Rousseau rispetto al giusnaturalismo. Questi faceva discendere dalla Natura la differenza – e conseguente inferiorità – della donna all’uomo mentre de Gouges non riteneva che la Natura imponesse e dettasse asimmetrie e disuguaglianza anche se, in merito alla Rivoluzione haitiana, la scrittrice adotta un punto di vista – ancor oggi motivo di confronto- che predilige la funzione civilizzatrice dell’Europa inserendosi nel filone del dibattito sul colonialismo e il post colonialismo. ETS propone, per chi voglia approfondire la conoscenza di de Gouges, un ottimo strumento.
©Riproduzione riservata 

IL LIBRO
A cura di Thomas Casadei e Lorenzo Milazzo,
Un dialogo su Olympe de Gouges. Donne, schiavitù, cittadinanza, Edizioni ETS
Pagine 231
euro 22,00

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