Il Dossier n. 565 della 17° Legislatura chiarisce i passaggi istituzionali promossi dalle Regioni del Nord, Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, in merito all’autonomia differenziata. Sin dai testi delle Risoluzioni votate dai rispettivi Consigli Regionali una delle voci che le medesime vorrebbero annettere, nel quadro delle materie oggetto di autonomia, è la “Tutela e sicurezza del lavoro”.
A vario titolo i tre documenti, a supporto di detta voce, nominano anche l’istruzione tecnica e professionale, l’internazionalizzazione delle imprese, la ricerca scientifica e tecnologica, il sostegno all’occupazione e all’innovazione, le professioni. Un vero e proprio “pacchetto del lavoro” si direbbe.
Dietro questi titoli si “nasconde”, a mio avviso, la differenziazione del lavoro e le relative retribuzioni. Il tentativo è quello di allineare la produttività ai salari, ovvero far passare l’idea della decentralizzazione degli stipendi. Pertanto nelle Regioni dove ci sono più bassi livelli di produttività si guadagnerebbe di meno. E così il gioco è fatto: il Sud arretrerebbe in ricchezza e al Nord si vedrebbero aumentare i salari.
In questo modo, a detta dei benpensanti come Tito Boeri, Ichino, Moretti, diminuirebbero gli squilibri e le povertà, provocati innanzitutto dalla disoccupazione nel Mezzogiorno. Queste si chiamano “gabbie salariali”, definitivamente superate nel 1972, che non poche conseguenze (negative) crearono tra le aree del paese. Come se le attuali spaccature delle “diverse“ Italie non fossero state alimentate principalmente dal differente trattamento economico tra i lavoratori del nord rispetto a quelli del sud.
Allora esiste una questione meridionale o una questione salariale? Se il dibattito pubblico alimentato dalle Regioni del Nord non inverte i cardini del ragionamento proposto, e le spinte leghiste in tal senso ne legittimano il terreno di confronto, continuando a eludere la vicenda dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP), specialmente in tema di welfare locale (sanità e istruzione), allora è tutto più chiaro e quindi più falso. Insomma, questa è la strada principale per “non” creare condizioni di pari diritti e dignità, ovvero garantire quei servizi minimi uguali e paritari per tutti. In siffatta specie l’inganno nei confronti del Mezzogiorno è servito!
L’autonomia differenziata di oggi è la cartina di tornasole di come si vorrebbe chiudere la storica questione meridionale, diversificando qualità della vita, consumi, sviluppo e valorizzazione del territorio, tra Nord e Sud, fuori da ogni meccanismo compensativo, solidaristico ed omogeneo. Anche a costo di eludere la Costituzione!
Questo impianto soffre il confronto, deve ridurre il campo della partecipazione, sente l’esigenza di svuotare gli organismi elettivi come il Parlamento, lascia al palo la contrattazione nazionale, non consente un franco e chiaro dibattito “fuori” dalle strette stanze istituzionali. Non mi sembra che bozze, pre-intese, accordi quadro, abbiano avuto quella circolarità informativa e/o quella orizzontalità di processo necessari ad arricchire la discussione. Tutt’altro.
Le determinanti principali della produttività vedono il Sud forzosamente perdente, ovvero la distanza emerge in tutte le variabili ad essa riconducibili: demografiche (inattività, occupazione, disoccupazione), istituzionali (efficienza PA, logistica e trasporti, economia sommersa), tecnologiche (ricerca, innovazione, internazionalizzazione, infrastrutture materiali ed immateriali).
E’ più utile recuperare una visione keynesiana tentando di rimontare questi ritardi e non avanzando per la via di fuga della divisione. Secondo l’economista britannico la produttività dipende massimamente dagli investimenti e dal contesto socio-economico. Se questi al Sud soccombono vanno ri-allineati e non ulteriormente squilibrati con più bassi salari medi in questa parte del paese.
Nel frattempo il Governo accelera nella diffusione dell’industria 4.0 in Italia. Recenti studi, consultabili sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico, delineano tendenze e riflessioni dell’evoluzione industriale dopo gli anni della crisi. Il Sud, sostanzialmente, risulta indietro rispetto alla media italiana e a quella del centro-nord nell’uso delle tecnologie innovative più importanti, quali robot, stampanti 3d, nanotecnologie, cloud, Big data/analitycs, cyber security.
Ma quali sono gli obiettivi prevalenti legati all’utilizzo delle tecnologie 4.0? Flessibilità della produzione, aumento della produttività, riduzione del personale, nuovi mercati e modelli di business.
Quindi l’esecutivo nazionale guarda a Nord, non certo da queste parti, prepara il terreno per le imprese del settentrione, ben consapevole che le interazioni tra l’uso delle nuove tecnologie e i driver della competitività troveranno quel territorio più pronto.Il retro pensiero, ovvero il “non detto” del costo del lavoro apre lo scenario dell’attacco ai salari nel Mezzogiorno, tutti gli indizi sommano alcune prove.
Allora il ruolo del Parlamento (che il governatore della Lombardia vorrebbe diventasse “terzo”), la definizione dei LEP (che il governatore dell’Emilia Romagna vorrebbe posticipare), i fabbisogni standard (che il governatore del Piemonte non vorrebbe quantificare), rappresentano un ostacolo sulla via di quell’autonomia che mette in discussione il valore dell’unità nazionale e l’equità sostanziale tra Nord e Sud.
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