La nostra redazione già si è occupata della fotografa Melissa Ianniello. Di recente alcune testate giornalistiche straniere si sono occupate del suo meraviglioso progetto, come il quotidiano britannico The Guardian.
A questo proposito, preferiamo dare spazio alla nostra interessante artista, dalla grande sensibiltà creativa, che ci racconta la sua storia di giovane lesbica attivista e sempre in campo per i diritti, tra “poesia” e “intimità”, in una vita complicata, sì!, ma piena e importante .
«Mi chiamo Melissa Ianniello, ho 29 anni, e sono una fotografa documentaria di origine campana con base a Bologna, città che mi ha adottata ormai quasi 12 anni fa. Sono laureata in Filosofia e mi sono avvicinata alla fotografia proprio durante gli anni universitari: studiavo filosofia e contemporaneamente andavo alla ricerca del mio linguaggio personale; ebbene, nonostante mi piacesse molto l’uso della parola scritta e anche parlata, ho compreso che ottenevo la migliore espressione di me attraverso il visuale, precisamente attraverso il disegno e la fotografia. Disegno ancora, nello specifico mi occupo di illustrazione col progetto “MEL – The Sketcher” (lo trovate sui social: https://www.instagram.com/mel_thesketcher/   e https://www.facebook.com/melthesketcher ), ma è nella fotografia che ho deciso di investire in tutto e per tutto».
Come nasce l’idea?
Dal mio coming out mancato con i miei nonni. Sono lesbica dichiarata praticamente con tutti, da quando avevo 18 anni (ora ne ho quasi 30). Con i miei nonni e nonne, però, non sono riuscita a parlare di questo. Lo ammetto: mi sono mancati il coraggio e la forza. Onestamente, non so come avrebbero reagito se fossi riuscita a far coming out con loro. Forse male – erano un po’ “di vecchio stampo”. Però mi resta il dubbio. E quello che oggi è solo un dubbio, prima di iniziare Wish it Was a Coming Out era un vero e proprio senso di colpa. E’ arrivato un certo momento della mia vita in cui mi sono sentita profondamente in colpa per non essere riuscita a parlare loro di me e della mia identità. L’orientamento sessuale per me è infatti una vera e propria identità – per dirti, anche se attualmente ho un compagno, un ragazzo appunto, un ragazzo trans per la precisione, continuo a sentirmi e a vivermi come lesbica. Normalmente, infatti, sono attratta dalle ragazze. Per me quella di lesbica è un’etichetta prima di tutto politica. Spiega chi sono e come sono in relazione alle altre persone. C’è bisogno di visibilità, di orgoglio lesbico in questo Paese ancora fortemente lesbofobo (e omotransfobico) e misogino. Ecco, tutto questo io non sono riuscita a condividerlo con i miei nonni.
Potresti spiegare più dettagliatamente perché?
Ti faccio un esempio: ogni anno, a Natale, le mie nonne mi chiedevano se avessi il fidanzato. Io rispondevo negativamente e così facendo probabilmente davo loro un dolore perché potevo dar l’impressione di essere sola (e quindi, secondo la loro mentalità, infelice). Magari invece ero felicemente fidanzata, con una ragazza però. Non aver fatto coming out con i miei nonni circa il mio orientamento sessuale ha significato quindi tener loro nascosti i miei amori, parte delle mie amicizie, così come le mie visioni e posizioni politiche… Insomma, essermi nascosta ha significato celar loro un intero mondo, il mio. Sono profondamente convinta che fare coming out sia al contempo un atto di rispetto e amore verso se stess* e un atto di fiducia verso gli altri. Ecco, è come se io non gli avessi dato fiducia. Ai miei nonni, intendo. Non aver fatto coming out con loro ha significato non avergli dato la possibilità di conoscermi realmente. Questa possibilità sono stata io a negargliela e col tempo, semplicemente, me ne sono amaramente pentita.


Quando, esattamente?
Quando ho finalmente trovato la forza era in parte troppo tardi: i miei nonni e la nonna materna erano già morti. Wish it Was a Coming Out nasce quindi proprio dal desiderio catartico di redenzione: ho pensato che così come io non ero riuscita a far coming out con loro, tanti potenziali nonni non hanno modo di far coming out circa la propria vita con dei potenziali nipoti. Dico potenziali perché ad esempio, causa leggi italiane in tema di diritti lgbt, è molto raro se non inverosimile che delle persone lgbt anziane abbiano dei nipoti in quanto nonni. Sono quindi partita con l’idea di ricercare, in tutta Italia, persone che per età si avvicinassero ai miei nonni e per orientamento sessuale si avvicinassero a me: per dirla in breve, uomini gay e donne lesbiche anziani. E’ così che tutto ha preso avvio.
Un progetto dedicato a loro?
Nel raccontare le loro storie, i loro affanni, i loro amori, sogni, battaglie, speranze, avrei in qualche modo reso omaggio ai miei nonni e a quel dialogo che io per prima non ho permesso. “Wish it Was a Coming Out – Vorrei fosse un coming out”: è al dialogo intergenerazionale che mi riferisco. Il coming out di cui parlo nel titolo del mio lavoro si riferisce al dialogo che talvolta neghiamo alle persone che pure amiamo. Dar vita a questo dialogo con dei perfetti sconosciuti è stata una bella sfida ma, a distanza ormai di quasi tre anni dall’inizio del progetto, posso ritenerla una sfida ampiamente vinta. I protagonisti e le protagoniste del mio lavoro si sono gradualmente aperti con me e mi hanno permesso di accedere alle loro vite e alla loro intimità.


Qual è stato il procedimento?
Ho ascoltato, registrato e fotografato le loro storie e al contempo ho potuto fare quel coming out che ho negato ai miei nonni: perché queste persone si aprissero con me, si confidassero con me, ho io per prima aperto loro il mio cuore e raccontato la mia storia. Letteralmente, ho fatto anche io coming out con loro, mettendoli a parte non soltanto del mio orientamento sessuale ma anche dei miei pensieri e della mia vita in generale. Ecco quindi che si è venuto a creare un dialogo bilaterale che ha portato poi alla costituzione di una vera e propria famiglia: io, i protagonisti e le protagoniste del progetto siamo ora tutti una grande famiglia, siamo collegati tra di noi. E sono state proprio queste persone a darmi la forza, infine, per fare coming out (circa il mio orientamento sessuale) con l’ultima nonna rimasta in vita. E’ ancora viva e ha quasi 94 anni; ora soffre di demenza senile e non ricorda più nulla del mio coming out, ma un paio di anni fa era ancora sufficientemente lucida per ascoltare, capire e ricordare. Ebbene, grazie a questo lavoro sono finalmente riuscita a dichiarare il mio lesbismo all’ultima nonna rimasta in vita, e questo per me è stato un grandissimo successo personale per il quale ringrazio ancora le protagoniste e i protagonisti di Wish it Was a Coming Out: è grazie a loro se ho trovato la forza.
Dopo la pubblicazione (24 agosto 2020) sul Guardian, un grande traguardo, hai ricevuto altre proposte? 
Quello del Guardian è senza ombra di dubbio stato un grande traguardo per me, per il quale sono ancora incredula. Non pensavo si sarebbero interessati a me, e invece…! A tal proposito vorrei ringraziare l’Helsinki Photo Festival: è grazie a loro se il Guardian è arrivato a me. Infatti, da inizio luglio e fino al 30 settembre, alcune immagini di Wish it Was a Coming Out sono esposte lì da loro, in Finlandia; il festival ha pubblicizzato alcuni artisti e artiste tramite un primo articolo sul Guardian, e tra questi artisti c’ero anche io. E’ così che dal Guardian hanno potuto vedere un paio di foto del mio progetto e, essendone rimasti colpiti, mi hanno contattato per averne altre. Da lì è nata la collaborazione che ha portato alla pubblicazione di ben 16 foto da Wish it Was a Coming Out. La notizia del Guardian è ovviamente arrivata anche in Italia: appena qualche giorno dopo dall’uscita della gallery, mi hanno contattato da La Repubblica Bologna per un articolo esclusivo su di me e il mio lavoro, nell’edizione cartacea.
Bologna, città del cuore?
Io sono stata adottata dalla città di Bologna ben 12 anni fa, quando dal casertano mi sono trasferita qui per studiare Filosofia; è quindi stato per me molto emozionante nonché gratificante ricevere un’intervista da un quotidiano di quella che ormai considero a tutti gli effetti la mia città. Sempre grazie all’articolo del Guardian, ho poi ricevuto due proposte di pubblicazione da due diversi magazine tedeschi, uno online e uno cartaceo, che si occupano di femminismo e tematiche LGBT. Ancora non posso fare i nomi ma se continuerete a seguirmi sui miei canali (link alla mia pagina facebook → https://www.facebook.com/melissaianniellophotography   al mio instagram → https://www.instagram.com/melissa_ianniello/   e al mio sito →  https://melissaianniello.com/   ) li scoprirete presto!
Sei tra i 9 finalisti del prestigioso premio W. Eugene Smith Grant, il cui valore complessivo è di ben 40.000 dollari; come ti senti al riguardo?
E’ pazzesco, sono ancora incredula. Io sono appena all’inizio della mia carriera, sono ancora una “signora nessuno” e venir presa in considerazione, addirittura come finalista, per un premio che negli anni è stato vinto, tra gli altri, da Sebastião Salgado e Letizia Battaglia è un grandissimo onore. Che dire, sono commossa, sinceramente. Qui in Italia, ammetto, non sto avendo molta fortuna come fotografa: pubblicare con le riviste italiane finora si è rivelato difficilissimo. Ma a quanto pare inizio a farmi conoscere all’estero e questa è una soddisfazione enorme. Essere finalista per questo prestigioso premio significa moltissimo per la mia carriera. Sono veramente grata alla giuria per questo riconoscimento.
Dalle tue risposte si coglie soddisfazione , pensi di continuare con questo stile? 
E’ importante sapersi evolvere, sia come persona che come artista. La tecnica è solo uno strumento al nostro servizio e nel tempo può cambiare insieme a noi. Non posso prevedere come evolverò in futuro ma sicuramente posso dirti che dai tempi di Momentary Lapse of Reality (il mio primo progetto, risalente al 2014) sono cambiata molto. Sono cambiata io come persona, nel senso che sono maturata, e con me è cambiato il mio modo di guardare il mondo e, di conseguenza, il mio modo di fotografarlo. Anche la tecnica si è quindi adeguata; è cresciuta insieme a me. Ora come ora sono soddisfatta, è vero, dei miei scatti ma la verità è che aspiro costantemente a dare di più, a migliorarmi sempre più. Può sembrare una frase fatta, ma davvero non si finisce mai di imparare e, di conseguenza, di migliorarsi. Spero di aver modo di farlo ancora per tanto e tanto tempo.
Cosa c’è nel tuo prossimo futuro?
Circa i nuovi progetti, premettendo che Wish it Was a Coming Out ancora non lo considero finito, perché sto continuando a lavorarci, ho due nuovi lavori appena iniziati che, presumibilmente, mi prenderanno ancora tanto tempo. Uno riguarda la transizione del mio compagno e, indirettamente, la mia persona – me come donna lesbica che si innamora di un ragazzo trans. Si intitola “My Girl is a Boy” (La mia ragazza è un ragazzo) ed è un progetto di tipo documentario, declinato in maniera intimista e oserei dire “biografica”, sulla realtà trans. L’altro lo sto ideando proprio in questi giorni; il titolo provvisorio è “Roller Coaster” (Montagne Russe) e mi vede per la prima volta dall’altro lato dell’obiettivo: il soggetto fotografato infatti sono io. Si tratta di una serie di fotografie, per lo più autoritratti, che vogliono indagare il tema dei disturbi mentali: soffro infatti di disturbo borderline di personalità insieme al disturbo bipolare di tipo 2. La mia vita è un eterno coming out ed è la prima volta che racconto questa cosa di me in un’intervista.
Cosa significa raccontarsi?
Se ho scelto di essere visibile anche da questo punto di vista è perché credo sia fondamentale lottare contro ogni tipo di stigma e pregiudizio; in questo caso, contro quello riguardante le malattie e i disturbi mentali. Metterci la faccia assume un valore politico davvero molto importante e sono quindi orgogliosa di mettermi in gioco parlando al mondo di un qualcosa di così intimo della mia persona. Allo stesso tempo, infatti, quello che è un racconto di vita personale può risuonare come racconto universale – il mio augurio è che chi, come me, soffre di disturbi mentali si senta meno solo/a guardando le immagini e leggendo la storia di questo progetto e, al contempo, chi non ne soffre possa imparare qualcosa di nuovo e abbandonare un pregiudizio. Lo stile di questo progetto è ancora una volta un mix tra il documentario e l’intimistico – probabilmente, in tal senso, il mio stile inizia a diventare riconoscibile.


Sicuramente ognuno dei soggetti che hai incontrato ti ha regalato una emozione. Ma hai un particolare colore emozionale? 
Il blu. Può sembrare un colore prevalentemente malinconico ma per me rappresenta molto di più: lo associo infatti sì alla malinconia, che pure è riscontrabile nei miei scatti, ma anche alla profondità d’animo. E quella che ho trovato nelle storie e nei cuori dei miei protagonisti e protagoniste è una profondità davvero grande, che merita di essere celebrata. Il blu è un colore che amo molto, in tutte le sue sfumature, soprattutto quelle del mare. E’ quindi con i colori del mare che penso a Wish it Was A Coming Out: il mare è poesia, è intimità, ed è appunto alla poesia che penso se devo tradurre il mio lavoro in termini letterari. 
Nel tuo essere artista, dove inquadri anime felici – alcune convivono sì con la solitudine ma in modo allegro, coscienti che vivere la vita anche da soli può essere bellezza – hai rilevato la forza dell’anima? 
Assolutamente sì! Come ti dicevo, è una grande profondità d’animo quella che mi sono trovata dinanzi nell’incontrare i protagonisti e le protagoniste del mio lavoro. Queste persone, nel mettersi a nudo davanti al mio obiettivo, hanno dimostrato che ci si può mettere in gioco sempre, a qualsiasi età, e che la forza dell’anima è ben più forte del tempo che avanza.
Sei molto giovane e caparbia: sicuramente avrai imparato tanto da questa esperienza, visto che ti sei relazionata con persone adulte con storie di vita importanti
Nel realizzare Wish it Was a Coming Out ho imparato moltissimo, sia su di me che sulla vita in generale. Ascoltare i vissuti e le emozioni di persone tra i 60 e i 90 anni, e per giunta omosessuali come la sottoscritta, è stato un vero e proprio viaggio che mi ha regalato tanto. Ci siamo dati molto reciprocamente, io e i miei protagonisti, ma probabilmente io sono quella che ha ricevuto di più. E’ qualcosa di pazzesco: quando ho iniziato questo progetto, nel 2018, davvero non credevo mi avrebbe restituito così tanto. Non ringrazierò mai abbastanza queste persone per aver creduto in me e nella mia idea, per essersi messe in gioco, per supportarmi tutt’oggi e per avermi donato le loro storie! Ho imparato che la potenza del coming out costruisce ponti tra le persone e crea dialogo. Ho imparato quanto l’amore possa sopravvivere a ogni cosa e quanto sia importante amarsi al fine di fare coming out: come dicevo prima, la visibilità lgbt è prima di tutto un atto di amore e rispetto verso se stess*. Ho imparato quanto sia importane credere in se stess* e nei propri progetti: se lavori con amore e con passione, se sei onest* verso le persone e credi in te stess*, allora il tuo sogno può diventare realtà. Ho poi imparato quanto forti e orgogliose possano essere le persone cosiddette “anziane”. Il loro orgoglio, la loro forza, la loro energia supera ogni cosa, supera tutte le difficoltà della vita. Sono quindi orgogliosa di essere ancora in contatto con tutte e tutti loro. Siamo una fantastica squadra, una vera e propria famiglia.
Definiamo il tuo lavoro “Scatti dell’anima”; qual è invece il tuo pensiero?
Non saprei, è sempre difficile definire il proprio lavoro… d’altra parte, de-finire significa proprio porre delle limitazioni, dei confini, e io desidero invece che il mio lavoro cammini libero, senza catene. Allo stesso tempo, però, mi rendo conto di quanto sia importante l’utilizzo delle parole (basti pensare al valore politico di certe etichette, come appunto “lesbica” o “gay”). Quindi se proprio devo usare due parole che, a mio parere, evocano il mio lavoro, opterei per “poesia” e “intimità”. Nel mentre che lo dico però mi sento già in imbarazzo: forse è più giusto siano gli altri a definire il mio lavoro, io mi limito a scattare.  
Il parere della redazione è che la nostra Melissa non si limita a scattare, ma dal suo racconto si evince un grande lavoro, una fatica nel girare tutta l’Italia per afferrare l’attimo, l’anima, far capire solo con lo sguardo – del “soggetto”- tutta una vita vissuta. Vite vissute con allegria, forza, caparbietà, sofferenza… ma “vita”. Melissa Ianniello in questo è stata molto brava, una donna che ha saputo scrutare. ” la forza  dei “combattenti” “guerrieri” contro un mondo ipocrita e bigotto, degli anni difficili. Grazie  Melissa . 
Per saperne di più
Melissa Ianniello
Documentary & Stage Photographer
melissaianniello.com

I PROTAGONISTI DELLE FOTO CHE PUBBLICHIAMO

Pina Capizzo, 63 anni, Assemini (Sardegna Pina ha un’infanzia difficile. Subisce violenza dal padre, un uomo geloso e tradizionalista, e viene abusata da un gruppo di uomini del paese. Si scopre lesbica giovanissima quando, ritirata da scuola per volere del padre, è costretta a lavorare come donna di servizio a casa di alcune signore e lì si innamora della figlia di una di queste. E’ un amore inconfessabile e a 18 anni, per sfuggire all’oppressione del padre, si sposa con un uomo di cui non è innamorata. Il riscatto arriva a 50 anni, quando dichiara al marito di essere lesbica: separata, è libera di vivere nuove relazioni e sentimenti con donne.   

   Gianni Reinetti, 82 anni, Torino (Piemonte). Per 52 anni Gianni ama il suo compagno Franco fino alla morte di lui, avvenuta nel 2017. Si incontrano nel 1964 a casa di un amico, ritrovo “clandestino” di amici omosessuali, in occasione di una festa. Gianni prende coraggio e, sotto una magnolia in fiore, dà il suo primo bacio a Franco. Pochi mesi prima della morte di lui si uniscono civilmente. Attualmente Gianni vive a Torino, nella casa sua e del compagno, e nonostante l’età è in prima linea per la lotta per i diritti lgbt. 


  Victor Palchetti-Beard, 67 anni, e Gianni Manetti, 70 anni, Firenze (Toscana) Victor e Gianni sono una coppia da 43 anni. Victor è statunitense, arriva in Italia nel 1975 durante gli anni universitari e subito, tramite amici comuni, conosce Gianni. E’ amore vero ma Victor è americano e non può rimanere a lungo in Italia. La madre di Gianni decide allora di adottarlo per aiutare il proprio figlio a formare una famiglia. Una famiglia che oggi non può essere ufficializzata con un’unione civile perché dal punto di vista legale Gianni e Victor sono fratelli.   

  Tina Meriggi, 78 anni, e Lorenza Accorsi, 72 anni, Milano (Lombardia) Tina e Lorenza si conoscono nel gruppo di socializzazione over 40 dell’ArciLesbica (associazione nazionale lesbica) di Milano quando Tina ha quasi 60 anni. Nonostante l’età avanzata, il loro è da subito un rapporto pieno di passione. La prima vacanza insieme è in un campeggio nudista in Normandia, in Francia: è lì che si innamorano davvero. Dopo tre anni dal primo incontro, Tina va in pensione; da quel momento iniziano a viaggiare moltissimo, più di prima, visitando il mondo insieme. Nel 2018 si uniscono civilmente a Milano.   
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