Dopo le elezioni del 4 marzo 2018 tutto è cambiato, nulla è più come prima. Nel bene e nel male. I “morenti” partiti tradizionali vengono definitivamente spazzati via. I cittadini italiani disillusi dalla politica sanciscono una rottura. O meglio, lo credono.
Il M5S diventa il primo partito, mentre la coalizione di centro destra il primo schieramento politico. Due “primati” che non facilitano la costituzione di un governo cosiddetto “naturale”, ovvero fatto di formazioni contrapposte per espressioni sociali e rappresentanze istituzionali.
Dopo circa tre mesi i due “ibridi” si uniscono e firmano un contratto di governo. Qualcosa di mai visto prima in Italia. Un atto di natura privatistica di berlusconiana memoria meno eclatante.
Di Maio e Salvini si ispirano alla Germania dove vige, dal 1961, il Koalitionsvertrag (contratto di coalizione), una dichiarazione di volontà politica che, tanto in Germania quanto in Italia, non ha nessun preciso vincolo costituzionale. Infatti, l’art. 67 della Costituzione precisa agevolmente che ogni membro del Parlamento “esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.
Questo espediente è una volontà, nessuna imposizione per gli eletti, nessun accordo può limitare giuridicamente la coscienza dei parlamentari.
Il contratto di governo in Germania sottoscritto tra conservatori e socialdemocratici è composto da 177 pagine, quello di Di Maio e Salvini si ferma a 58. Tradizionalmente quello germanico viene rispettato al 70%, in Italia vedremo.
La SPD, prima di firmare il contratto lo sottopone ai suoi 460 mila iscritti e solo dopo va a chiedere la fiducia al Bundestag. Gli iscritti del M5S che hanno detto sì sono stati poco più di 42 mila.
Nel merito del punto più contestato, l’Europa, lo scritto è questo. Tredici righe di nulla, di vuoto assoluto, di totale inconsistenza. Solo il pedissequo richiamo a un coordinamento tra le due forze politiche “per la migliore tutela degli interessi dell’Italia in Europa”.
Scorrendo il contratto nei punti salienti viene in risalto la considerazione programmatica sulla giustizia. Sull’area penale è evidente una stretta securitaria tutta incentrata sull’inasprimento delle pene, a partire dalla legittima difesa della proprietà privata. Da questo punto di vista si va verso l’americanizzazione del concetto di proprietà: è possibile sparare a vista.
Se da un lato si tratteggia il concetto della certezza della pena, elemento di credibilità del sistema giudiziario, dall’altro non una parola sul giusto ed equo processo. Sulla lunghezza del primo grado di giudizio, fenomeno tra i più drammatici d’Europa, sulla eliminazione delle cavillosità che fanno addirittura disperdere l’oggetto originario del giudizio instaurato, che frenano pesantemente il contendere tra le parti in lite e la necessità di “riparare” diritti soggettivi squilibrati.
Il diritto di famiglia non affronta nessun nodo. Il terreno dei nuovi diritti, della emancipazione del ruolo della donna nei tempi di vita e di lavoro, delle coppie di fatto, delle famiglie con un solo genitore, delle famiglie ricostruite e unipersonali, segna un vuoto pericoloso. Evidentemente si ha nostalgia della famiglia patriarcale e cattolica. Si prevede il sostegno ai servizi di asilo nido gratuito a favore delle “sole” famiglie italiane.
Il capitolo sull’immigrazione si intitola: rimpatri e stop al business. Il tema principale è la rivisitazione del Regolamento di Dublino, ovvero rivedere le richieste di asilo dei migranti provenienti dai paesi terzi. Viene completamente scardinato il concetto di protezione internazionale.
La stretta riguarderà anche le occupazioni abusive di alloggi, accelerando le procedure di sgombero. Gli occupanti abusivi stranieri irregolari, ovviamente, verranno rimpatriati. Peccato che Salvini e Di Maio hanno dimenticato che la gestione dell’edilizia residenziale pubblica in Italia è competenza esclusiva delle Regioni e non dello Stato.
I campi nomadi vanno immediatamente chiusi. Peccato che nemmeno il contratto ha il coraggio di dire che fine faranno i 40 mila nomadi che vi dimorano. Anche questi avranno il foglio di via.
La filosofia di fondo delle otto righe sul Sud lascerebbe intendere una sua cancellazione. Non si prevedono misure specifiche con il marchio “Mezzogiorno” , ma ci si attesterebbe su un generico sviluppo economico omogeneo per il paese.
Piuttosto che promettere la immediata firma del decreto di riparto dei fondi statali per una percentuale pari al 34% verso il sud, volontà pretesa da una legge dello Stato, si ritorna pericolosamente indietro. Il destino della popolazione meridionale sarà sottomesso a una volontà nordista che non vuole il riequilibrio socio-economico tra le due Italie, non ha nessun interesse a determinare i cosiddetti costi standard e chiede più autonomia attraverso il residuo fiscale.
Ma la sorpresa sta nelle ultime pagine, con il “vero” capitolo dedicato all’Unione Europea. E qui si scopre un grande e colossale equivoco. Il contratto prevede un rafforzamento dell’Ue, a partire dal ruolo della Bce, fino ad “affermare l’identità europea sulla scena internazionale”. Tutto il dibattito su Savona e la messa in discussione degli istituti europei, fino a lasciar immaginare il presunto piano B (il ritorno alla lira), è stata una montatura. Oggi si direbbe una fake news.
Di Maio e Salvini hanno sottoscritto la piena attuazione degli obiettivi stabiliti nel 1992 con il Trattato di Maastricht ed il Trattato di Lisbona del 2007 (riforma della Costituzione Europea).
In questi tre lunghissimi mesi tutta l’Italia ha dovuto disquisire sulla natura del Governo tecnico o politico, sulla pantomima tra il Presidente della Repubblica e i due “fidanzatini politici”, sul presunto ruolo di un ministro contro l’euro, su un Presidente del Consiglio illustre sconosciuto che viene incaricato da Mattarella, poi si dimette e successivamente viene ripescato, ma che non si è ancora presentato davanti al Parlamento (Conte), su un altro Presidente del Consiglio incaricato e dimessosi in appena cinque giorni solo davanti al Presidente della Repubblica  (Cottarelli).
Nel frattempo i due leader piccoli piccoli avanzano l’idea di elezioni subito (Salvini) e della richiesta di impeachment a Mattarella (Di Maio), ripudiando il sistema di regole dello Stato fino ad issare i cartelli “il mio voto è utile”. Salvo, il giorno dopo, cantare a squarciagola l’inno di Mameli alla Festa della Repubblica (Lega) ed urlare in piazza “Lo Stato siamo noi” (M5S).
Nel frattempo è ricomparso lo spread e Piazza Affari ha bruciato decine di miliardi conquistati nell’ultimo anno. Beh si potrà sempre dire che la Borsa Italiana conta molto poco sui mercati finanziari mondiali.
La parola d’ordine è cambiamento. E’ vero, è già cambiato tanto. Innanzitutto la comunicazione della politica non è più quella di un tempo, oggi si urla sui social network, contano i selfie con il leader amato, il cinguettio del capo politico. E poi tutti nel salotto di Barbara D’Urso che sembra aver soppiantato quello di Bruno Vespa, con domande stabilite a tavolino, senza nessuna analisi ed approfondimento delle posizioni espresse e senza contraddittorio. Lo spettacolo soppianta la politica e facebook macina sintesi ignorante.
Infine, i pro e i contro difendono ideologicamente le proprie posizioni, per partito preso gli uni dicono “dureranno poco” e gli altri “lasciamoli lavorare”.
Francamente le due affermazioni mi toccano poco, quasi niente. Un Governo si giudica sui fatti, l’opposizione da quanto è in grado di correggere e condizionare l’indirizzo politico dell’esecutivo. E l’arma finale sta sempre in mano all’elettore, unico vero giudice e arbitro.
Tuttavia di tanta analisi una domanda mi rimane senza risposta: perché il Presidente della Repubblica, che ha il potere di non promulgare le leggi, oltre ad autorizzare la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Governo (art. 87 Cost.), ha posto il veto su Savona per paura di una correzione di rotta nei confronti dell’Ue? Eppure quel potere è pieno e insindacabile. Questa incertezza ha finito di allontanare, non avvicinare, i cittadini alle istituzioni. Ma ormai è tardi: è già cambiato tutto.
In alto, Napoli fotografata da Rosalba Giugliano