Ecco la quarta e ultima puntata  del nuovo racconto di Francesco Divenuto “Il gabbiano”, il volo di una giovane creatura che non ha ancora l’esperienza per capire i rischi che corre… E va verso una pericolosa avventura… Tante le emozioni da affrontare…
Ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II di Napoli, Divenuto è autore, tra l’altro, di  numerosi saggi su riviste specializzate e di  due romanzi “Il capitello dell’imperatore. Capri: storie di luoghi, di persone e di cose” e “Vento di desideri “(edizioni scientifiche italiane).
Tra i racconti, pubblicati sul nostro portale, Variazioni Goldberg, Il bar di zio Peppe, Carmen e il professore, Il flacone verde (o Pietà per George), Lido d’Amore, Frinire, Primo novembre, Due di noi, Il trio, Quattro camere e servizi, Mai di domenica, Cirù e Ritù, Una notte in corsia, Gennaro cerca lavoro (il peccato originale), Fine stagione, Assemblea straordinaria al College, Quando le chiacchiere diventano troppe, La deriva della ragione, Si vendono poesie, Lei e lui (dialogo semiserio fra due ex coniugi), Il tramonto.

QUARTA PUNTATA

Veloce si dirige lontano dalla macchina che continua ad avanzare e per fortuna le cornacchie sono troppo occupate a correre dietro al cibo caduto per accorgersi di lui. Piano riprende quota volando sempre più in alto. Ora il vento favorevole gli alleggerisce la fatica e la certezza di volare nella direzione giusta gli imprime maggiore forza nelle ali.
Sta già volando da molto, compiaciuto per la sua ritrovata resistenza, quando, lontano, intravede appena una striscia azzurra che gli ricorda un’immagine familiare e, soprattutto, avverte nell’aria un odore che ha memorizzato fin dalla nascita. Allora capisce che il suo viaggio, ormai, è terminato: è tornato a casa. Ma le dune sulle quali atterra hanno un aspetto diverso dal paesaggio al quale è abituato. Una guazza oleosa e maleodorante striscia la lunga spiaggia sulla quale si è spinto nel tentativo di individuare qualche carattere familiare in un ambiente che non riconosce.
Avanza saltellando nel tentativo di non inzaccherarsi i piedi palmati. L’illusione di essere ritornato fra i suoi simili dura poco lasciandolo senza volontà e senza capacità di reazione. Quello che vede con i suoi brevi voli non è molto rassicurante; tutto gli appare estraneo. Meravigliato, non scorge nessuna traccia della presenza di gabbiani o altri volatili. Possibile che siano andati tutti via o che abbia sbagliato luogo e non sia questa la sua spiaggia, si chiede? Cerca risposte alle sue domande ma lo squallore che domina quel luogo aumenta la sua angoscia. La caccia ad una lucertola e a qualche insetto che arranca rotolando sulla sabbia non ha soddisfatto la sua fame ed ha esaurito le sue ultime risorse. Dai cumuli di legni fradici e putride erbe, un topolino guarda fuori per poi, svelto, rintanarsi di nuovo ma il gabbiano non gli rivolge alcuna attenzione preso com’è dalla necessità di orientarsi in quell’ambiente che sente ostile.
Volando più in alto spinge lo sguardo lontano nella speranza di individuare qualche traccia del suo paesaggio amico. Tutto gli risulta estraneo; strani oggetti informi galleggiano sull’onda che si allunga raggiungendo la riva per poi ritirarsi in una schiuma che si gonfia lasciando fetide scorie. Grovigli di sterpi, agitati dal vento, formano una barriera nella quale si ferma tutto quello che il mare non riesce a riportare al largo. Con la memoria fatica a ritrovare l’immagine del luogo dal quale è partito ora non ricorda da quanto tempo. Ogni traccia della sua infanzia è scomparsa. Le profumate piante di vilucchio marino dai violacei fiori, la familiare euforbia, o i delicati gigli che, piegati dal vento, ricoprivano le dune sabbiose, sono soltanto un ricordo; anche il mare ha colore, e soprattutto un odore, che non riconosce.
Se la spiaggia, le dune, il mare non sono più quelli che lui ricordava, pensa, dove potrà andare? E dove ritrovare i suoi simili dei quali ora sente forte la nostalgia. Il ringhio rabbioso di alcuni cani, apparsi dietro un cespuglio, lo allontanano in fretta inseguito dai loro latrati minacciosi.
L’istinto, più che il cattivo odore, gli suggerisce di non fermarsi sulla battigia dove una lunga fila di molluschi imputridisce, al caldo, sulla sabbia decorata da scie iridescenti.
Occorre andare oltre quella spiaggia dove tutto gli appare ostile. E dietro un’insenatura, in una piccola baia, a un tratto gli appare un gruppo di gabbiani che volteggia, posandosi poi sulla spiaggia dove sembra che stiano mangiando. L’atterraggio, fra alti stridii dei suoi simili, è deludente.
Gabbiani affamati, con le penne sporche e in disordine, contendono fra loro e ad altri uccelli un maleodorante cibo offerto da una discarica a cielo aperto. Scivolando su cumuli di materiale in decomposizione stenta a capire come mai tanti volatili siano ridotti a cercare in quell’immondezzaio. Non sa che in città queste scene sono sempre più frequenti.
Che cosa è successo? Come mai i gabbiani hanno abbandonato il loro ambiente naturale, le belle dune sabbiose dove nidificano con nell’aria l’odore del mare il cui rumore accompagna le lunghe giornate. Il tempo passa e non riesce a intravedere alcuna spiegazione; ora, però, non c’è tempo per porsi domande; la stanchezza e la fame hanno la meglio sul suo disgusto. Fra stracci di plastica anche lui rovista con il becco in cerca di qualcosa da mangiare. Ma lo sconforto è troppo e poco dopo si allontana. Un’onda più forte lo investe con spruzzi di un’acqua dal sapore amaro; ma quello è l’unico elemento nel quale pensa di poter trovare rifugio. Con un ultimo sforzo il suo volo si arresta, al largo, su una boa dove resta per un tempo che almeno gli concede una tregua.
Vorrebbe ritrovare i suoi parenti ma ormai è convinto che la sua spiaggia non esiste più. L’illusione della gioventù è finita; è tempo di affrontare la vita; ora è stanco e, cullato dalla boa mossa dalle onde, si addormenta. Al tramonto è svegliato da un frullio d’ali; al suo fianco si è posata una gabbianella nella cui rossa pupilla, però, non scorge nessuna scheggia d’oro.
                                                                                                           (4.fine)

 

 


IL GABBIANO/Volando senza sentire nell’aria la brezza di mare

PRIMA PUNTATA

Gira alto nel cielo disegnando larghi cerchi; si ferma, solo un attimo, vibrando nell’aria e poi, con una picchiata quasi verticale si fionda verso il suolo, per risalire poi veloce disegnando cerchi sempre più stretti. Stringendo le pupille, il gabbiano si guarda tutto intorno.
È una realtà che non conosce; è giunto da poco in città e dove stava prima, le dune selvagge della lunga spiaggia, segnavano il suo orizzonte. Lì dove è nato anche il cibo non era un problema: il mare vicino e le reti che i pescatori all’alba tirano a riva, gli procuravano sempre pesce in abbondanza. Sugli alti ed intricati rovi selvatici ha lasciato il suo nido nonostante le raccomandazioni dei parenti che, poi, lo avevano accompagnato in volo per un lungo tratto prima di ritornare sulla loro spiaggia. Ma lui è giovane, vuole vedere che cosa c’è oltre quelle collinette sabbiose che franano con il vento e che le continue mareggiate rimodellano.
Il suo piumaggio immacolato ha già attirato l’attenzione di non poche gabbianelle; anzi, qualcuna più sfacciata, gli si è avvicinata acquattandosi in un esplicito invito d’amore. Ce n’è una che spesso lo saetta roteando la rossa pupilla in cui navigano schegge d’oro; lui le ha fatto una mezza promessa: quando ritorno, le ha detto ma, prima di accasarsi, vuole vedere il mondo.
Ora, dopo un lungo volo, la stanchezza comincia ad essere troppa. Deve fermarsi, ma dove? Si rende conto che il mare, dove posarsi lasciandosi cullare dall’acqua, è ormai lontano.
Sta cercando dove riposare senza correre pericoli; la torre di un campanile o il tetto di una casa gli sembrano un posto per insetti e piccioni e non per un uccello con una maestosa apertura d’ali che quando si alza in volo proietta un’ombra che non spaventa gli uomini, ma gli altri uccelli come tortore e colombacci, che spesso invadono il suo territorio, eh! quelli sì.
Potrebbe planare su cumuli di spazzatura dove avrebbe modo di trovare anche di che rifocillarsi. Ma non riesce a decidersi. Gli sembra troppo volgare. Un albero, con esili braccia, sul quale vede, fermo, qualche uccello attira la sua attenzione. Tutto intorno vede molti alberi simili, una vera foresta. Ma sono veramente strani questi alberi che non gli danno la sicurezza di poterlo reggere; stanno tutti insieme piantati sui tetti delle case. Non ha mai visto un albero simile: un tronco, sottile come uno stecco, ed alcuni rami, anch’essi sottili, e senza nessuna foglia.
Possibile che in città sia già giunto l’inverno? si chiede non avendo riconosciuto le metalliche antenne televisive. Come tutto questo è diverso dal suo mondo; ed anche quell’assordante suono che sale dalla strada non lo aiuta ad orientarsi. Abituato al fruscio dell’acqua sulla sabbia ed al vento che piega le alte frasche delle dune, quel continuo boato lo atterrisce. Vede giù una folla di macchine e molte persone che camminano; sembra quasi che contendano lo spazio ai mezzi che sbuffano folate di aria calda e puzzolente; anche l’odore è insopportabile. Si chiede come sia possibile vivere in tutto questo rumore.
Ma ora occorre decidere e in fretta. Continua a volare con giri sempre più stretti cercando così di risparmiare energie. Ecco, quel piccolo specchio d’acqua potrebbe fare al caso suo. Il luccicare dell’acqua ad ogni movimento, gli torna familiare. Decide di lasciarsi andare. Con un leggero frullo di ali leggermente aperte, plana giù, con le zampe palmate distese per meglio poggiare sull’acqua. Non è il momento di chiedersi che cosa farà dopo; ora si riposerà e chissà che in quello specchio d’acqua non riesca a recuperare anche qualche cosa da mangiare.
La delusione è immediata quando atterra sulla lucida superficie curva e, lentamente, scivola fermandosi su una grondaia. Non capisce quello strano mare di scaglie azzurre, lucide, sul quale batte inutilmente il giallo becco. Abituato a grandi spazi, quella superfice fatta di embrici maiolicati non appartiene al suo orizzonte.
Piega leggermente la testa per rassettare le piume che il lungo volo ha scarmigliato. Ai bordi della grondaia scorge fra ciuffi di fiori selvatici qualche verme. Non è il pasto che sperava ma almeno per ora occorre accontentarsi. Riprende la sua perlustrazione e benché poco esperto e frastornato dall’insolito ambiente che lo circonda, non ci vuole molto per accorgersi che, presto, la sua perlustrazione è già finita; dopo un giro è ritornato al punto di partenza.
In realtà la cupola, sulla quale è approdato, è un posto tranquillo dove poter ancora restare un po’ di tempo per riposare; ma il suono assordante di una campana gli crea un senso di vertigine il che per un volatile diventa una situazione pericolosa. Occorre trovare una nuova posizione ed anche in fretta. Si guarda intorno per decidere in quale direzione riprendere il volo.
Cerca di sentire, nell’aria, almeno un filo di brezza di mare per potersi orientare. Ma ormai ha capito che seguire odori in quel catino puzzolente che scorre giù nella strada, è un’idea stupida da lasciar cadere. È solo, ed a nulla serve ricordare tutti i suggerimenti che quelli più anziani gli hanno dato prima di partire. Ma è giovane e non ha ancora l’esperienza per capire se corre pericolo; e poi i giovani sono incoscienti proprio perché giovani ed è giusto che sia così.
Nella foto, gabbiani in volo
(1.continua)


IL GABBIANO/Il ricordo lontano del mare quando scherzava con gli amici tra le onde
SECONDA PUNTATA
A un tratto, proprio davanti a sé, vede un suo simile. L’altro gabbiano non deve essere molto lontano e certo si è accorto di lui perché lo guarda fisso. Spostandosi leggermente sulla grondaia il gabbiano aspetta che l’altro si avvicini ma quello resta immobile e non sembra che si voglia muovere. Forse, pensa il gabbiano, sta in un posto piacevole e certo vuole che vada io da lui. E si alza in volo andandogli incontro.
Troppo tardi si rende conto che quello sbattere di ali che vede davanti a sé non è il gabbiano che gli viene incontro. Ogni tentativo di frenare il suo volo, bloccandosi in aria, fallisce; l’urto, contro la grande vetrata, è violento. Le ali si agitano in maniera scomposta perdendo qualche piuma che, lenta, fluttua nell’aria. Le unghie, per quanto estese, non riescono a far presa sul quel vetro; le forze gli vengono meno e in un tentativo di risistemare le ali in asseto di volo, precipita.
La caduta si arresta su una tenda azzurra. Ancora un miraggio? O l’inganno di un mare che, ora, è solo nel suo sguardo? Sente di essere vivo anche se una goccia di sangue decora un angolo del becco. Non sa dire per quanto tempo resta fermo; aspetta, piano, di riprendere le forze.
Dopo un po’, tutto intorno gli appare una luce attutita. Certo deve aver dormito; anche i rumori sono diminuiti e, sporgendosi dalla tenda, si accorge che la strada, quasi deserta, non è lontana. Lasciarsi andare non dovrebbe essere uno sforzo enorme; sarebbe un salto di pochi metri. Teme però che, una volta giù, non riuscirebbe subito a riprendere il volo e restare fermo sulla strada può essere pericoloso. Questo lo ricorda bene; gli anziani gli hanno ripetuto di stare attento qualora avesse deciso di scendere giù. Forse la cosa migliore è trascorrere ancora del tempo li dove si trova fino a quando sarà sicuro di aver recuperato le forze. Riesce a sollevare l’ala, piano; il dolore non gli da più molto fastidio. Cerca la posizione più comoda per piegare la testa con le zampe che raspano sulla tela.
Ora che anche il ronzio di un vicino motore ha smesso, cullato da un leggero movimento della tela pensa ai suoi cari lontani ma non è avvilito. Non sa che la sua avventura ancora non è finita. Poco dopo, infatti, è costretto a scuotersi: la tela, con un leggero cigolio, si sta muovendo; qualcuno la sta richiudendo.
Piano si sposta sul bordo e salta giù. L’atterraggio non gli procura alcun dolore confermandogli che è quasi guarito. Presto potrà riprendere il suo viaggio. Zampetta guardando un cumulo di rifiuti, che un ragazzo ha portato fuori. Sono verdure, ma c’è anche qualche residuo di frutta e alimenti che non conosce ma che trova buoni. Un fruscio nell’aria gli suggerisce, istintivamente, di saltellare più lontano, in tempo per evitare la scopa che qualcuno gli sta calando addosso.
L’ombra di una vicina macchina in sosta diventa l’immediato rifugio. Con il giorno sarà più facile capire dove si trova ma è anche vero che allora ci sarà molta gente in giro e lui ancora non è sicuro di poter riprendere il suo volo. Un leggero squittio interrompe il suo riposo. Sul cumulo di rifiuti grossi topi si arrampicano e strisciano famelici. Sono tanti, troppi e potrebbe essere una battaglia difficile, meglio rinunziare. Nella strada ancora non c’è rumore e decide di aspettare. Piano scivola, di nuovo, in un sonno piacevole; le emozioni lo hanno stancato; un riposo non può che fargli bene.
E quando riapre gli occhi si guarda intorno; sente che è giunto il momento di riprendere il suo viaggio. Sulla strada, ancora deserta, c’è già qualcuno che cammina veloce. Lungo il muro, scivola un gatto; potrebbe essere un pericolo ma è così vecchio e spelacchiato che non è difficile spaventarlo. Basta, infatti, aprire le ali e quello scappa evitando una macchina sopraggiunta a tutta velocità. Ho aperto le ali, pensa il gabbiano, anche se volare è tutta un’altra faccenda. Sa che non può fermarsi; prova ad alzarsi sempre più in alto con saltelli. Ogni passo gli dà una maggiore sicurezza. Lo stridere, violento, di una saracinesca lo spaventa ed un fiato nero e puzzolente di un motorino lo investe facendogli bruciare gli occhi.
Dall’angolo in cui si è nascosto, dietro un cassonetto, vede avanzare un carretto, tirato da un cavallo, che trasporta frutta e verdura.
L’uomo si è fermato vicino al marciapiede e grida per richiamare possibili compratori. Tutto si svolge in fretta perché è sopraggiunto un vigile che lo obbliga ad allontanarsi. Quando tutti sono andati via, dopo un ultimo grido, l’uomo copre con un telo la sua roba e riprende la sua strada.
È un buon momento, pensa il gabbiano e con un salto, nemmeno molto alto, plana sul carro nascondendosi sotto il telo.
Questa è fortuna, pensa, perché dove si trova non è nemmeno difficile beccare sulla frutta. Dopo un po’ sazio e sentendosi al sicuro, può riposare in pace. La strada è lunga ed il passo del cavallo monotono, concilia il sonno.
Quando si sveglia, il carretto sta camminando su una strada polverosa; tutto intorno si vedono solo filari di alberi ed alte siepi.
Hanno lasciato la città ma tutto quel verde non può essere il mare e quando ha sorvolato la campagna, dall’alto, tutto gli era sembrato diverso.
La polvere, sollevata dalle ruote del carretto, è fastidiosa; gli entra in gola e non gli lascia vedere bene dove si trova.
Deve decidere se proseguire; certo dove il carretto arriverà ci saranno altri uccelli ma anche altri animali che non conosce; è incuriosito ma teme di non essere ancora pronto per affrontare eventuali nemici per cui salta giù meravigliandosi, lui stesso, di non sentire quel fastidioso indolenzimento. La strada è solo un lungo rettilineo polveroso; su un lato scorre una roggia alle cui acque si disseta mentre, per qualche momento, resta a galleggiare. Il beneficio dell’acqua fresca gli penetra nelle zampe e nelle penne. Immerge il capo per poi sollevarlo spruzzando, tutto intorno, una esplosione di gocce. Il ricordo del suo mare e di quando scherzava con gli amici fra le sue onde dura poco.
Ritornato sulla strada col becco si pettina le piume che hanno ritrovato la loro disposizione naturale liberandosi di un filamento limaccioso che è rimasto impigliato ad una zampa.
(2.continua)

 

IL GABBIANO 3/Quella nuvola nera che cala rapida su di lui

TERZA PUNTATA
Non sente più nessuno strascico della brutta avventura. Tutte le sue forze sono ritornate; è ora di riprendere il volo. Dopo due, tre brevi salti, pensa di essere pronto. Dovrebbe essere una manovra facile; può provare. Si alza con un salto e quando sente l’aria che spinge sotto le ali, spicca il volo staccandosi da terra; dopo pochi metri, però, atterra miseramente con il becco nella polvere e le ali aperte per accogliere il vento che, invece, lo ha tradito. È stato uno spettacolo indecoroso; per fortuna nessuno lo ha visto. Ma certo non sarà stato il vento; forse i movimenti delle ali non erano coordinati. Occorre riprovare ancora semmai senza alzarsi troppo. E, soprattutto, non bisogna lasciarsi scoraggiare. Dopo ancora qualche tentativo, ora è fermo nell’aria dove le correnti lo sorreggono, è felice; ha ritrovato fiducia nelle proprie forze dalle quali dipende la sicurezza del volo.
Dalla sua nuova posizione può scorgere l’orizzonte lontano. La speranza di vedere il mare è senza esito, e quel verde che vede, giù, non sa cosa sia; molte cose gli appaiono per la prima volta. Per evitare spiacevoli atterraggi, plana piano. Mette a fuoco le alte canne che oscillano al vento e continua a scendere, quasi in verticale, cercando un anfratto per entrare fra quelle piante che non ricorda di aver mai visto prima.
Il terreno, sul quale poggia le zampe, è soffice e coperto da foglie secche. Il fruscio degli alti arbusti è piacevole, somiglia alla risacca del mare quando le onde accarezzano appena la sabbia; ma forse è solo un tiro mancino della nostalgia che gli suona nella testa.
Avanza piano fra le alte canne che oscillano piano; sono così fitte che non riesce ad immaginare che cosa ci potrà essere al termine di questa barriera verde; l’unica cosa è proseguire dovrà pure esserci un’uscita. Non conosce questo ambiente. Solo il frinire delle cicale, come suono, e qualche cavalletta, che non disdegna, segnano il trascorrere del tempo.
Con il becco fruga fra le foglie cadute; il terreno nasconde sempre qualche sorpresa. Lunghi lombrichi e lucertole diventano il suo cibo.
È sicuro di essere solo; non vede possibili nemici. Avanzando piano, nota qualcosa che non ha mai visto, uno strano oggetto al quale si avvicina con attenzione. Gli gira intorno, spostando con le zampe una pannocchia con i suoi lucidi, gialli grani compatti. Non sa se è commestibile; tenta una prima leggera beccata; poi con una più forte scompagina la geometrica disposizione dei chicchi.
Potrebbe essere un cibo, per lui nuovo, pensa. Anche questo vuol dire conoscere il mondo ed ingerisce un chicco di mais; trovandolo gustoso continua a mangiare. Tutto gli regala una tranquillità che, fino a poco prima, temeva di aver perduto ed ora che ha saziato il suo giovane appetito può meglio decidere come uscire da quel luogo iniziando una più accurata ed attenta esplorazione. È difficile orientarsi. Ovunque si giri tutto gli appare identico. Abituati a scrutare l’orizzonte lontano, in quell’infittirsi di canne i suoi occhi non riescono a scorgere la direzione in cui riprendere il volo.
È convinto che dall’alto sarà più facile capire dove si trova. Ancora qualche beccata ai chicchi sparsi sul terreno e poi, piano, ritorna da dove è entrato nel fitto canneto di mais. Occorre, infatti, un minimo spazio per poter aprire le ali; giunto sulla strada sterrata, ancora una prova per riaprire le ali e poi, con un salto, è già sulla cima delle canne. Il vasto panorama aperto non lo aiuta ad orientarsi.
Deve alzarsi ancora di più; dall’alto l’ondeggiare delle canne somiglia al moto del mare, un mare verde che non ha mai visto. Ed anche quel fruscio delle foglie gli sembra familiare; ma è una breve illusione perché ormai ha capito che tutto intorno non vi è alcuna traccia di acqua. Poco dopo un suono roco, che non ha mai sentito, lo sorprende mentre una nuvola nera cala rapida su di lui seguita da un’altra ed un’altra ancora. Un suono grave, rauco accompagna l’attacco di uccelli che non conosce, non ha mai visto.
Ali che si agitano e con movimenti rapidi gli girano intorno attaccandolo con ferocia senza lasciargli la possibilità di difendersi. Veloce, ritorna giù nascondendosi fra le canne. In alto, le nere cornacchie saettano ancora intorno al suo rifugio prima di allontanarsi. Certamente staranno difendendo il loro territorio: quel mare di canne le cui gialle pannocchie costituiscono il loro cibo quotidiano. Per fortuna emettono un suono molto forte denunziando così la loro presenza.
Ora il loro verso, così assordante, è sovrastato da un rumore di motore; il povero gabbiano fa appena in tempo a vedere le canne piegate e falciate da un mostro metallico che avanza fra i filari. Tagliate da denti come spade, gli alti steli vengono ingoiati e frantumati e le pannocchie sgranate. Un lavoro continuo che non lascia nulla sul suo cammino; solo un pulviscolo verde che si spande tutto intorno; frantumi di foglie e schegge delle legnose canne schizzano ai lati della rumorosa macchina.
Con un volo scomposto le cornacchie, numerose, seguono la macchina raccogliendo i resti delle pannocchie. Cercare di contrastarle può essere un’impresa difficile; l’unica possibilità è ritornare, in gran fretta, sulla strada e cercare di riprendere il volo.
Pensa che, fino a questo momento, la sua avventura abbia presentato troppi imprevisti rispetto alle aspettative. Le sue dune saranno noiose, ma non presentano così tanti pericoli.
(3.continua)