Pubblichiamo di seguito la seconda e ultima parte del nuovo racconto di Francesco Divenuto dal titolo “La cartellina rossa”.

SECONDA PARTE
Non riuscivo a mettere ordine nei miei pensieri. Giunto a casa trovai un messaggio del mio amico il quale mi avvertiva che il lunedì mattina sarebbe venuto con il capocantiere per un sopralluogo.
Mi sembrava che tutto stesse avvenendo senza una mia vera partecipazione; nessuno mi chiedeva o si preoccupava di quale fosse la mia decisione. In un certo senso le cose stavano seguendo un disegno al quale ero estraneo.
C’era come un copione, scritto da altri, nel quale io ricoprivo un ruolo ma non certo quello principale. Queste osservazioni, per la verità, le ho fatte solo dopo perché in quei giorni  io stesso fui preso da questo disegno. Vedevo la soluzione del mio problema   e non altro.
Dopo qualche giorno, invitato dalla cameriera, ritornai in quella casa.
– Il professore, mi disse, avendo deciso che ero la persona giusta, aveva anticipato la sua partenza mentre lei sarebbe rimasta ancora qualche giorno anche per vedere che non avessi avuto qualche necessità.
Rassicurata, mi chiese di seguirla. L’ispezione, perché di questo si trattò, mi confermò il tenore di vita condotta dall’anziano docente. Dopo essere restati un certo tempo in cucina dove la donna mi spiegò il funzionamento delle moderne attrezzature, facemmo un breve giro nelle altre camere compresa quella che il professore aveva suggerito come la mia sistemazione.
Giunti, infine, nella biblioteca la donna richiamò la mia attenzione su un foglio che il professore aveva lasciato sulla scrivania.
– Vede, mi disse, il professore ha lasciato dei numeri di telefono con, a fianco di ognuno, una spiegazione; vede?
Se, ad esempio chiama uno di questi numeri lei dirà che il professore è partito ma che non conosce per dove né quando ritornerà.
– A proposito, la interruppi allora, come si chiama l’Università dove è andato il professore?
Per un momento la donna mi guardò perplessa come se avessi infranto un patto; era questa una domanda non prevista nel tacito accordo?
– Questo non lo so, mi disse, e non capisco che cosa può interessare saperlo.
C’era un tono aspro, stridente nella voce come se avessi chiesto particolari della vita privata del docente.
– Era solo una curiosità, mi affrettai a dire; sa, anch’io insegno all’Università.
– Bene continuiamo, riprese la donna: a questo numero, vede, segnato in rosso, dirà che il professore è partito ma che lei può dare un numero di recapito e detterà questo, vede, che il professore ha aggiunto qui, di lato.
Per tutte le altre telefonate, non so, pubblicità o altro, metta giù senza preoccuparsi.
– Scusi se capisco bene devo anche ritirare la posta.
– Certo la sistemerà qui sulla scrivania, in ordine di data; è possibile che il professore possa chiamarla per avere qualche notizia. Per le bollette non si preoccupi, abbiamo la domiciliazione in banca.
Anche questa volta restai senza sapere che cosa aggiungere.
– Venga, continuò la donna, ho fatto un doppione delle chiavi che ora le consegno; le faccio vedere come inserire l’allarme. Non so ancora con certezza quando vado via ma, ecco, oggi è giovedì, per cortesia, lunedì mattina lei deve essere qui. Le lascio il mio cellulare; fino a quel giorno può chiamami per chiarimenti, dopo è inutile; parto e nel mio paese non è possibile ricevere telefonate. Tutto chiaro? Allora arrivederci.  
Ancora una volta, ero uscito di scena senza aggiungere alcuna osservazione.
La prima settimana la trascorsi quasi sempre nella “nuova” casa. Presto ritrovai un mio ritmo; avevo portato il mio computer e potevo continuare a lavorare.
Le giornate scorrevano piacevolmente; le soste sullo splendido terrazzo, aperto sul golfo, contribuivano a rilassarmi; a volte facevo fatica ad allontanarmi anche quando il mio amico richiedeva la mia presenza sul cantiere. Eppure ancora non riuscivo a prendere coscienza della fortunata soluzione. Mi capitava anche di svegliarmi, in piena notte, non riuscendo subito a ricordare dove mi trovassi. Nel palazzo la mia presenza, dopo i primi giorni, non destava più curiosità; certo il portiere doveva aver spiegato il mio compito; lui stesso la mattina mi citofonava chiedendomi se avessi avuto bisogno di qualcosa. Evidentemente il professore costituiva la vera autorità del condominio e, di conseguenza, lo stesso rispetto si riversò sulla mia persona.
Le mie giornate, dedicate allo studio, si concludevano con una telefonata a qualche amico; non amo molto la televisione per cui, dopo un po’ di tempo, cercai nella ricca biblioteca un libro da leggere la sera.
L’ordine maniacale, al quale aveva accennato il professore, era superiore ad ogni aspettativa; ma certo il disordine con il quale consulto testi necessari al mio lavoro, non poteva essere preso a modello.
Negli scaffali tutto era ordinato per materia, autore, anno di pubblicazione. Ogni libro aveva, sul dorso, un ‘etichetta  con un codice di riferimento. Certo, da qualche parte, doveva esserci un catalogo che facilitasse la ricerca, pensai.
La gran quantità di libri in lingua spagnola, testi scientifici ma anche di letteratura, mi ricordò la principale attività del docente; la mia curiosità a quel punto finiva.
Una sera il mio sguardo fu attratto da un libro del quale conoscevo l’autore; era il romanzo di una scrittrice cilena dal cognome molto impegnativo per la sua storia famigliare.
Non amo le autobiografie ma le vicende narrate mi presero. Rilessi il libro in poche sere. La storia raccontata mi era nota ma le emozioni che la lettura trasmetteva non avevano perso la loro forza. L’ultima sera stentavo ad addormentarmi; ricordai le vicende di quegli anni che avevano sconvolto il paese sudamericano; avvenimenti tragici che ebbero una risonanza notevole  anche nei giovani del mio paese.
Solo all’alba riuscii a prendere sonno. La mattina dopo, meravigliato, non trovai il libro sul comodino.
Rimasi perplesso e conclusi che di sicuro, senza ricordarmene, dovevo averlo riposto la sera stessa. Tornai nella biblioteca; il libro non c’era; mi avvicinai per controllare; non c’era alcun dubbio il libro mancava; un leggero spazio denunziava la sua assenza.
Non sapevo che cosa pensare; quasi certamente la sera, inavvertitamente potevo averlo riposto nel posto sbagliato; in fondo era l’unica spiegazione logica.
Dovevo rimediare anche se ritrovarlo, pensai, non sarebbe stato facile.
In questo caso la precisione del professore mi aiutò; guardando con attenzione, infatti, notai il dorso di un libro che sporgeva; era il mio libro. Sorrisi nel riprenderlo e, solo in seguito, riflettei su un particolare che già quel giorno avrebbe dovuto meravigliarmi. Il libro, infatti, si trovava su uno scaffale molto distante dalla sua collocazione logica. Per quanto assonnato il gesto era inspiegabile ma, ripeto, questo lo pensai solo nei giorni successivi.
Quella mattina, infatti, un altro particolare attirò la mia attenzione; insieme al libro, cosa strana, sporgeva il dorso di una cartella rossa. Incuriosito la estrassi; non era voluminosa e non aveva titolo.
Su un primo foglio, scritte a mano, lessi queste tre parole “Anime in vendita”. Conteneva una serie di schede ognuna con un nome, alcune righe in spagnolo e, in alcuni casi, una piccola foto. Fogli ingialliti, piuttosto invecchiati, in alcuni casi vere e proprie veline. Era evidente che fossero stati raccolti nel corso di un lungo periodo, certo anni.
Forse si trattava di materiale di studio del professore? Pur non conoscendo la lingua non mi fu difficile capire il contenuto: ogni scheda si riferiva ad una persona della quale si cercava di ricostruire gli avvenimenti che ne avevano caratterizzato la vita.
Niente, però, sembrava giustificare tutte quelle carte; stentavo, questo lo pensai subito, ad intravedere un argomento di studio quanto non, piuttosto, una vera e propria indagine su una realtà legata, ma in che modo? all’attività del professore.
Non nascondo di aver avuto la sensazione che potesse trattarsi di un materiale delicato, in un certo senso inquietante, sul quale non avevo nessun diritto di indagare. Eppure non smettevo di rigirare fra le mani quei fogli facendo attenzione a riporli nello stesso ordine.
Non temo di esagerare se dico che lo studio di quelle carte, divenne la mia principale attività. Avevo notato, su alcuni fogli, con matita blu, un segno in alto a destra, insieme ad alcune lettere in stampatello come una sigla che mi restava incomprensibile. Era evidente che quei segni dovessero avere un significato, ma quale?
Ogni giorno, riprendevo la cartella cercando di decifrare, capire il vero significato di quella realtà che scorreva sotto i miei occhi.
Un giorno fui attirato da un particolare al quale, stranamente, non avevo ancora dato nessuna importanza; notai che su alcuni fogli, quelle che avevo interpretato come sigle, erano state cancellate in un certo senso come se la “pratica” avesse avuto una sua soluzione definitiva; ancor una volta non sapevo cosa pensare.
Sugli ultimi fogli vi era un elenco di nomi riportati in ordine alfabetico. Ma in realtà gli elenchi erano due e uno riportava il nome di quelle persone sulla cui scheda la sigla alfabetica risultava cancellata.
Poi una mattina, improvvisamente, aprendo la cartella, tutto mi fu chiaro. Tutte le schede riguardavano persone delle quali si erano perse le tracce.
Ammetto che il pensiero legò questa spiegazione all’ultima guerra ed alla triste storia dei lager nazisti; ma era un’idea che richiedeva conferma.
E allora capii: il primo elenco riportava il nome di quanti non erano sopravvissuti al loro triste destino; il secondo, ben più ridotto, elencava invece quanti erano stati liberati alla fine della guerra. Scorrendo questo triste elenco pensai che le persone ancora in vita, i testimoni del più grande oltraggio perpetrato dall’uomo contro i suoi simili, dovevano essere veramente poche.
Nonostante, o forse proprio perché credevo di aver risolto il significato di quelle “carte”, sentivo il disagio di una situazione che non riuscivo a capire fino in fondo.
Fra tutti gli interrogativi che, in quei giorni, affollarono la mia mente, infatti,  ve ne era uno impellente: che cosa legava il professore a tutto questo? Forse in quelle carte vi era nascosta una storia famigliare? Non riuscivo a formulare nessuna ipotesi e mi chiedevo se fosse stato giusto anche guardare quel materiale. Rimasi annientato; mi accorsi che vi è un momento in cui devi ripensare ai fatti accaduti, sei chiamato a capire.
Uno crede di sapere tutto, di aver fatto pace con la propria coscienza, di aver elaborato il dolore, di aver chiuso per sempre una triste pagina di storia e invece… Ogni scheda una vicenda dolorosa, non un racconto ma la vita di una persona realmente esistita.
Su un ultimo mezzo foglio, aggiunto chissà quando, c’era scritto: “Ognuno deve decidere se stare con le vittime o con i carnefici“.
La situazione era diventata incresciosa e il disagio aumentava ogni giorno. Aver rimesso la cartella nella libreria non rendeva la mia posizione meno difficile. E per non pochi giorni continuai a chiedermi che atteggiamento avrei dovuto avere con il professore. Certo potevo fingere di non aver mai visto quella cartella ma l’inspiegabile circostanza che aveva reso possibile tutto questo continuava a pormi davanti ad una domanda: era stato tutto dovuto ad una casualità o ero stato SCELTO come testimone di una triste vicenda e in questo caso perché, che cosa avrei potuto fare?
I giorni passavano e io non riuscivo più a lavorare; spesso, durante la giornata, il mio pensiero tornava a quei documenti. Ogni mia ipotesi si infrangeva contro un interrogativo inquietante il quale esigeva una risposta definitiva: mi chiedevo, infatti, quale fosse, in questa storia, il ruolo del professore: stava dal lato delle vittime o, per una qualche ragione che mi sfuggiva, da quello dei carnefici?
L’unica cosa certa era che dovevo uscire da quell’incubo. Decisi allora che dovevo lasciare quella casa; ormai erano trascorsi più di due mesi; una sistemazione l’avrei trovata. Dovevo soltanto avvertire il professore.
Dopo un paio di tentativi riuscii a mettermi in comunicazione. Inventai una mia improvvisa necessità, una questione di famiglia che mi costringeva a lasciare la città. Il professore mi disse che, per fortuna, il suo impegno era quasi terminato e che sarebbe rientrato prima del previsto. Avrei potuto, concluse, lasciare le chiavi al portiere.
Prima di andar via ripresi la cartellina e su quell’ultimo mezzo foglio aggiunsi:Spesso ci fingiamo vittime per giustificare i nostri crimini. Siamo tutti carnefici“. Perché lo feci? Ammetto che ancora oggi non saprei dire perché di quel gesto.
Due giorni dopo mi trasferii in una pensione illudendomi di ritrovare un po’ di tranquillità. In autunno ritornai nella mia casa. Preso dai miei impegni cercai di ritornare alla normalità; poi un giorno, su un quotidiano nazionale, lessi che in un paese latinoamericano era stato arrestato un nazista che vi si era rifugiato da molti anni assumendo una nuova identità.
L’operazione, lessi nell’articolo, era stata lunga e, alla fine, era riuscita grazie all’aiuto di un famoso docente italiano. Naturalmente il giornale non riportava il nome ma io capii e, sia pure mentalmente, aggiunsi il professore nell’elenco dei giusti.
Ritornai a quell’ultima frase aggiunta e pensai che pur riflettendo il mio pensiero non spiegava tutto ma ormai… Dopo qualche giorno inviai al professore un fascio di rose con un biglietto anonimo sul quale scrissi soltanto GRAZIE.
(2.fine)


UNA SITUAZIONE INASPETTATA

PRIMA PARTE
Tutto era cominciato qualche tempo fa, lo ricordo benissimo. Eravamo ai primi di maggio e io cercavo una sistemazione mentre gli operai avrebbero lavorato a casa mia.
Erano anni che rimandavo alcune modifiche programmate per rendere l’appartamento più confortevole. Quella estate mi era sembrato arrivato il momento giusto visto che i miei impegni mi lasciavano libero fino all’autunno. L’amico imprenditore aveva previsto minimo tre mesi di lavoro il che significava restare fuori casa quattro se non addirittura cinque mesi.
Avrei potuto fare un viaggio, ma l’estate si annunciava molto calda e poi mi piaceva l’idea di seguire più da vicino i lavori; prima di iniziare, infatti, il mio amico voleva discutere insieme le modifiche da apportare.
“Per quanto il progetto sia stato chiarito nei minimi particolari, lui mi diceva, la possibilità di un cambiamento in fase d’opera deve sempre essere presa in considerazione”.
Trascorsi molto tempo al telefono; ogni pensione o bed & breakfast contattati, mi lasciava insoddisfatto; c’era sempre qualcosa che non mi convinceva.
Insomma la ricerca si presentava più difficile del previsto tanto che finii per chiedere al mio amico se non fosse possibile organizzare il cantiere per zone lasciandomi, così, la possibilità di restare in casa. I disagi, non ultimo i rumori dei lavori, furono i principali motivi per i quali il mio amico mi sconsigliò una simile soluzione.
Non riuscivo a vedere soluzione e cominciavo a pensare che l’unica soluzione potesse essere rimandare, ancora una volta, l’inizio dei lavori.
Fu allora che avvenne quello che mai avrei pensato che potesse essere la risposta al mio problema.
Era una giornata splendida; lo ricordo ancora; credo che fosse domenica. Seduto ad un caffè del lungomare, sfogliavo il giornale dimenticando, almeno per un giorno, il mio problema.
Pagine inutili passavano senza niente che attirasse la mia attenzione: solite notizie di politica, qualche corrispondenza da altri paesi, non meno banale, e la cronaca cittadina.
Guardai allora il magazine culturale dove articoli di un maggiore interesse giustificavano il costo del quotidiano. Fui attratto dall’intervista a un personaggio, noto intellettuale della città, il quale raccontava di dover andare all’estero, invitato da una prestigiosa Università, per svolgere alcuni corsi.
Nell’intervista questo professore si dichiarava preoccupato in quanto il giorno della partenza si avvicinava e lui ancora non era riuscito a risolvere un problema fondamentale: non gli andava, diceva, di lasciare la casa per tanto tempo senza qualcuno che se ne prendesse cura.
Possibile, pensai, che sia così difficile trovare una persona fidata alla quale lasciare la casa? Ci sono tante agenzie; come mai questa preoccupazione? Ora non saprei dire che cosa abbia sollecitato la mia curiosità; in fondo era un problema non mio eppure continuai a pensarci.
A volte strane coincidenze determinano situazioni inaspettate; ci sono comportamenti che, a posteriore, si possono giustificare ma che, nel momento in cui avvengono, sono la conseguenza di un gesto non determinato da alcun pensiero; non un ragionamento ma solo un’azione che, poi, stentiamo a riconoscere come nostra.
C’era qualcosa che accomunava i nostri problemi; non riuscivo ad avere altro pensiero: dovevo incontrare il professore. Il giorno dopo lo contattai chiedendogli di discutere di alcuni problemi prima della sua partenza. Sia pure sorpreso, accettò di incontrarmi.
In realtà non so dire che cosa mi avesse spinto a un gesto simile; non conoscevo nulla delle sue esigenze e non sapevo che cosa avrei potuto offrire; come avrei potuto giustificare questa mia richiesta senza apparire invadente se non addirittura uno stupido con un evidente disdoro per la mia posizione di docente?
La mattina in cui lo incontrai l’unica cosa di cui ero certo era la pessima figura che avrei fatto. 
La casa sorgeva in collina, in un quartiere dei più esclusivi della città; anche l’edificio mi confermò che ero in una zona, come si suole dire, bene. Il custode, rigorosamente in uniforme, citofonò avvertendo del mio arrivo; la domestica, anche lei in divisa, mi fece accomodare in uno studio con un’ampia vetrata sul golfo.
Ero decisamente arrivato in una casa ricca; che cosa ci facevo in quel luogo? Ma non ebbi il tempo di pensarci perché il professore arrivò quasi subito invitandomi a sedere.
Mi resi conto di non ricordare bene il suo aspetto; l’uomo che mi sedeva di fronte, era più anziano di come lo ricordassi. Lo avevo già incontrato varie volte, durante convegni di studio, ma certo non potevo sperare che si ricordasse di me.
E questo era l’ultimo dei possibili argomenti con i quali iniziare la mia richiesta. Le parole che farfugliai nel tentativo, disperato, di trovare un filo logico non approdavano a nulla; l’argomento, al quale mi dichiarai interessato, in realtà, non era di alcun interesse per il docente.
– Ma, insomma, lei cosa vuole da me?
Le parole, che potevano sembrare dure e definitive, furono dette con un sorriso sornione, atteggiamento che ebbe il merito di sbloccare la situazione.
– Sono senza casa.
– Oh! mi dispiace, ma non capisco in che cosa posso esserle utile.
– Oh! no professore, mi scusi, lasci che le spieghi; non è come può sembrare.
– Bene, e allora?
Il professore continuava a sorridere e io ero maggiormente imbarazzato; se mi avesse cacciato in malo modo lo avrei capito ma questo sorriso mi sembrava un invito a parlare. Ormai ero in un vicolo cieco; dovevo giustificare la mia presenza.
In breve raccontai il mio problema, le mie necessità.
Era tutto chiaro ma non riuscivo a trarre una conclusione anche se, per uno strano collegamento, solo in quel momento mi resi conto che i nostri problemi, il mio e quello del professore, erano in qualche modo collegati sia pure di segno contrario: io avevo bisogno di una casa e lui cercava qualcuno che occupasse, temporaneamente, la sua.
-Aspetti, se capisco bene, lei sta tentando di dirmi, aggiunse il professore, che potremmo trovare un accordo per risolvere i nostri problemi?
Non attese una mia risposta.
– Certo, continuò, mi sembra una buona soluzione anche se lei mi consentirà di prendere informazioni sul suo conto presso il dipartimento del quale dice di essere dipendente.
Guardai il professore incredulo non capendo che cosa lui intendesse per soluzione. Avevo l’impressione che fosse andato oltre le mie intenzioni. Mi stava proponendo di occupare la sua casa per il tempo della sua assenza?
Del resto il mio ragionamento, ma questo l’ho capito solo dopo, portava a questa conclusione; possibile che non ci avessi pensato? Ed ora la soluzione prospettata mi sembrava ideale ma, forse, anche troppo impegnativa. Il professore, intanto, continuava a sorridere; forse la sua urgenza non era inferiore alla mia; ma io restavo perplesso. Dovevo riflettere e avere ben chiaro i miei compiti. Avevo anche visto una cameriera; perché questa esigenza, allora?
Quasi leggendomi nel pensiero,
– Questa benedetta donna deve andare dai parenti, aggiunse, guardando con simpatia la cameriera che aveva portato il caffè.
– Professore mi dispiace, lei lo sapeva da molto tempo, non si ricorda? glielo avevo detto; noi dobbiamo approfittare di quando è possibile andare non possiamo scegliere noi.
– Sì, lo so, non ti preoccupare; piuttosto prima di partire farai vedere al giovane collega tutto quello che deve sapere. Lui verrà a stare qua per tutto il tempo in cui io starò fuori. Così sembra che abbiamo risolto tutti i nostri problemi concluse poi guardandomi.
– Certo, professore, non si preoccupi, aggiunse la donna, se vuole possiamo cominciare anche ora oppure prendiamo un appuntamento.
Mi resi conto di essere il soggetto delle parole che i due si scambiavano ma, contemporaneamente, mi sentivo spettatore come se tutto quanto stavano decidendo non mi riguardasse.
– Ecco, sì, gli faccia vedere anche come pensa di sistemarlo. Potrebbe preparargli la camera piccola; veda un po’ lei.
Sì, certo.
Poi entrambi mi guardarono; certo aspettavano una mia reazione; avrei dovuto dire qualche cosa; insomma ora la decisione era solo mia.    
Ma mi sbagliavo; con un gesto della mano il professore allontanò la cameriera dopo averle, ancora una volta, raccomandato di spiegarmi tutto quello che dovevo sapere.
Evidentemente riteneva impossibile che io rifiutassi la sua offerta e senza attendere oltre,
– Bene, caro collega, continuò, prenda, quando le fa comodo, un appuntamento con la donna; vedrà che non si pentirà della sua decisione.
In realtà attribuiva a me una decisione che era stata solo sua; soltanto dopo ho capito che aveva fretta e che quella espressione, caro collega, ripetuta più volte, cercava di creare un clima familiare.
Non sapevo che cosa aggiungere mentre il professore si era alzato; il colloquio era finito.
Alzandomi mi guardai intorno. Scaffalature massicce, di antica fattura, ricoprivano, fino al soffitto, le pareti lasciando libero solo il vano delle porte. Seguendo il mio sguardo
– Inutile dire, disse il professore, che la biblioteca è a sua completa disposizione; l’unica cosa di cui la pregherei è di riporre il libro consultato nella stessa posizione; sa, ognuno ha un suo criterio nella catalogazione ed io sono molto pignolo.
– Certo, non si preoccupi. Non aggiunsi che la sua osservazione mi sembrava ovvia; salutai e poco dopo mi ritrovai per strada.
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(1.continua)
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L’AUTORE
Ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II di Napoli, Francesco Divenuto è autore, tra l’altro, di  numerosi saggi su riviste specializzate e di  due romanzi “Il capitello dell’imperatore. Capri: storie di luoghi, di persone e di cose” e “Vento di desideri “(edizioni scientifiche italiane). Tra gli ultimi libri realizzati, quello a più voci dal titolo “Napoli: a bordo di una metro sulle tracce della città” coordinato con Guido D’Agostino e Antonio Piscitelli (edizioni scientifiche italiane 2019), La casa nel Parco. Un giorno tra il Museo e il Real Bosco di Capodimonte (AGE 2020).
Tra i racconti, pubblicati sul nostro portale, “Variazioni Goldberg”, “Il bar di zio Peppe”, “Carmen e il professore”, “Il flacone verde (o Pietà per George)”, “Lido d’Amore”, “Frinire”, “Primo novembre”, “Due di noi”, “Il trio”, “Quattro camere e servizi”, “Mai di domenica”, “Cirù e Ritù”, “Una notte in corsia”, “Gennaro cerca lavoro (il peccato originale)”, “L’odio”, “Il vaso cinese”, e “Il nuovo parroco”, “L’eredità”, “Una caduta rovinosa”, “Cronaca nera”.

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