5 domande per Napoli. Proseguiamo con la nostra rubrica di approfondimento. Obiettivo: determinare un quadro di idee, analisi, contributi, dubbi, proposte, di autorevoli commentatori in uno spirito di coraggio, umiltà e compartecipazione, a servizio della città a venire. Ne parliamo con Alessandra Macci, capo area controllo & gestione rapporti con Enti-EAV.
1)Napoli è tra più fuochi: un avamposto contro l’autonomia differenziata avanzata dalle Regioni del Nord, una città alla ricerca di un’identità perduta tra le tante “anime” del Mezzogiorno ed un capoluogo che non accetta fino in fondo la sfida nell’ambito dei paesi del Mediterraneo. Avere un’idea di città significa avere un’idea di futuro. Quale la tua?
Gli antichi dicevano che il futuro arriva alle spalle e reclama un’umana competenza quando dice di noi e, in particolare quando siamo nel pieno di quel caos che alimenta arbitrarietà e contraddizioni…
Da quando è esplosa la pandemia, ci sono stati – i dati ufficiali sottostimano il fenomeno – più di 7.000 morti in Campania e oltre 500.000 cittadine/i colpiti dal virus; in questo momento ci sono ancora più di 600 ricoverati in terapia intensiva. Ci sono stati morti tra gli operatori sanitari e molti sono quelli contagiati, a dimostrazione di un enorme sacrificio sostenuto con generosità e impegno. Cifre che hanno messo a dura prova il sistema sanitario regionale, e che ha fatto emergere quanto sbagliata sia stata e continui ad essere “l’autonomia differenziata” tanto reclamata dalle Regioni settentrionali del nostro paese. L’aspettativa di vita, a causa della pandemia, è diminuita di circa due anni per la popolazione campana. E la Campania e la città di Napoli soffrono un calo demografico che ha comportato gravissime conseguenze anche sul tessuto economico e sociale dell’intero Mezzogiorno. Va detto che il nostro sistema istituzionale ha la sua leva nelle comunità locali e in quella nazionale, e, oggi sempre più europea. Le istituzioni regionali provano ma, va detto, con scarso appeal, a sostituire l’azione del governo centrale; i risultati sono, però, confusione e personalizzazione. Così non si va da nessuna parte.
Non serve il protagonismo personale e la polemica permanente tra i presidenti di regione, né tantomeno serve il richiamo all’orgoglio territoriale. Abbiamo già visto con de Magistris e già dato per i precedenti sindaci e presidenti di regione. E’ tempo di mettersi in cammino e di lasciarsi alle spalle l’immobilismo di questi 30 anni. Quindi, il futuro, anche quello prossimo, si può subire, attraversare o, invece, progettare. Mi sa che è meglio progettarlo che subirlo, anche perché esso è il domani e, come dice Jovanotti, il domani è già qui.   
2)L’esigenza di una piattaforma programmatica propositiva, di medio-lungo periodo, non necessariamente in contrapposizione alle città del Nord, è più che una necessità per Napoli e per il Sud. Questa scelta impone un dialogo pressante con i Governi, qualsiasi essi siano, per un capoluogo che conti e non solo racconti. Il dialogo istituzionale è positivo sempre e comunque oppure deve passare prima per una rottura traumatica, viste le tante “sottrazioni” a cui gli esecutivi nazionali ci hanno tristemente abituati?
Oggi, ci troviamo su un crinale della storia dell’umanità mai conosciuto. E’ probabile che dovremo rinunciare a tante nostre abitudini e a tante di quelle caratteristiche proprie del vivere e dell’agire umano. Auguriamoci semplicemente di non avere cedimenti morali. Infatti, a preoccupare è l’incapacità di pensare. Si dibatte su generiche conoscenze e ci si schiera su discussioni tra ciò che è bene e ciò che è male, ma per chi e cosa, non è dato sapere; senza pensare che è il pensiero che dona alle persone la forza per prevenire ulteriori, terribili catastrofi, dove non ci sarà nessuna resa dei conti, né tantomeno un ritorno al passato prossimo o remoto.
Non è certamente il Covid-19 il male che attanaglia il nostro paese, ma è qualcosa di più virale: l’incompetenza, l’ignoranza, l’arroganza, il corporativismo, il familismo amorale, la mancanza di classe dirigente. Assistiamo ai bla bla bla di chi continua a commettere errori senza avere il coraggio di intestarseli quegli errori, e continua ad arrecare danni.
Si abbia il coraggio di trasformare questo stato di necessità in un’occasione di rinascita, si lavori a tenere insieme pragmatismo e creatività, competenze e leadership, senza pretese di lasciarsi invadere dai soliti deliri di onnipotenza né tantomeno dalle inutili e fuorvianti eccessive paranoiche sicurezze. Facciamoci invadere da un pensiero appassionato, da un pensiero che pensa a ciò che succede nel mondo, e rimbocchiamoci le maniche, si lavori a un potente piano di rinascita: investimenti pubblici, infrastrutture viarie, di rete e materiali, rinnovati centri urbani, più accoglienti e meno inquinati, si lavori a un piano più idoneo per mettere su famiglie. Sviluppiamo la vocazione agricola-alimentare e quella turistica e del tempo libero, facendo leva sull’ingegnerizzazione e industrializzazione delle forme di produzione delle imprese. Ampliando e diffondendo l’uso delle tecnologie. Mettiamoci all’opera, parola d’ordine: collaboriamo, senza subalternità né sottomissione. Se nel 1492 con la scoperta dell’America i traffici e l’economia si direzionarono fuori dal Mediterraneo, abbandonando il Sud, oggi nel XXI° secolo c’è un ritorno alla centralità della civiltà greco-romana e del Mediterraneo, ergo del Mezzogiorno. 
3)Le categorie sociali ed economiche di Napoli molto spesso disegnano “separatamente” il destino dei cittadini, ognuno con la presunzione della conoscenza che diventa verità assoluta e non riproducibile da tutti gli altri. Il dialogo, la sintesi, una comunità di interessi, tra i soggetti sociali della nostra città sono possibili o ci dobbiamo rassegnare per sempre?
E’ ovvio che gli abitanti dei centri urbani non sono omogenei. Una buona parte è formata da residenti di classe media, ma è altrettanto vero che c’è anche un significativo nucleo di famiglie a basso reddito, a lavoro precario o nero, e ci sono famiglie di immigrati che si prendono cura di bambini e anziani di famiglie con stipendi più stabili. Le differenze di status e quelle economiche si possono ridurre. La strategia per i progetti del Next Generation EU non può che essere trasversale e sinergica, basata sul principio dei co-benefici, cioè la capacità di impattare simultaneamente più settori, più soggetti, in maniera coordinata. Dovremo imparare a prevenire piuttosto che a riparare, non solo dispiegando tutte le donne e gli uomini, le forze umane e tecnologiche a nostra disposizione, ma anche investendo sulla consapevolezza delle nuove generazioni che “ogni azione ha una conseguenza”.
Per dirla semplicemente, serve un cambio di cultura, un altro paradigma, e fare i conti con la realtà: se nulla sarà come prima, bisogna ripensare l’economia, i sistemi di produzione materiali e immateriali, alla solidarietà tra territori e comunità, a una nuova geopolitica, a far convivere cosmopolitismo e universalismo, pensare un’altra modalità di convivenza tra l’Uomo e la natura. Diciamolo chiaramente, è tempo di pensare ad uscire da questa mucillaggine di senso. Collaborazione, fiducia e senso di scopo. Un processo di trasformazione che va monitorato, guidato, indirizzato attraverso un complesso processo plurale e partecipato cui va dato spazio ai più coraggiosi, determinati, impegnati per cambiare davvero.   
4)Dopo il Covid – 19 è cambiato il mondo e le città non potranno restare a guardare. Secondo te, Napoli in quale miglior modo può reagire, quale terreno deve principalmente recuperare per non “perdersi” definitivamente?
Napoli è una città raccontata e cantata migliaia di volte, ma è necessario trovare soluzioni all’altezza dei tempi, qui e ora. E’ noto a tutti lo sfruttamento della napoletanità: la pizza e il mandolino, l’illegalità e la camorra, ed è evidente l’immobilismo di Napoli. Ce lo ricorda bene Aldo Masullo nelle sue riflessioni: “Napoli città femmina, con il seno del Vesuvio che svetta nel suo corpo disteso nel golfo, si è fatta sedurre e incantare dai dominatori di turno, si è lasciata prendere e rivoltare, si è fatta piegare e raccontare secondo le convenienze del momento e secondo le regole dei mercati: quello politico, quello economico, e quello culturale, per essere puntualmente abbandonata nel momento in cui non serviva più”. Questo hanno fatto sia i governi nazionali, sia quelli locali. Per anni e anni si sono accaniti insieme alla cosiddetta società civile, e sempre invocando la necessità che bisognava fare qualcosa per Napoli e il Mezzogiorno; ma tutto ciò si è solo tradotto in richiesta di soldi.
Soldi spesso utilizzati dalla politica per comprare il disagio delle persone, il silenzio, il consenso, per cooptare nei salotti buoni chi protestava.
Un intreccio di retorica e di demagogia sono serviti per incrementare e consolidare carriere politiche e professionali che lo Stato ha foraggiato con interventi a pioggia.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la città, con la sua area metropolitana, è diventata un grande serbatoio elettorale, controllato e gestito dai potenti di turno, nazionali e locali, mediante un meccanismo perverso e corrotto fondato sull’economia a debito. E ovviamente il debito è lievitato a dismisura.
Una miscela di vizi fatti passare per virtù e viceversa; una politica che ha perso autorevolezza; e un potere crescente delle professioni cosiddette liberali, oggi declinate come “civismo”, le quali, come ieri vogliono influenzare e scegliere ancora chi, e per quanto tempo, deve governare la città: in passato il centro, il centrosinistra e i commissari; e negli ultimi trent’anni Bassolino, Iervolino e De Magistris.
Una catena di fallimenti è sotto gli occhi di ognuno/a di noi.  Tutti hanno fallito perché – per dirla ancora con Masullo – tutti, alla fine, sono andati ad impattare contro quel maligno circolo vizioso che da secoli tiene prigionieri Napoli e il Mezzogiorno perché l’ordine politico non può costituirsi e funzionare in una società decomposta, ma a sua volta una società non può ricomporsi se manca la decisiva condizione di ordine politico”.
Allora che fare? Forse è giunto il tempo di fermare e/o cambiare profondamente l’arte del raccontare storie impiegate come strategie di comunicazione persuasiva; lo storytelling in ambito politico, economico ed istituzionale va radicalmente modificato. E’ tempo che la politica torni ad occupare il suo posto nella società.
Obiettivi strategici, programmi progettuali in missioni, componenti e linee progettuali.
Si parta dalla zona Est e dalla scuola europea per sviluppatori di App; si incrementi il polo tecnologico di San Giovanni a Teduccio, con innesti di ricerca microbiologica, di innovazione fondato sulla scienza genetica, insomma infrastrutture di rete per la ricerca; ad Ovest a partire dal centro produzione Rai e dalla Mostra d’Oltremare, tenendo insieme scienze ed arte si realizzi un’area di studios: teatri di posa, camerini, sale trucco, uffici magazzini. Set permanenti per film, fiction, show televisivi, spot pubblicitari, videoclip. In una parola post-produzione digital, shooting fotografico, sviluppo, stampa e restauro pellicole.
E ancora trasporti: ridisegnare il futuro della mobilità; il centro e le periferie o il fuoricentro, la cura e il sostegno ai più bisognosi, fare della vocazione turistica un sistema industriale che tenga insieme arte, ristorazione, riqualificazione e rigenerazione urbana.
Sono solo delle idee, ma è sulle idee che va sviluppato l’ingegno. 
5)La partecipazione è un elemento di valore e dovrebbe riguardare la politica, ma anche e soprattutto l’ambito sociale e culturale, ma troppo spesso evoca scenari senza sporcarsi le mani. Napoli ha bisogno di un orizzonte ma anche di certezze amministrative e comportamentali. Al futuro ci si arriva con atti concreti, costanti e duraturi. Da dove si comincia per allargare la base democratica in città?   
Prima cosa, chiedersi: ma le donne e gli uomini di questa città cosa pensano di tutto ciò, o meglio come immaginano e vedono Napoli nel 2030-2050?
Come operare in questi casi? Prima mossa. Mettere intorno a un tavolo tutti i principali protagonisti interessati: le cittadine e i cittadini di Napoli; le parti sociali (sindacali e dell’associazionismo, del civismo, della cultura), i partiti e i movimenti; identificare insieme e definire insieme le criticità, delineare i problemi, proporre soluzioni con decisione, agire per rimuovere e risolvere i problemi, cominciando dall’individuare la classe dirigente da coinvolgere – diciamo il management – perché l’intero progetto sia convincente, credibile e soprattutto realizzabile. Aver vision sia a medio che a lungo termine.
A Napoli si è prodotto un vuoto. E come dice Simone Weil: “bisogna rimanere qualche tempo senza ricompensa, naturale o sovrannaturale […] Chi sopporta per un momento il vuoto, o riceve il pane sovrannaturale o cade. Terribile rischio, ma è necessario correrlo; e persino, per un momento, senza speranza. Ma non bisogna precipitarvisi”.
“dalla lacuna tra passato e futuro”,  è il caso di sottolineare che sono sempre gli uomini che evocano un’assenza o un assente, o un vuoto o un’eccedenza. (Arendt Hannah)
Non dimentichiamo che come dice la Irigaray, per entrare nel mondo dei presocratici il tramite era un maestro, una guida, un saggio che insegnava a dire, un dire tra uomini, trasmesso secondo un ordine genealogico o gerarchico che tiene generalmente segreto che all’origine c’è lei-natura, donna o Dea, che ispira il discorso e l’elaborazione del maestro.
“E lì non dice granchè riguardo a questa origine, perché le parole gli mancano o perché vuole tenerlo per sé – perché non può o non vuole parlare della relazione con lei”.
E allora non lasciamoci trascinare dall’impoverimento dei linguaggi che vorrebbero cambiare il mondo, ma al sodo si propongono di migliorare solo la condizione materiale di chi ne fa uso.
Respiriamo aria fresca, torniamo a parlare, ma usiamo parole esatte non immobili né di lobbies.
Sappiamo che non esistono parole neutrali, ma esiste un grande potere che è quello di dire e di raccontare verità, e questo lo possono fare non i soliti o le solite note, ma le donne di questa città, che sono tante, e vogliono, come si diceva un po’ di tempo fa, il pane ma anche le rose.
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In alto, il Maschio Angioino, foto da Pixabay

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