Dal giornalista e fotografo Giovanni Ruggiero riceviamo e volentieri pubblichiamo questo racconto dedicato a Napoli.

Alfredo attraversò baldanzoso la Galleria Umberto con la macchina fotografica che gli dondolava sul petto. Il sole abbagliante dardeggiava dai vetri della cupola. La calura gli tolse il respiro. Quattro passi ancora e si ritrovò davanti al San Carlo. Con un fazzoletto asciugò il sudore che gli imperlava la fronte. Alfredo era il più giovane fotografo di uno dei due quotidiani della città. Assunto da pochi giorni, gli affidarono il facile compito di fotografare la città deserta, svuotata nei giorni di ferragosto.
Trovò un po’ d’ombra sotto il porticato del Teatro lirico. Seguì con lo sguardo una macchina rossa con l’autista che guidava tenendo un braccio fuori dal finestrino. La piccola autovettura girò intorno alla fontana posta al centro della piazza che, per la strana forma, somiglia a un carciofo.
Proprio in quel momento scorse una giovane turista. La ragazza era seduta sul bordo della vasca ed immergeva la mano nell’acqua della fontana per poi portarla al volto e alla fronte in cerca di un po’ di refrigerio. La giovane indossava un vestito di lino di un giallo delicato ed un cappello di paglia dalla falda ampia che le ombreggiava il volto.
«Ecco – penso Alfredo, raggiante – è proprio quello che cercavo: una turista che cerca un po’di refrigerio in questo pomeriggio incandescente!»
Al momento di scattare la fotografia, avvertì un fremito, come una leggera scossa che in lampo gli attraversò tutto il corpo. Nel timore che la fotografia fosse venuta mossa opure sfocata, caricò la sua Rolleiflex con un giro completo della manovella, e ne scattò un’altra.
La giovane turista che cercava di prendere un po’ di refrigerio nella fontana della città, accorgendosi di lui, gli lanciò uno sguardo infuocato spalancando gli occhioni blu. Uno di quegli sguardi di fuoco e di passione, per intenderci, che possono bruciare persino la pellicola di un fotografo. Alfredo non capì che quello era amore a prima vista. Imbambolato, ricambiò il saluto e fece un cenno con la testa. Abbozzò un sorriso, poi andò via senza cogliere la delusione sul volto della giovane turista.
Il giorno dopo, la fotografia firmata con il suo nome, Alfredo Caputo, era sulla prima pagina del giornale. La didascalia diceva: «Una turista cerca di un po’ di refrigerio in una fontana della città.»
La fotografia piacque così tanto al caposervizio che l’anno dopo affidarono di nuovo ad Alfredo questo incarico. Lo stesso caldo, lo stesso sudore sulla fronte dell’anno prima e, il caso volle, la stessa turista seduta sul bordo della vasca della fontana di Piazza Trieste e Trento. L’abito era però diverso: di cotone bianco con stampati ardenti papaveri rossi. Era lì. Quasi l’aspettasse. Questa volta, però, fu la turista che cerca un po’ di refrigerio in una fontana della città a prendere l’iniziativa, pur di non farsi sfuggire il bel giovane napoletano dagli occhi come il carbone ed i riccioli neri che il sudore, bagnandoli, aveva reso, se possibile, ancora più scuri e lucenti.
«Ma per te chi sono? – gli chiese con un forte accento straniero – Soltanto una turista che cerca un po’ di refrigerio in una fontana della città?»
«Ma no, ma no… – farfugliò lui – Devo anzi confessarti, turista che cerchi un po’ di refrigerio in una fontana della città, che mi sono innamorato di te dalla prima fotografia, quella dell’anno scorso. Non lo capii subito, ma quando sono ritornato tu non c’eri più!»
«Guarda!», aggiunse poi mentre dal portafogli estraeva un ritaglio di giornale che le mostrò.
La turista che cerca un po’ di refrigerio in una fontana della città arrossì e abbassò lo sguardo come timorosa, ma lusingata.
Alfredo si fece audace: «Turista che cerchi un po’ di refrigerio in una fontana della città, perché non mi dici come ti chiami? …Così facciamo prima!»
«Jutta. Mi chiamo Jutta Kreisselmeier Reisswitz. Sono austriaca.», rispose sorridendo.
Alfredo, sulle prime vacillò, poi deglutì: «Sono un tipo che impara presto.»,  disse rassicurandola.
«Permetti?», poi le chiese mostrandole la macchina fotografica. Lei si mise in posa, sorrise. Lui si allontanò di qualche passo e scattò la fotografia.
Le prese poi la mano: «Vieni, turista che…»
«…Jutta!», corresse lei con garbo.
«Certo, Jutta! Vieni, sediamoci lì», e indicò i tavolini del caffè Gambrinus.
Qui si accomodarono a un tavolo riparato da un grande ombrellone bianco. Erano soli. Alfredo, dandosi un tono, chiamò: «Garçon!»
Venne il giovane cameriere che gli disse: «Mi chiamo Tonino!» e porse la lista. Alfredo la scorse veloce poi chiese alla turista che… pardon a Jutta… se volesse una granita di limone.
Lei rispose sì senza esitazione. Allo stesso modo disse poi sì un anno dopo. Non a un tavolino del Gambrinus, ma davanti all’altare della chiesa di San Ferdinando che sta lì proprio di fronte.
La granita di limone, impreziosita da tre amarene sciroppate che formarono venature viola nel bicchiere, non spense l’ardore di Alfredo che avvicinò le labbra a quelle di Jutta.
«Oh! Non qui!», disse la ragazza arrossendo.
Non c’era nessuno, ma Alfredo l’assecondò. Consumarono in fretta quella delizia ghiacciata e si avviarono verso il mare passando sotto le statue dei re di Palazzo Reale. Alfredo l’aiuto a sedersi sugli scogli. Il Vesuvio lontano sembrava ondulare nella calura. Il giovanotto si guardò intorno guardingo. Nessuno in vista nel raggio di centinaia di metri sul Lungomare. Tolse le scarpe ed immerse i piedi nell’acqua azzurra, lo stesso fece Jutta. Alfredo diede ancora un’occhiata in giro. Quello che temeva era di finire in una foto sulla prima pagina del giornale concorrente con la didascalia: «Due turisti cercano un po’ di refrigerio sul lungomare della città» Però erano soli, soltanto loro due, il mare e la passione. Precisamente, non c’erano in giro altri fotografi, ed Alfredo la baciò per la prima volta.
Si sposarono. Alfredo fece carriera nel giornale e Jutta ogni estate l’aiutava prestandosi a posare come la turista che cerca un po’ di refrigerio in una fontana della città.
Anno dopo anno, la foto: clic! E poi la granita di limone nel bar servita da camerieri sempre diversi.
Poi vennero al mondo, a distanza di un anno l’uno dall’altra, Felice e Marisella. Il ragazzo era uguale alla madre. Biondo anche lui e uguali, dello stesso azzurro, gli occhi. Marisella, invece, diventò una bella bruna: occhi scuri come quelli del padre. Presto apparvero anche loro nella foto tradizionale di mezza estate che li riprendeva tra gli zampilli dell’acqua della fontana. Sembravano due pesciolini. La didascalia diceva: «Una mamma e i suoi bambini cercano in po’ di refrigerio in una fontana della città.»
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Fu felice, quando Alfredo andò in pensione, a dare continuità a questa loro innocente pantomima estiva. Il ragazzo prese il posto del padre al giornale.
«Papà! Mamma! – annunciava ogni anno nel bel mezzo dell’estate – Ci siamo! Siete pronti?»
«Eccomi! Eccomi!», rispondeva Alfredo.
«Mamma! Mamma! E dai!», sollecitava il ragazzo.
Jutta aveva portato sempre i capelli lunghi raccolti alla nuca. Adesso pareva che avesse dietro la testa una piccola nuvola bianca.
Giunti alla fontana, attraversando la città deserta, Alfredo e Jutta si rinfrescavano il volto nell’acqua dai riflessi azzurrini. Poi Alfredo baciava Jutta come fosse la prima volta.
«Clic!»
La fotografia scattata da Felice il giorno dopo era sul giornale
. La didascalia recitava: «Due anziani coniugi cercano un po’ di refrigerio in una fontana della città».
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