Se vi citassi il nome di Caravaggio passeggiando per Napoli, probabilmente l’immagine più immediata a cui pensereste sarebbe quella dell’opera della “Flagellazione” esposta al Museo di Capodimonte. Ma oltre a quel gioiello, ce n’è un altro che è immerso totalmente nel ventre della nostra città.
Da via Duomo o da Via dei Tribunali, con pochi passi si arriva in Piazzetta Riario Sforza.
Uno slargo che compare lateralmente con un effetto sorpresa non da poco, visto che ospita l’obelisco più antico della città: quello dedicato a San Gennaro.
Un’elaborata opera d’arte che sbuca in un vicolo stretto e che al tramonto, data la sua altezza di 24 metri, assume una colorazione fantastica, complici i muri poco distanti dei palazzi vicini. I sono proprio colori dei vicoli, con le loro tonalità cupe interrotte da colpi di luce, che ritroveremo a breve nel capolavoro di Michelangelo Merisi.
Dando le spalle all’obelisco, infatti, ci troviamo proprio di fronte all’ingresso del Pio Monte della Misericordia che custodisce la tela delle “Sette opere di misericordia”.
L’istituzione benefica fu fondata nel 1602 da alcuni giovani nobili napoletani, gli stessi che commissionarono l’opera al pittore. Una volta entrati nella Cappella che la custodisce, si resta colpiti dalla bellissima cupola e dalle lavorazioni marmoree per poi rimanere in contemplazione della tela che è collocata sull’altare maggiore.
Per “saper guardare” al meglio l’opera, basta seguirne la luce. Caravaggio è stato capace di sviluppare su un’unica tela tutte e sette le opere caritatevoli, che si susseguono e si distinguono al tempo stesso, nell’ambientazione di un vicolo.
Con lo sguardo partiamo dall’alto, da quel fascio luminoso di misericordia che sono la Madonna, il Bambino e gli Angeli; sotto, una fioca torcia illumina qualcuno che si adopera per andare a seppellire un morto, di cui si intravedono i piedi (primo atto di carità); accanto, il raggio angelico svela una donna che fa visita ad un carcerato e lo sfama (secondo e terzo atto di carità); sotto, per terra, un ignudo con la schiena bianchissima, a cui un cavaliere dà un drappo per coprirsi (quarto atto); lo stesso cavaliere sta per aiutare uno storpio che si intravede appena nell’oscurità (quinto); alle sue spalle un uomo si disseta dalla mascella di un asino (sesto); all’estrema sinistra del quadro, la figura di un uomo che indica ad un pellegrino dove trovare una sistemazione (settimo).Caravaggio_-_Sette_opere_di_Misericordia_(1607,_Naples)
L’effetto è mistico e realistico insieme, i volti sono quelli dei napoletani, i colori sono quelli della terra ma la rappresentazione è sacra.
Come da statuto seicentesco della Fondazione, l’opera non può essere spostata altrove per alcuna ragione, se non in caso di restauro o “cura”. Dopo il terremoto del 1980, infatti, fu custodita dal Museo di Capodimonte mentre la Chiesa veniva messa in sicurezza.
Vi ritornò solo nel 1991, come immortala la foto di Stefano Renna che lascia stupiti per la faciloneria del trasporto.CaravaggioStefanoRenna
E se vogliamo continuare a camminare nelle scarpe di Caravaggio, possiamo farlo persino andando a mangiare in uno dei vicoli più stretti forse di tutto il centro storico, quello del Cerriglio. Il pittore fu noto non soltanto per i suoi capolavori ma anche per il suo temperamento burrascoso, che gli rese la vita molto movimentata. Complice proprio l’angolo malfamato e ristretto di questa stradina, alcuni individui lo malmenarono una notte per vendicarsi del loro amico morto per mano di Michelangelo.
All’epoca la taverna omonima, era un posto popolare ma la sua ottima cucina era nota anche tra i nobili che spesso non disdegnavano di consumarne qualche pasto.
Oggi resta un posto accogliente ed estremamente caratteristico, una tappa imperdibile soprattutto di sera per avere ancora un assaggio delle ombre e delle luci partenopee che segnarono parte della vita di Caravaggio.

Magnammo, amice mieje, e po’ vevimmo
nfino ca stace ll’uoglio a la lucerna:
Chi sa’ si all’auto munno nce vedimmo!
Chi sa’ si all’auto munno nc’è taverna!”
(versi riportati sull’ingresso della taverna).
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Nella foto in alto, la chiesa in via dei Tribunali con il dipinto. Al centro, l’opera nei suoi particolari e l’immagine scattata da Stefano Renna che testimonia il trasporto dell’opera in condizioni davvero precarie

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