Da Rita Felerico, anima di Café Philo, riceviamo e volentieri pubblichiamo la recensione del libro  di Monica Florio “Un tiro mancino”.

La possibilità di tramandare sia il sapere, che si accumula sperimentando la vita, che la cultura, qui intesa come confronto di idee per la crescita e lo sviluppo sociale, ha nel libro uno strumento ‘attivo’, capace di avviare e perpetrare questo movimento di pensiero e di esperienza che è fondamento della nostra formazione di uomini e di cittadini, nonché dell’azione educativa, dovere primario verso le future generazioni.
Il libro è come un corpo vivo, dove abitano e prendono vita le parole di questa azione educativa, racchiude i pensieri, i fatti ed anche ciò che si   immagina, l’utopia di una società meno discriminante, meno offuscata dalla negatività.
“Un tiro mancino” di Monica Florio (L’Erudita Edizioni) è un percorso all’interno del linguaggio e dei comportamenti adolescenziali. L’Autrice li conosce e ne decifra e analizza con competenza e logica emozionale i significati, aprendoci ad una comprensione che poteva restare a noi sconosciuta. A conferma, scrive Antonio Fresa nella prefazione: “Nelle scuole, nelle strade, nelle famiglie sembra che si sia interrotta la continuità storico – educativa che aiutava a costruire un tessuto comune in cui passato, presente e futuro potessero collegare le diverse generazioni”.
Le descrizioni sono puntuali, chiare, sia nei dialoghi fra i protagonisti che nelle pagine di narrazione, connesse nel descrivere l’espressività del mondo giovanile in tutte le sue sfumature e angoli bui: omofobia, conformismo, narcisismo digitale, sfumature e angoli nei quali i ragazzi/e si imbrigliano, spesso risultando essere più che soggetti coscienti, vittime.
“Tu sei diverso dagli altri” dice Veronica a Marco, che risponde: “Tutti siamo diversi se è per questo” e quando Marco confessa a Milena di aver detto ai suoi genitori di essere gay (ma sarebbe stato meglio se non l’avessi fatto, confida), Milena si convince che gli adulti complicano tutto.
Compare tra le pagine – e per la prima volta nei suoi romanzi – la poesia, linguaggio ‘immediato’, da riconsiderare nella dinamica delle nostre relazioni, parole di poesia per mettere in luce senza pregiudizi e con sincero approccio la possibilità di verificare la propria dimensione sentimentale e la capacità di comunicarla.
Attraverso la poesia Marco rivela la sua omosessualità (“Finalmente padroni delle nostre vite/devastate/ dal ricordo dei silenzi e degli sguardi furtivi/ che pesano più di una condanna”), confessa il suo amore per l’amico lontano (“Quando cadranno le barriere dell’ignoranza/che imprigionano le nostre menti più delle catene”).
Questa attenzione alla poesia è particolarmente apprezzabile. Del resto, un libro di poesia è in ogni cuore, in ogni zaino: “E la vita è – ne sono sicuro – fatta di poesia. La poesia non è un’estranea; la poesia è sempre in agguato, dietro l’angolo. Ci può balzare addosso in ogni momento” scrive Jorge Luis Borges nel saggio ‘L’invenzione della poesia’.
Per questi motivi il libro di Monica è soggetto ‘attivo’, risiede qui la sua forza, soprattutto se consideriamo ‘leggere’ esperienza di immedesimazione necessaria ad intraprendere il confronto con la vita.
Franco Battiato in un bellissimo testo canta: “Cerco un centro di gravità permanente che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente”, un centro che pur non ponendo ostacoli al dubbio, iniziale stimolo per intraprendere il cammino di conoscenza insieme alla ‘meraviglia’ di ciò che è e accade, richiama a quella ‘ stabile’ idea di identità e di riconoscimento di cui non possiamo fare a meno e dalla quale partire per dare ‘inizio’ all’ avventura nel mondo, alle nostre metamorfosi.
E il centro in questo testo di Monica Florio può identificarsi con la ‘cassetta degli attrezzi’ che ci offre la cultura e il desiderio di far lievitare la libera ricerca della conoscenza e della quotidiana conquista della propria identità.  Un ‘centro’ dal quale si può prospettare una via d’uscita alle nostre deboli scelte e la visione di un mondo meno oppresso dalla violenza delle negatività. Il libro, la letteratura è cibo utile e indispensabile in un mondo che ci vuole sempre più tecnicamente omologati.  Lo spiega bene il personaggio di Elena: “Dal baule tirò fuori uno scatolo di cartone sigillato dallo scotch. Con una lentezza studiata, lo aprì ed estrasse un diario personale chiuso dal lucchetto. “Qui c’è la mia vita o almeno una parte”, commentò con orgoglio”. Conservare i ricordi, memorizzare e tramandare.
E’ con semplicità di stile che Monica anima il suo libro di questo ‘humus’, servendosi di parole che non sembrano star ferme nelle pagine, scorrono, trapassano dalla carta alla vita, offrendoci subito immagini e situazioni /simbolo nelle quali riconoscersi. La lettura così, seppure solitaria, non è mai un percorso di solitudine, non è un soliloquio; la scrittrice con il ritmo del racconto offre un esempio di questo gesto condiviso di lettura; per questo il suo libro è un testo da leggere ‘insieme’, nelle scuole, in spazi di lettura aperti alla discussione dei problemi dei territori e dei luoghi di condivisione, è un invito ad intraprendere un’esperienza personale che si trasforma in scambio di esperienze, esperienze comuni.
I titoli degli ultimi capitoli conducono il lettore verso il senso di questa avventura culturale; la cultura, la riflessione comune è prendersi ‘cura’ di sé e degli altri, ‘cura’ per guarire dagli ‘effetti indesiderati’ di una repressione – dichiarata o subliminale –  del senso critico, voluta e  imposta da un uso  scorretto della tecnologia che segna la strada di un triste senso di impotenza nei giovani e negli adolescenti (si veda il fenomeno hikikomori), come ben descritto nel libro “L’epoca delle passioni tristi” di Miguel Benasayag e Gérard Schmit. I due autori, psichiatri, analizzano l’atteggiamento del rinchiudersi in noi stessi e del vivere il mondo come una minaccia che spesso porta al suicidio.
Nel romanzo della Florio si parla del suicidio di Matteo, della solitudine da cui era oppresso, della incomprensione che lo circondava, in casa, fra gli amici, a scuola, in palestra.
Perché dunque ‘leggere insieme’? Pensiamo a realtà esistenziali complesse, come i quartieri napoletani di Forcella e Scampia; qui sono nati luoghi di ascolto condiviso, di lettura comune, che ribadiscono il ‘ruolo’ del libro nella formazione di ognuno e la lettura necessaria pratica per riappropriarsi di sé e dell’energia per lottare contro chi vorrebbe frantumare e soffocare il senso della nostra responsabilità e delle nostre scelte. Bello sarebbe così proporre una riflessione su “Un tiro mancino” all’interno di queste realtà sociali.
È con la lettura della letteratura che si impara l’amore in tutte le sue varianti, anche il dolore, la speranza, la tragedia e la gioia; in uno dei suoi ultimi saggi – ‘La parola ai giovani. Dialogo con la generazione del nichilismo attivo’ (Feltrinelli) Umberto Galimberti, analizzando l’assenza di valori patita dalle nuove generazioni e la presenza di un nichilismo nutrito da venti anni di televisione, difficilmente reversibile, afferma che l’unica cura sono i libri e una scuola che, rendendoli affascinanti e non noiose materie di studio, renda loro giustizia una volta per tutte.
Visto in questo ampio contesto e soprattutto nei confini/non confini della scuola, “Un tiro mancino” deve essere usato; possiede tutte le caratteristiche di “un’arma impropria”, della quale appropriarci per vincere ‘una guerra’, quella della vita, che anche inconsapevolmente si è chiamati a combattere. Spesso il termine guerra viene usato dall’autrice per parlare dell’amore e delle difese da innalzare nei confronti dell’altro e del mondo. Non a caso, compare nella frase a chiusa del testo: “Erano stati in guerra e non lo sapevano”.
Queste motivazioni rendono “Un tiro mancino” un testo da leggere e   diffondere,  per dare voce ad una scrittura  che narra e racconta con immediatezza, al di fuori di ogni teleschermo, le verità dei rapporti e delle relazioni, le diversità, nonché gli ostacoli da superare durante il cammino dell’esistere e quelli con i quali ci scontriamo nel rapportarci con il nostro stesso corpo, un punto cruciale per le odierne generazioni abituate alla virtualità, che Monica Florio non manca di affrontare in più punti del testo.
Un plauso alla copertina, opera di Corrado De Benedictis, che riassume i concetti dello ‘stare insieme’ e di come, attraverso una comune azione, le ‘forme si definiscono dall’indefinito’, nell’auspicare i mutamenti che conducono a un migliore futuro.
RITA FELERICO
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Nella foto, il dipinto di Corrado De Benedictis riprodotto in copertina