La geologia può essere un’opportunità per comprendere meglio il pianeta su cui abitiamo, conoscerne i misteri nascosti nel sottosuolo, studiare delle alternative al fabbisogno energetico con un alto impatto ambientale.
Questa scienza ha forti legami con altre discipline, dall’ingegneria all’economia, passando per alcuni aspetti dell’antropologia. Concetti troppo complessi? No. Le scienze della terra possono essere divulgate in un modo accessibile a tutti.
Ce ne parla Andrea Moccia, classe 1985, geologo napoletano ideatore del sito Geologiapop – Le scienze della Terra nella vita di tutti i giorni. Nata un po’ per gioco, la sua idea di lanciare in rete un canale social dove si approfondissero argomenti scientifici, ha riscontrato grande successo. Lo dimostrano i numeri dei followers delle pagine di Geopop, che aumentano in relazione a una grande capacità comunicativa.
Andrea, ci racconti un po’ della tua professione?
«Lavoro per una delle principali società di infrastrutture energetiche al mondo, la Snam. Mi sono laureato nel 2009 in Geologia all’Università Federico II di Napoli e ho conseguito un master di specializzazione in georisorse. Sono stato in Scozia, dove mi sono occupato di modellizzazione geologica, in qualità di geologo strutturale, presso l’azienda scozzese Midland Valley Exploration. Poi, mi sono trasferito in Francia, dove ho lavorato per 7 anni con l’ Istituto Nazionale Francese dell’Energia (IFPen), in qualità di Senior Geologist e Deputy Team Manager (dipartimento di Geologia e Geofisica). Ho viaggiato tanto per lavoro. La mia professione consiste nello studiare la composizione geologica del sottosuolo, elaborandone uno studio e sviluppandone dei modelli tridimensionali. Sono un geologo industriale. Il termine utilizzato nel settore è geomodeller, cioè elaboro modelli 3D degli strati delle faglie a grande profondità. È una sfida enorme, che richiede il supporto di una grande tecnologia. Negli ultimi dieci anni, mi sono occupato di modellizzazione e analisi. Ma mi occupo da diverso tempo anche del coordinamento di un’équipe di professionisti nella gestione di progetti di ricerca».
Ma i geologi, precisamente, di cosa si occupano?
«Qui occorre fare una distinzione sul come viene recepito il ruolo del geologo in Italia e all’estero. Nel corso della mia carriera ho lavorato per numerose aziende e ho viaggiato in oltre trenta paesi. La geologia, fuori dal nostro Paese, è molto altro rispetto a ciò che si intende qui. Comunemente si pensa che il geologo si occupi di catastrofi come terremoti, dissesto idrogeologico, eruzione di vulcani. Nel resto del mondo non ci si limita a questo, ma si utilizza la geologia per studiare ciò che contiene il sottosuolo, esplorando gli idrocarburi e i giacimenti minerari. Si pensi alla sfida dei dispositivi elettronici o delle autovetture ibride, che necessitano di energia per poter funzionare. Da dove proviene questa energia? Dal sottosuolo. Ecco perché esiste un legame intrinseco fra la geologia e l’ambito energetico».

Ci puoi fare alcuni esempi che riguardano la vita di tutti i giorni?
«Poco fa accennavo alle autovetture, i cui ultimi modelli funzionano con un sistema ibrido plug-in oppure basti pensare alle batterie degli smartphone. Entrambi i dispositivi richiedono litio, che è un metallo niente affatto semplice da trovare ed estrarre in natura, in quanto si trova fra rocce vaporitiche. I principali giacimenti di questo elemento si trovano in Sud America, in Australia, in Cina. Anche se si immagina di fare a meno del petrolio, bisogna comunque individuare delle fonti di approvvigionamento che consentano alla nostra società di sostenersi. Il geologo, per come la vedo io, dovrebbe essere una figura costruttiva e produttiva, nel senso che dovrebbe creare delle risposte a grandi sfide che si presentano innanzi a noi. In Italia, questa visione manca e potremmo dire che il geologo, facendo una metafora calcistica, giochi ancora in difesa. Purtroppo, facciamo i conti con una visione, ancora prevalente, dalla quale si esclude tutto ciò che è nuovo in contrasto col settore tradizionale dello studio e della ricerca».
Come mai in Italia non ci poniamo questa sfida?
«Ci sono diversi motivi, principalmente di ordine storico e culturale. Innanzitutto, non abbiamo grandi giacimenti di petrolio. C’è, in questo senso, una mentalità conservatrice. Il fatto che non ci si aggiorni ai cambiamenti imposti dalla nostra epoca sta portando – a quanto mi dicono amici che insegnano nelle università italiane – a un crollo devastante degli iscritti nelle facoltà di scienze geologiche, perché lo studio di queste dottrine non si è evoluto. Per compiere una svolta, ritengo che noi geologi dovremmo provare a sentirci più ingegneri, nel senso che dovremmo recuperare uno spirito di concretezza e dimostrarci più aggressivi rispetto ai mercati e alle sfide globali che si stanno aprendo. In ambito accademico, la geologia dovrebbe comprendere come modernizzarsi e compiere degli studi applicati sulla transizione energetica».
Ti riferisci allo studio delle energie rinnovabili?
«Anche su questo occorre fare chiarezza. L’Italia è un paese che potrebbe utilizzare maggiormente la geotermia. Eppure, anche se vi fosse uno sforzo in tal senso, non riusciremmo a soddisfare il fabbisogno di massa, perché la geotermia non ha una densità energetica così elevata da sostituire il fossile. Potremmo utilizzare di più l’energia solare e quella eolica. Ma comunque, bisogna porsi il problema dell’inquinamento che producono gli impianti che utilizzano le energie rinnovabili. Basti pensare all’impatto ambientale e paesaggistico delle pale eoliche oppure alla costruzione dei pannelli solari, concepiti con l’utilizzo di idrocarburi. Su questo sussiste un equivoco di fondo, perché l’eolico e il solare non sono energie green, che è un concetto relativo, ma non assoluto. In altri termini, su scala globale, gli esseri umani dipendono ancora all’80% dal petrolio. Questa risorsa non è ancora esaurita, ma è sicuramente in decadenza. Occorre, dunque, porsi l’obiettivo di trovare delle alternative».

Quali potrebbero essere?
«A questo dovrebbero rispondere gli studi. Sicuramente, delle fonti energetiche che potrebbero rappresentare un’alternativa all’estrazione di idrocarburi possono essere la fusione nucleare e l’idrogeno. Giustamente, la nostra opinione pubblica è molto attenta all’impatto ambientale che possono avere queste forme di energia. L’Italia ha detto più volte no alle trivellazioni per la ricerca del petrolio, al nucleare, all’apertura di miniere. Però, il risvolto della medaglia è che dipendiamo in gran parte dalle forniture energetiche dei paesi produttori. Ad esempio, spendiamo moltissimi soldi per comprare gas dalla Russia e dalla Libia. E che dire degli elementi che costituiscono parti essenziali dei dispositivi elettronici, come le terre rare1 e il litio? I principali produttori mondiali sono la Cina e gli USA. Credo che a questi problemi si dovrebbe maturare una risposta a livello europeo».
Ma guardando alle proteste che ci sono state nel mondo sul cambiamento climatico, queste energie alternative agli idrocarburi non avrebbero un maggiore impatto ambientale con conseguenze anche sulla salute dei cittadini?
«Il tema è estremamente complesso e di non facile soluzione, né intendo minimizzare al riguardo. Come battuta, posso dire che fin quando non individueremo una nostra autosufficienza energetica, dipenderemo da altri. Anche per questo, recentemente, la Commissione europea ha deciso di cambiare linea e aprire delle miniere. La questione dell’impatto ambientale rimane in ogni senso. Proprio in questo risiede il senso della sfida scientifica che abbiamo innanzi».
Hai altre passioni oltre alla geologia?
«Ho sempre amato la musica. Suono da vent’anni la chitarra e mi sono esibito anche in diversi club del Vomero con alcune band. Spesso mi sono divertito ad utilizzare come colonna sonora di alcuni video di Geopop dei brani da me eseguiti. Oltre questo, amo il motociclismo e ogni volta che posso, vado in pista e uso la mia moto. Sono un fan sfegatato di Valentino Rossi e il mio sogno è di poterlo conoscere».
Prima dicevi che sei stato molti anni lontano dalla tua terra natia. Non ti manca casa?
«Al principio, ero molto preso dal mio lavoro. La mancanza è venuta dopo qualche anno. Ho compreso che, stando lontani, le radici sono molto importanti. Ad esempio, la socialità che c’è in Italia manca completamente in Francia e in Inghilterra. Da qualche anno volevo rientrare proprio perchè non esiste soltanto l’aspetto professionale, ma anche i legami sociali e affettivi. Un luogo nel mondo in cui mi sono sentito meglio, in tal senso, è l’America latina, in particolare in Bolivia, dove la gente vive il presente in maniera più appassionata. Attualmente, dopo tanti sforzi, sono riuscito a rientrare nel nostro Paese. Vivo a Milano, dove mi trovo bene, perchè è una città dal respiro europeo con un movimento culturale importante. Ma il mio sogno è di abitare in una città piccola e funzionale».
Da dove viene l’idea di Geopop?
«In realtà, nasce un po’ come uno scherzo. Un paio di anni fa, il giorno di Pasquetta, incontrai degli amici nella zona di Chiaia. Da qualche tempo, ero incuriosito dalla proiezione web di Marco Montemagno, che è un imprenditore tech e un comunicatore con oltre due milioni di follower sui social. Un’amica mi convinse che avrei potuto fare anch’io qualcosa di simile nell’ambito della geologia. Feci un esperimento. Lanciai i primi video in rete, che ebbero un discreto successo e nel giro di pochissimo tempo raggiunsero le 30-40 mila visualizzazioni. Ho utilizzato la mia capacità di divulgare concetti complessi in un modo accessibile a tutti, mettendo a frutto l’esperienza maturata in molti anni di lavoro. Spesso, infatti, devo tradurre studi tecnici avanzati in un linguaggio chiaro e efficace, che sia comprensibile a dei manager che non hanno alcuna erudizione nel mio settore. In questo caso, volevo parlare della geologia a un pubblico non specialistico. Ho avuto moltissimi riscontri positivi. Su tutti, rammento con grande emozione la lettera di una madre che mi parlava del suo bambino di 9 anni che, da assiduo seguace dei miei video, diceva di voler fare da grande il geologo».

Nelle foto, il logo della sua iniziativa online e scatti che lo riprendono: il geologo napoletano Andrea Moccia, a 35 anni, si è già affermato nel settore di sua competenza e, nel tempo libero, cura la divulgazione scientifica (le immagini ci sono state gentilmente concesse da lui stesso)

Ho visto che la tua pagina facebook ha circa 240 mila followers e il canale YouTube è vicino ai 65 mila. Che potenziale ha questo progetto?
«Attualmente, ho caricato in rete 168 video. Non immaginavo questo successo, soprattutto considerando che si tratta di un hobby e non di una professione. Spesso le persone mi pongono delle domande e mi stimolano a fare altri video. Questo dimostra che l’intuizione che ho avuto trova riscontro in un crescente interesse. In rete mancava un qualcosa che rispondesse alla curiosità e all’interesse scientifico su questi temi. Dopo due anni di attività, quello che nasceva come un gioco ha raggiunto circa 320 mila followers. Il potenziale è enorme. In futuro, mi piacerebbe molto creare un docu-film o una serie da lanciare su Netflix per portare al grande pubblico la geologia e la tematica energetica, avvalendomi della collaborazione di altri geologi e figure professionali. Sarebbe una bella sfida».
In uno dei tuoi ultimi video hai annunciato l’imminente pubblicazione del tuo primo libro. Puoi darci qualche anticipazione?
«È stata un’esperienza pazzesca, cui ho dedicato energia ed entusiasmo. Il libro si chiamerà: “Un tesoro al piano Terra” e verrà pubblicato per i tipi della RCS – Cairo editore. Parlerò del ruolo dell’energia e dell’importanza della figura del geologo, toccando temi come il petrolio, le nuove tecnologie, le terre rare, l’esplorazione, la geopolitica, l’economia. Una parte del libro sarà dedicata anche al monopolio cinese su alcune risorse strategiche, ma parlerò anche delle energie green e rinnovabili, dell’idrogeno e di tanto altro ancora. È un libro molto ricco, ma la filosofia pop rimane la stessa di sempre».
Cosa prevedi per il futuro della geologia in Italia?
«In termini realistici, non la vedo benissimo. Bisogna cambiare marcia con un importante aggiornamento degli studi. Oltre questo, bisogna garantire una divulgazione scientifica più ampia e accessibile a tutti, perchè è necessario che le persone attribuiscano valore alle scienze della terra. Solo così il valore diventerá reale. Anche la mia storia personale dice che questo Paese lascia fuggire delle risorse, che potrebbero dare un importante contributo alla collettività. Il mio rientro c’è stato, è vero. Ma è stata molto dura. Bisogna creare le condizioni affinchè si sviluppino nuovi cervelli, investendo nell’istruzione e riportando delle menti di un certo livello nell’ambito scientifico».
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Per saperne di più
https://www.youtube.com/watch?v=-yHMVE9iCzI

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