Le disobbedienti/ Nastassja Cipriani e Edwige Pezzulli raccontano la difficile vita delle scienziate. Un un mondo dominato da pregiudizi

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«Ciò che appare chiaro è che la concezione problematica di neutralità genera resoconti parziali del mondo, che scienziate e scienziati assumono invece come completi e universali» lo leggiamo in “Oltre Marie. Prospettive di genere nella scienza” un saggio scritto da due donne che nella vita hanno scelto di occuparsi di scienza: Nastassja Cipriani e Edwige Pezzulli e pubblicato da altre donne, le fondatrici della casa editrice Le plurali che qualche giorno fa ha festeggiato il terzo anno di attività.
Il testo è ricco di spunti interessanti e interrogativi profondi. Il primo spunto di riflessione emerge, con forza, dalla nota delle autrici in una citazione di bell hooks circa il legame tra il linguaggio e il dominio. Il modo in cui nominiamo le cose le riconosce e le legittima, se un concetto, un’idea o un oggetto non è parte del nostro linguaggio, di fatto, non esiste pertanto appartengo a quella schiera di persone che ritiene fondamentale declinare le professioni, oltre che al maschile, anche al femminile.
Se non introduciamo nel linguaggio quotidiano ruoli e professioni al femminile nessuno, soprattutto le nuove generazioni, svilupperanno l’idea che non esistono lavori da uomo e lavori da donna ma in loro continuerà a perpetuarsi lo stereotipo per il quale alcune professioni sono esclusivo appannaggio degli uni o delle altre: «I motivi che ci spingono ad associare più facilmente la scienza agli uomini, anche se in modo inconsapevole, sono molteplici. Siamo prima di tutto condizionati dalle nostre esperienze precedenti, da ciò che abbiamo visto con più frequenza. Nel caso della scienza, l’esposizione che hanno avuto gli uomini sia a livello storico che mediatico è di gran lunga maggiore di quella che hanno avuto le donne e, inevitabilmente, questo lascia traccia nella nostra mente inconscia».
L’alibi che ci siano cose più urgenti e utili di cui occuparsi è cosa fragile, se sono solo parole perché tanta paura, tanta resistenza? Dimenticando che alcune di esse, come medica e avvocata, erano in uso secoli addietro. Le autrici si soffermano su questo tema mostrando come una ricostruzione della storia della scienza al maschile escluda le donne che di scienza vivono ma, del resto, il motivo per cui ho immaginato di creare questa rubrica riposa su una incontrovertibile evidenza: l’oblio e la cancellazione dalla storia delle donne “disobbedienti” che, infrangendo le regole sociali della propria epoca, hanno aperto nuove strade.
Le donne sono state annullate, il loro operato occultato da una damnatio memoriae che rendesse innocuo, sterilizzandolo, il loro esempio fatto di scelte proibite. Nelle pagine del libro troviamo Rosalind Franklin, già ospitata tra #ledisobbedienti, il cui lavoro le fu attribuito postumo dopo che un suo collega, impossessatosi delle sue ricerche sul Dna, aveva ricevuto il premio Nobel.
Per bandire le donne dallo spazio pubblico, millenni fa, fu necessario screditarle adducendo una indocumentabile inferiorità e una asserita emotività incompatibile con qualsiasi ruolo che richiedesse razionalità e capacità di analisi e decisione. A tale menzogna si sono prestate anche menti brillanti come ricordano le autrici a proposito di Darwin.
Biologi, medici, filosofi e teologi hanno argomentato in maniera univoca che la donna fosse anatomicamente e psicologicamente inferiore, inadeguata e inadatta a svolgere ruoli altri da quelli concessi dal modello sociale vigente e se la storia annoverava esempi divergenti trattavasi di anomalie bollate, unanimamente, come casi di perdizione e squilibrio mentale quando non di possessione diabolica come nel caso delle streghe, esperte botaniche e guaritrici, da mandare al rogo.
Anche il mondo frequentato da scienziate e scienziati pullula di stereotipi e bias inconsci e procedendo nella lettura ne troviamo diversi esempi. Nessuno ne è immune e per lasciarseli alle spalle è necessario un impegno individuale accompagnato da uno sforzo collettivo. Altro spunto interessante riguarda l’esperienza diretta di studio di Cipriani e Pezzulli a proposito dello sviluppo di una coscienza critica circa gli interrogativi filosofici sollevati dalla scienza e mai affrontati nel percorso accademico con un indirizzo e un metodo.
La scienza la pensiamo asettica perché abbiamo bisogno di concepirla tale al fine di esserne rassicurate/i per placare le nostre paure, a questa disciplina chiediamo certezze e risposte risolutive, ne pretendiamo affidabilità e infallibilità, ma compiendo questa operazione omettiamo l’interazione tra scienza e cultura, scienza e modello sociale in cui coesistono interessi e spinte contrapposte.
La scienza non è un divenire in uno spazio concluso e avulso dal mondo, al contrario, è un processo di ricerca che si svolge tra molteplici interazioni. Anche in questo saggio si giunge, così, alla conclusione che è dal confronto tra culture e gruppi diversi che si genera una visione ampia che conduce al superamento dei particolarismi per giungere a una sintesi dei molteplici punti di vista, sintesi che scongiura la parzialità: «La pluralità della scienza non rappresenta quindi una semplice celebrazione della differenza: creare comunità scientifiche plurali, aperte e cariche di diversità è una condizione indispensabile per la costruzione di un sapere più ricco e strutturato, e un apparato d’indagine più robusto».
Il saggio è ricco di informazioni relative ad esperimenti e ricerche sociologiche volte ad approfondire lo studio di alcuni aspetti, mi soffermo su due di quelli presentati. Il primo di questi riguarda l’ingresso di un maggior numero di scienziate correlato a una domanda: esiste, forse, un modo di fare scienza al maschile e uno al femminile? La risposta, logicamente, è no, non esiste una scienza delle donne e una degli uomini esattamente come, da oltre un decennio, sostengo per l’economia e l’impresa, non esiste una economia maschile e una femminile ma un diverso approccio ad esse sì, ed è la stessa tesi argomentata nel saggio.
Le donne portano, con il loro approccio differente, punti di vista diversi che arricchiscono, con elementi, informazioni e metodologie, il modello esistente aggiungendo tasselli importanti per giungere a una visione sistemica e ad ampio spettro. Il secondo aspetto riguarda la necessità avvertita dalle donne di mimetizzarsi in un mondo maschile adottandone modelli di comportamento, nel caso specifico le autrici illustrano il ricorso a un vocal coach per educare tono e timbro della voce affinché acquistino profondità e caratteristiche più simili a quelle maschili al fine di acquisire autorevolezza.
Sono meno giovane delle autrici e quando ho fatto il mio ingresso nel mondo del lavoro, in contesti maschili, negli anni Ottanta ci vestivamo con completi pantalone e giacca di colori neutri con spalline imbottite, accompagnati da mocassini e un leggero maquillage, l’obiettivo era non dare nell’occhio, confondersi con la massa di colleghi.
Poi, arrivata ai quarant’anni, l’età in cui si acquista sicurezza e fiducia in sé stesse e nelle proprie capacità, ho fatto mia la lezione di Marisa Bellisario, prima manager italiana che amava la moda e non ha mai rinunciato a vestirsi con femminilità. Mi sono domandata è l’abito che fa il monaco o chi ci sta dentro? Uniformarsi è una forma di adesione a dei valori quando si entra in un gruppo e se ne seguono, convintamente, le regole perché in esse ci si riconosce, ma non è il caso dei contesti lavorativi, no, in questo caso diventa una forma di autodifesa, una strategia di sopravvivenza, ci si appiattisce per farsi accettare mantenendo un profilo basso nella speranza di non essere notate.
È sbagliato, è sbagliato il contesto non il modo in cui le donne cercano di farsi accettare, è questo che dobbiamo cambiare non il nostro modo di essere. Tutte le persone dotate di talento – e anche quelle ordinarie -hanno il diritto di essere sé stesse e l’autorevolezza della voce non dipende dal timbro o l’intonazione ma dalle idee, l’esperienza e la competenza e fin quando non riusciremo a raggiungere una consapevolezza collettiva su questo tema guarderemo solo a donne e uomini dotati di grande personalità e carattere che hanno infranto le regole ma sono rimasti esempi isolati.
La scienza – come ogni ambito e settore lavorativo – è fatta di tanti uomini e donne, persone normali, che, con pazienza e tenacia, quotidianamente perseguono progetti di ricerca, donne come le autrici che ci esortano a guardare oltre le menti e le personalità straordinarie di Albert Einstein e Marie Curie. C’è bisogno di cambiare le regole affinché la diversità diventi, veramente, ricchezza.
©Riproduzione riservata 
IL LIBRO
“Oltre Marie. Prospettive di genere nella scienza”
Nastassja Cipriani ed Edwige Pezzulli, Le plurali
Pagine 160 euro 18,00

LE AUTRICI
Edwige Pezzulli, socia fondatrice di WeSTEAM è assegnista di ricerca presso l’Istituto Nazionale di Astrofisica  e comunicatrice scientifica. È autrice di laboratori, workshop e conferenze su temi scientifici e di intersezione tra scienza e genere. È autrice e conduttrice RAI di Superquark+ e Scienziate. HA pubblicato Apri gli occhi al cielo Mondadori 2019

Nastassja Cipriani, socia fondatrice di WeSTEAM e assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Torino. Matematica e insegnante si occupa di uguaglianza di genere nella scienza, discriminazione delle donne nell’accademia ed epistemologia femminista

Su donne e scienza tra #ledisobbedienti:

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