Doretta Spagnuolo è una tranquilla sessantasettenne di una Napoli popolare, dove ci si confronta ogni giorno con volti, colori, forme e suoni di una città antica, multiforme e giuliva. Un posto dove le persone non riescono ad evitare quel “magma contagioso” sprigionato da tanta e variegata umanità. Questo è l’inizio de Il palazzo del diavolo della napoletana Adriana Capogrosso, edito da Guida editori, pagg. 222, euro15.
Il racconto si snoda sullo scorrere tranquillo della vita, di vicissitudini normali, di semplice quotidianità della famiglia di Doretta. Moglie e madre ineccepibile, puntuale con i valori della vita.
All’improvviso quel ritmo di semplicità e dedizione subisce un’accelerazione con il ritrovamento di una lettera, destinata ad altra persona, al barone Mario Capuano, che fa emergere contorni non proprio chiari, che di fatto sconvolgeranno un ritmo fatto sì di facili cose, ma ordinate e scorrevoli.
Palazzo Penne, Belzebù, il diavolo, sono gli ingredienti che animeranno il racconto attorno a questo personaggio principale, Doretta.
Quest’ultima scompare, si ritrova in un luogo che assomiglia al Paradiso; né caldo né freddo, ovattato, delicato, ancestrale, con puttini dappertutto. Al cospetto di una persona che dice di conoscerla ma lei non lo individua. Ragiona come fosse morta, appunto in Paradiso. Quasi sentendosi in colpa per tutto quanto non aveva potuto dire al marito Giuseppe (in vita).

Qui sopra, la copertina del libro. In alto, Palazzo Penne
Qui sopra, la copertina del libro. In alto, Palazzo Penne

Giuseppe e Angelica, dopo essere venuti a conoscenza della lettera che possedeva erroneamente Doretta, si recarono in tutta fretta a casa del barone Capuano, vero destinatario dello scritto. Gli eventi, alla vista di una collanina probabilmente appartenente a Doretta, subito precipitarono: botte da orbi, sangue, urla, mistero ancora più fitto sulla fine della protagonista.
Mario Capuano non era tale, era in verità Domenico Cortese. Un uomo dalla doppia personalità, un essere spregevole, un disturbato che nascondeva le sue macchie andando in chiesa e facendo beneficenza. Ma ora ha in ostaggio Doretta e non sarà facile che questa esca viva dalla sua casa.
Domenico sente di liberarsi dei pesi di una vita turbolenta, così intende fare con Doretta che, comoda sul divano, comincia a sentirsi raccontare la vita di questi a partire dalla primissima gioventù.
La lettura è scorrevole, accattivante, ti porta per mano verso la fine. In verità in questo romanzo non ci sono grandi picchi argomentativi, è più palpabile un italiano gradevole, uno scorrere sotto gli occhi di pagine di semplicità. Forse è proprio questa la forza di Adriana Capogrosso. Una sconvolgente semplicità che affascina il lettore, lo impegna in modo leggero ma penetrante. Lo immedesima in quei personaggi della porta a fianco. Nessun ricerca stilistica, artefatta, né paroloni scientifici e e pensieri altolocati. Il finale riserva più di una sorpresa.