Non credo nelle divise
né tanto meno negli abiti sacri
che più di una volta
furono pronti a benedir massacri”
Penso positivo_Jovanotti

“Ceci n’est pas un blaspheme” è il Festival delle Arti censurate dove tutto quello che pensiate possa essere troppo sfacciato o eccessivo sarà esattamente di fronte a voi. Non potete sapere se storcerete il naso, riderete di gusto o vi commuoverete ma di sicuro vi sorprenderà per creatività e spirito attivo di critica e denuncia. E’ un Festival che ha la sua base al Museo Pan ma con eventi diffusi tra l’ex Asilo Filangieri e il Lanificio fino al 30 settembre.
Lasciate a casa i pregiudizi e siate curiosi di farvi un’opinione tutta vostra, come per ogni mostra che si rispetti. Ma prima di addentrarci tra le sale del Pan, una breve introduzione pseudo-storica per capire di che si tratta.
Bestemmia e blasfemia derivano entrambe dal greco e significano “ingiuriare la reputazione”, in particolare nei riguardi della divinità e del sacro. Tutte le società hanno punito nel corso dei secoli l’irriverenza pubblica verso la religione e anche in Italia è rimasta reato penale per molto tempo.
L’articolo 724 del codice Rocco del 1930, parla di reato solo se riferito alla religione cattolica, che fu la religione di Stato fino al 1984. Solo nel 1999 fu depenalizzato e diventò illecito amministrativo, per cui ancora oggi si può essere sanzionati.
In pratica non si bestemmia Dio nei luoghi pubblici né sui social network ma sappiate che se vi viene da bestemmiare contro la Madonna e tutti i Santi non è reato…


Questa che si può definire una persistenza legislativa nel codice, è ormai sicuramente anacronistica e deriva dalla rivendicazione costante del potere della Chiesa cattolica che provava ad estirpare l’invettiva laica e anticlericale.
Dopo questa premessa, arriviamo al cuore del problema odierno. Posto che ci troviamo di fronte a un intercalare diffuso sin dalla notte dei tempi, il nodo è quello della censura nel senso più ampio, il controllo sociale che limita ogni forma di libertà di espressione, tra cui quella artistica.
Il senso intrinseco dell’arte è quello di essere libera e questo Festival ne è un messaggio potente.
Le opere esposte sono una sequenza di denunce contro le contraddizioni e le violenze del sistema in cui viviamo, che oscilla tra il capitalismo e il potere clericale travestito con un velo di fede.
Così le icone religiose vengono completamente reinterpretate e rese “imperfettamente terrene” come l’opera di Hogre “Homo erectus” o la Madonna “Just eat”, il Crocifisso stesso diventa un accessorio da poter appendere nel verso che si preferisce oppure a fare da neon in stile pop, con i colori e le forme del videogioco arcade Pang.

Sulle pareti si srotolano le vignette satiriche di Pierz e Franzaroli o le tavole del dissacrante fumetto “Don Zauker” e la mente se ne va un po’ a scavare tra i ricordi del 2015, ripensando a Charlie Hebdo e a quel lutto indimenticato che ci ha segnato.
Piccolo spazio pubblicità invece per “Dioskotto” di Illustre Feccia, che fa diventare la protesta e la bestemmia dei prodotti in barattolo da supermercato. Ma Dioscotto è soprattutto una campagna nazionale con cui si chiede l’abolizione delle leggi contro la blasfemia.


Alla conferenza stampa abbiamo incontrato in video-chat l’artista spagnolo Abel Azcona (che arriverà in Italia per il finissage del 30 settembre, giornata internazionale della blasfemia), che ha coordinato a distanza la sua performance inaugurale intitolata “Amen” o “Pederastìa: la direttrice artistica Emanuela Marmo ha fatto le sue veci e sotto il suo sguardo ha disposto 242 ostie a formare sul pavimento la scritta “Pederastìa”.


Per mesi Abel è andato nelle chiese o parrocchie che frequentava da piccolo, prendendo le ostie consacrate date durante la comunione e raccogliendone 242 come il numero di casi di pedofilia resi noti nel nord della Spagna. Alle pareti, le denunce ricevute per questa sua opera.
Questa è stato il suo modo di urlare a gran voce contro gli abusi minorili, di cui lui stesso purtroppo è stato vittima.
Il percorso personale dell’artista performativo è toccante e fa capire tanto dei suoi lavori incentrati molto sul senso dell’identità e sulla critica politica e sociale.
Impossibile citare proprio tutti i partecipanti ma molto particolare la serie di 40 scatti fotografici di Antonio Mocciola e Carlo Porrini intitolata “Vittime di Dio”, le cui foto si accompagnano a didascalie in cui vengono specificati nomi, cognomi e pene subite dalle vittime note e meno note, nel corso di un millennio, in nome di Dio.


Speriamo vivamente che questo Festival
abbia modo di essere accolto anche altrove nella nostra Penisola, perché lo scopo non è quello di fomentare scandalo o della mera provocazione ma bensì di generare un pensiero critico grazie ad essa. E soprattutto diffondere e far capire anche le difficoltà in cui si trova quella parte di mondo artistico che elude le condizioni sociali d’élite e si pone come strumento di accusa nei confronti del marcio di alcuni ambienti che troppo spesso viene nascosto sotto i tappeti.
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Per saperne di più
https://articensurate.it/il-festival/
#cecinestpasunblaspheme
Museo Pan dal 17 al 30 settembre _ ingresso gratuito
Idea e direzione artistica: Emanuela Marmo
Staff: attivisti della campagna Dioscotto – assistente alla direzione: Rosaria Carifano
Progetto di allestimento: Agostino Granato e Anna Sirica
In foto, alcune delle opere in mostra

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