Il suo teatro viene dal modo in cui si divertiva da bambino. Da quell’infanzia trascorsa in campagna, quando giocava a nascondino con il fratello, in un’azienda agricola  di piante da  caffè. Perdersi per ritrovarsi. Un gioco che comporta il rischio della perdita e però annuncia anche il piacere della riconquista. Morire per poi rinascere. Il regista colombiano Enrique  Vargas (trapiantato a Barcellona) è tornato a Napoli con la libertà di un’azione scenica che si espande nel ritmo equilibrato dalla vita stessa, proponendo al Napoli Teatro Festival Reneixer (foto di Salvatore Pastore), in anteprima nazionale, nella sede suggestiva dell’antico Palazzo Fondi ritrovato grazie a un bel restauro.
Sentimenti da intercettare attraverso il silenzio nelle sale cui può accedere un numero limitato di spettatori: la semioscurità annuncia il cammino per ricongiungersi con se stessi e i fantasmi della propria anima.
Protagonista è il vino o meglio il suo divenire, attraverso l’uva, la sua spremitura e le suggestioni evocate dal respiro della terra. Ad accogliere le persone, dietro un tavolo, una donna che confida loro i segreti di sparsi bicchieri vuoti, mostrandoli uno a uno: in qualcuno ci sono solo chiacchiere, in un altro bacio appassionati, o ancora  solitudine oppure l’alchimia di un concepimento.
E il gioco continua nel labirinto dei sensi. Tra buio totale e penombra. Alla spicciolata, il pubblico riceve da una voce e figura femminile una scatola piena di oggetti dopo aver svelato ciascuno/a la propria identità. Contenitori che custodiscono chiavi, centrini, pinzette, spille, memorie profumate. Scatole che vengono aperte e richiuse, dopo aver trasmesso l’essenza dei loro ricordi.
E alla fine, ci si toglie le scarpe per percorrere il sentiero della rinascita, accompagnati in gruppi di 4 sotto una tenda, annusare il profumo della terra, toccare i chicchi, pigiarli, raccoglierne il succo in una piccola bottiglia, odorarlo, lasciarsi coprire da un telo nero per accoccolarsi su un fazzoletto di terreno di cui si può ascoltare il battito…
Rituali insoliti che bendano lo sguardo e fanno scoprire l’incognita del danzare insieme senza  potersi scrutare in volto: un invito ad abbandonarsi alla gioia collettiva oltre le riserve della mente. Mentre i suoni s’inseguono e i contorni della gente intorno si riflettono su uno schermo luminoso. Alla fine si brinda seduti, in piccoli cerchi, al teatro, alla felicità, all’arte, all’amore… Si esce soddisfatti per una celebrazione già sperimentata; oppure spiazzati perché impreparati; o , infine, delusi perché di tutto questo giro sulla propria pelle non è rimasto nulla.
Ma a proposito della partecipazione allo spettacolo, a chi scrive, il giorno dopo, viene incontro una riflessione sollecitata da un’intervista sul Corriere della Sera al direttore del laboratorio internazionale di neurobiologia, Stefano Mancuso: Nel mondo vegetale – dice, in sintesi,  il professore- non esiste il puro individuo. Le piante si scambiano informazioni in  un mutuo appoggio. La pianta è una rete, una colonia. C’è  da prendere esempio dalla natura, scrollandosi di dosso lentamente le incrostazioni dell’egoismo. Imparando a stare insieme in un percorso sensoriale armonico dove l’essenziale è sentire con il cuore, nel mutuo appoggio che la terra cerca di raccontarci. Come ci suggerisce Vargas. Speranze di un pensiero tenace.
Per saperne di più
https://www.napoliteatrofestival.it/