Oggi prendiamoUn caffè con … Eugenio Mario Chiodo”, che saluto e ringrazio. Con lui continuiamo il ciclo di incontri per parlare di autonomia differenziata e dei rapporti socio-economici tra Nord e Sud del paese. Eugenio Mario Chiodo, dottore commercialista, è stato assessore alle risorse strategiche (Bilancio – Tributi e Partecipazioni) del Comune di Napoli nella seconda Giunta Bassolino.
Il report sui conti economici territoriali dell’ISTAT “certifica”, ove mai ce ne fosse ancora bisogno, la differenza tra Nord e Sud del paese in questi 3 indicatori macro aggregati: tasso di crescita (Nord 1,4% – Sud 0,3%), spesa per consumi (Nord 20.600 euro – Sud 13.700 euro) e prodotto interno lordo pro-capite (Nord 36 mila euro – Sud 19 mila euro).  In parole semplici al Sud si cresce di meno, si guadagna di meno e si spende di meno.
«L’ultimo rapporto ISTAT sul Mezzogiorno, del quale richiami alcuni indici, e sull’argomento potremmo anche ricordare gli articolati rapporti SVIMEZ e CENSIS, purtroppo non ci svelano nulla di nuovo perché nel periodo medio-lungo continua ad essere confermata la storica enorme sperequazione tra Nord e Sud d’Italia. È poi utile ricordare che, nella nostra terra dimenticata, non solo si conferma il più alto indice di povertà assoluta delle famiglie che continua a crescere, ma continua a montare la forte delusione – dopo lunga attesa – per lo sconfortante esito dell’ultimo famoso “Masterplan per il Mezzogiorno” annunciato negli ultimi anni dal premier Renzi, con danno anche per il Partito Democratico. Ancora nulla di nuovo sull’inarrestabile grande fuga dei giovani e sul previsto andamento del calo e della composizione demografica del Sud Italia (in 10 anni sono emigrati oltre 200.000 laureati e circa 150.000 studiano lontani da casa, si registrano tassi di natalità decrescenti, e le previsioni al 2050 indicano che per il Sud la popolazione diminuirebbe di circa 3,0 milioni di persone). Si presenta veramente critico il problema della desertificazione del settore produttivo e del lavoro, e le politiche attuate, proposte o solo annunciate, hanno quasi sempre considerato il Mezzogiorno come questione a sé, una questione separata rispetto al resto d’Italia, mentre – a mio avviso – occorrerebbe invece affrontare, presentare e sostenere in Europa un serio piano industriale comprensivo dei problemi del Mezzogiorno che indichi il ritorno all’economia reale anche con il sostegno dell’intervento pubblico nell’economia, ove necessario».
La pretesa autonomia differenziata acuirebbe ancora di più questi dis-equilibri?
«A mio avviso il c.d. regionalismo/autonomia differenziato, ex art. 116 della nostra Costituzione, richiesto – pur con qualche differenziazione – dalle Regioni forti Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, alle quali si è successivamente aggiunta anche la non forte Regione Campania, si colloca all’interno di un contesto caratterizzato dalle seguenti principali condizioni:

  1. da una crisi che si trascina ormai da oltre un decennio;
  2. dall’incontrollato incremento della spesa corrente spinta – come spesso è capitato – da motivazioni elettoralistiche, con diretto effetto sull’incremento del debito pubblico;
  3. dalla solo annunciata e, ormai dimenticata, sana politica di spending review che consentirebbe il forte recupero di risorse pubbliche;
  4. dalla conseguente mancanza di risorse da destinare a investimenti strutturali di medio-lungo periodo essenziali per comporre un armonico e serio piano industriale italiano, comprensivo del nostro Mezzogiorno;
  5. dall’assenza di una seria lotta all’evasione fiscale a vantaggio della riduzione del debito pubblico e della pressione fiscale, senza dimenticare la necessità di una definitiva semplificazione dei rapporti tra Amministrazione finanziaria e Cittadino, finora solo enunciata malgrado il vigente statuto dei diritti del contribuente;
  6. dalla crescente anzianità della popolazione, con prevedibile necessario incremento della spesa previdenziale e sanitaria che potrebbe divenire insostenibile, e ulteriore causa di diseguaglianze sociali, se la forza lavoro diventerà ancora più debole. Ma il problema non sono gli anziani, il problema è come si affrontano i problemi.
    Queste e altre note condizioni di carattere socioculturali e politiche hanno – secondo me – accelerato la richiesta di autonomia da parte delle c.d. Regioni forti, nei termini e nei tempi richiesti, con l’evidente finalità di voler trattenere i c.d. mezzi propri nell’economia di ciascuna di esse. Non posso in questa sede non ricordare a tutti il “colpo di mano” al quale abbiamo assistito a quattro giorni prima delle ultime elezioni politiche del 4 marzo 2018: il contratto preliminare tra le Regioni forti e il Governo Gentiloni firmato ex art. 116, terzo comma della Costituzione sul quale si è tenuto un alto e ingiustificato grado di riservatezza.
    Tanto,  malgrado l’attività del Governo fosse all’epoca limitata allo svolgimento degli affari correnti della Nazione, quale non è invece il rilevante atto preliminare (straordinario), pur in presenza delle chiare norme costituzionali non ancora attuate in materia di livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali (di cui all’acronimo LEPS) che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale (art. 117 della Costituzione), e – in prospettiva – con l’ulteriore possibile violazione dell’art. 119 della Costituzione in cui è prevista l’istituzione di un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante che altrimenti sarebbero spinti nella trappola della spesa storica.
    Ecco perché è stato proposto che il c.d. “regionalismo/autonomia differenziato” dovrebbe essere meglio denominato“egoismo differenziato e/o secessione dei ricchi”.
    Appare, a tal punto, utile rinviare alla lettura dell’appello di trenta Costituzionalisti su “regionalismo differenziato, ruolo del Parlamento e unità del Paese” e ricordare che le potestà attribuite e attribuibili alle Regioni trovano un limite invalicabile nel principio di unità e indivisibilità della Repubblica (art. 5 della Costituzione) i cui Organi, mai come ora, devono – tra l’altro – contemperare il difficile compito di contribuire al rilancio del processo di integrazione sovrannazionale degli Stati che compongono l’Unione Europea, con il delicato momento in cui si registrano forti istanze indipendentiste internazionali e nazionali e  distinte istanze per le autonomie regionali, che, a ben vedere, potrebbero rappresentare le due facce della stessa medaglia».
    Allora a chi fa bene un’Italia differente?

«A tal punto non può che esserci una sola risposta: l’attuazione dell’egoismo differenziato e/o secessione dei ricchi farebbe bene solo alle Regioni forti le quali, nel tentativo di trattenere quanti più soldi possibile, con poco riguardo per il resto del Paese, produrrebbe l’effetto della disarticolazione dell’ordinamento nazionale e la spaccatura del Paese, con effetti anche nel processo di integrazione europea ancora in corso».

Qui sopra, la nuova presidente della Regione Calabria, Jole Santelli. In alto, grafico elettorale dell'Emilia Romagna
Qui sopra, la nuova presidente della Regione Calabria, Jole Santelli. In alto, grafico elettorale dell’Emilia Romagna

Le recenti elezioni regionali in Calabria ed Emilia Romagna “consegnano”, tra le altre cose, due modi di governare i territori. Il presidente del centro sinistra in Emilia Romagna, Stefano Bonaccini (PD), appena rieletto subito rilancia l’autonomia differenziata, mentre la Governatrice della Calabria, Jole Santelli (FI) da questo punto di vista non batte ciglio.   
In questa fotografia il Nord tira dritto per la sua strada ed il Sud fa finta di niente. Come si fa a recuperare terreno?
«Sul primo inciso della domanda potrei dire semplicemente che la vita è bella perché è varia ma sappiamo tutti che l’argomento è assai complesso e dico subito che non mi sorprende che due diverse Regioni possano adottare due diversi modi di governare i territori, perché diverse possono essere le composizioni demografiche, sociali, morfologiche ed economiche presenti nei territori, diversi i programmi che possono fortemente essere condizionati dalle risorse disponibili, e diverse le modalità attraverso le quali si intende raggiungere gli obiettivi. In sintesi, il contesto territoriale può fortemente incidere sulle possibilità e modalità in cui si esercita il governo del territorio, all’interno del quale – a volte – è difficile vivere e amministrare.
Una sola componente deve costituire un elemento essenziale di tutti i soggetti cui sono affidate le funzioni pubbliche: il dovere di adempierle con disciplina e onore (art. 54 della Costituzione).
Inoltre, la reazione delle popolazioni calabrese ed emiliana, nella stessa tornata elettorale, pur vivendo le stesse condizioni generali del Paese e pur subendo – in contemporanea – le stesse generali percussioni mediatiche, salvo le dirette sonorità e visioni provenienti dai propri territori, hanno reagito diversamente dando luogo a risultati contrapposti.
È noto che per l’Emilia-Romagna, i sondaggi relativi alla tornata elettorale – che ha assunto valenza mediatica nazionale fino a paventare addirittura la caduta del Governo Nazionale – pur con i loro limiti, prevedevano la vittoria della destra. Invece, come noto, l’esito finale del voto ha confermato Bonaccini alla guida della Regione».
Quali le ragioni che hanno risvegliato gli elettori votanti che hanno raggiunto la percentuale del 68% c.a. contro il 38 % c.a. della precedente tornata elettorale?
«Sicuramente la storia che da sempre ha caratterizzato L’Emilia-Romagna, l’apprezzamento del candidato, riscontrabile anche attraverso l’esito del voto disgiunto, ma anche il forte c.d. effetto “Sardine” – sperando che resistano – e l’aggiunta, diciamo così, delle esuberanze salviniane.
La tornata elettorale riguardante, invece, la mia Regione Calabria, una tra le terre dimenticate, anch’essa già a guida riformista, pur confermando sostanzialmente la precedente percentuale dei votanti, ha ribaltato l’esito ed ha fatto vincere la destra.
Non si può non rilevare che l’amministrazione uscente guidata da Mario Oliverio ha fatto registrare molti e noti problemi, ai quali si sono anche aggiunte le ulteriori polemiche fino a pochi giorni dalla presentazione delle liste allorché si è riusciti – purtroppo con molto ritardo – a far sintesi sul nome del nuovo candidato riformista, nel quale, in molti hanno creduto e ancora credono, malgrado il risultato.
Costoro sognano e pensano alla liberazione dei loro territori dalle storiche e note problematiche di mancanza di legalità, non che altrove non ce ne siano, che molto hanno inciso e continuano a incidere sulla stancante condizione della Regione.
Per una popolazione ormai assuefatta a qualsiasi cosa, si dirà: nel Mezzogiorno l’elettorato è sempre in movimento! Vedremo la prossima volta. E intanto si continua a sperare che passi la nottata, l’altra ancora e così di seguito.
Tale è il refrain che stancamente si ripete. E poi cambierà di nuovo. E pur nuove note sono state aggiunte allo spartito della politica e sono state eseguite da giovani che hanno riempito le piazze: ma sono state ascoltate da orecchie stanche di sentire la falsa e storica retorica. Tanto, alla fine, vincono sempre i vecchi musicanti.
Ti assicuro che percepire tale sentire da parte della mia gente mi crea angoscia.
Mi domandi come mai Il presidente del centro sinistra in Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini appena rieletto subito rilancia l’autonomia differenziata?
Ti rispondo in maniera sintetica: secondo me, Bonaccini, “Governatore rosso”, vuol fare anche il  “Governatore Leghista rossastro”. Tanto è vero che ha sottoscritto il preliminare-colpo di mano del 28.2.2018 con il Governo Gentiloni ed è anche vero che Bonaccini avrebbe voluto chiudere l’accordo definitivo per l’egoismo differenziato e/o secessione dei ricchi ancor prima delle elezioni regionali 2020. Vedremo quali proposte elaborerà l’attuale Governo con il ministro Boccia che si sta occupando dell’autonomia differenziata e quale potrà essere l’esito parlamentare di questa dibattuta vicenda».
Cosa fare per il futuro?
«Pensare a cose già scritte ma ancora inattuate. Mi riferisco alla possibilità prevista dalla riforma Costituzionale, al titolo V, che ha attribuito alle Regioni significativi poteri di programmazione e indirizzo, alla necessità di realizzare una coerente riforma delle Regioni che, allo stato, si propongono invece, e ancora, come enti centralistici che hanno in prevalenza mantenuto una impostazione di gestione anche dopo la riforma costituzionale del 2001.
Occorrerebbe cioè ridefinire rectius: definire finalmente il ruolo delle Regioni attraverso una sostanziale riduzione delle funzioni amministrative da esse – al momento – impropriamente esercitate e attribuirle agli Enti locali (per i quali, a loro volta, non sono state ancora definite le loro funzioni fondamentali) e con i quali adottare forme di leale collaborazione quale condizione necessaria per la creazione di une gestione democratica ed efficiente del territorio.
L’alleggerimento delle funzioni amministrative consentirebbe così alle Regioni di svolgere le proprie funzioni di organizzazione, indirizzo, programmazione, coordinamento e verifiche sull’attuazione delle funzioni delegate, e acquisendo così il ruolo di ente di governo di un determinato territorio.
È altresì estremamente importante che:
i partiti abbiano una visione unitaria sul sistema di deleghe tra Stato – Regioni – Enti locali che sia però autonoma rispetto al contesto territoriale di riferimento. Non è comprensibile che il PD in Emilia Romagna chieda per il tramite del Governatore l’autonomia differenziata e contestualmente lo stesso PD, a Napoli, attivi un tavolo tematico di discussione sul federalismo affidandolo al giornalista Marco Esposito, di cui condivido l’impostazione sul tema, con un orientamento ben delineato e presente nel suo libro “Zero al Sud”;
i parlamentari, le altre Regioni, in particolare, quelle del Mezzogiorno, partecipino in modo compatto e omogeneo ai previsti lavori delle Commissioni e tavoli di confronto che si occupano della Autonomia Differenziata, troppe volte disertati, salvo poi fare inutili dichiarazioni a mezzo stampa replicando così il tanto criticato “metodo salviniano” di non partecipare ai lavori del Parlamento Europeo su altre tematiche (immigrazione) e denunciarne poi l’incapacità decisionale di cui lui stesso è artefice.
Si tratta, quindi, di recuperare il senso delle Istituzioni, dei luoghi in cui fare politica, e di decidere dove si vuole portare il Sistema Paese in modo concreto, unitario, condiviso e non opportunistico.
Un’ultima considerazione: bisognerebbe rivedere la situazione delle Regioni a Statuto speciale, anche se questo comporterebbe una riforma Costituzionale».
©Riproduzione riservata