Poesia, all’improvviso. Ma prima ti ha individuato e ripescato all’amo, una signora della tua età, che ti riagguanta e ti si avvinghia e ti si offre, delicatamente variopinta, più che illustrata, coniata, a foglie, fiori e abat-jour (la luce blu è individuabile, non l’abat jour), insomma è possibile ritrovarsi impigliata tra foglie di campi e di giardini, sotto un sole che, essendogli riconosciuta la “doratura” che gli compete e che da lui è offerta, merita l’aggettivo dorato e anche maestoso.

Ecco Le farfalle di Anacapri, la raccolta di versi scritta da Anna Maria Vivo Gatta. Qui il problema di eseguire sui versi una qualsiasi analisi, logica o illogica che sia, diventa grave però l’autrice non appena, come si suol dire, si “trova nello stretto” si fa audace e via coi cianci al sole, che sale in un trionfo di luce, improvvisa una specie di oroscopo– segnale orario e, nell’amalgama caramellato che ne vien fuori, è riconosciuto erede legittimo di suo padre noto anche come Signore e, infine, come Creatore di lui, di colui, di esso, in una parola, del sole…
Ce ne vuole di fantasia, e soprattutto di convinzione di quanto si va dicendo, in casi come questo. Non mancano diverse sfumature. Il sole passa dal pallido al dorato, in contemporanea – o quasi – a argentato e può offrire una sorta di miscellanea dalla quale nessun colore è escluso, nemmeno i non-colori, e non solo gli spetta l’azzurro per quanto anche quello tenuo tenuo, se continuo a sfogliarlo finisco per rileggerlo, ma ciò non è nelle mie intenzioni.
Anna Maria Vivo, poi anche Gatta, anacaprese come me, ma vissuta più là che altrove, (Napoli e Manfredonia) ha passato molto tempo con me ad Anacapri in estate, anzi io con lei perché ero io ospite dai miei zii anacapresi, e stavamo sempre insieme.
Delicata e dolce fin dalla prima infanzia, autonoma e intelligente, la libertà era la sua arma e con me uscivamo continuamente in cerca di sempre nuove esperienze tra le quali primeggiavano le visite ad Axel Munthe, ma lei non se lo ricorda, quanto alle sue poesie che dire: esse Sono Anacapri, e lei è così.
Dotata di una sensibilità infinita che, in un’isola come l’Anacapri del tempo e l’isola del tempo dei tempi, non era di fecile approccio… o lo era troppo. Anna Maria Vivo, con la sua grande cultura, credo abbia saputo impugnare l’arma più adatta ad affrontarne le insidie… ma questa asserzione, da me, non la accetterebbe mai.
Accontentiamola, dunque, cominciando dalla dedica intestata a me che le avevo letto la famosissima frase sul come sia bella Giovinezza (ma poi Lorenzo, uomo di buon palato, avendola assaggiata meglio, la vita, se ne era mostrato alquanto in dubbio) e quindi autorinnegata dall’autore, ma non dalle fedeli lettrici tra le quali spiccava per fedeltà Anna Maria, ma questo à solo per tentare di definire la mia amica, ma non ci riesco se non rifacendomi al suo senso della vita.
La vita era solo a volte da lei vista così, a suon di poesie e di colori, di fiori divenuti in un’allegoria nota a lei sola, ma anche affrontata da lei con coraggio e le sue ombre, talvolta, sono state messe in fuga da una sorta di gara dove aveva sempre buon esito un ottimismo quasi inesplicabile, un ottimismo dalle componenti quasi misteriose, certamente da dimostrare come esistenti, come reali.
Non solo sole e fiori sono protagonisti del libro di Anna Maria, ma un fitto e sensoso nonché tendenzioso orientamento ottimistico dovuto, forse, anche all’atteggiamento famigliare di figli, nipoti e pronipoti che, armati delle più avanzate armi di propaganda di roba propria e altrui, le hanno messo a disposizione tutto il possibile per dare veramente, e con amore, le ali ai suoi versi e alle sue strofe, alla sua prosa e alle sue rime, sparse o meno, legando di un rinnovato spirito i nostri ricordi e i nostri pensieri, facendomi riconoscere la mia quasi totale incapacità di raggiungere il livello del suo ottimismo.
Come intitolare questo nuovo canto, inno, diario o quello che deciderà che, pur riportando, in definitiva, esclusivamente quel che ha deciso di scrivere lei? La cosa migliore da fare penso sia di attenermi a quanto lei ha voluto esprimere, anche se non credo di averne la capacità e allora, quanto di meglio possa fare, è quella di riportarne, nella misura e maniera più idonei, i contenuti.
Ma riportarne i contenuti è a sua volta come riportare una musica, e non serve a niente tentare spiegazioni. Sapranno i protagonisti dei diversi eventi che si avvicendano tra rime e ritmi a dichiararsi per quello che sono e a noi, fedelmente fedeli a quanto ci viene somministrato, comporne il fascio di fiori e foglie che, forse, ahimè, ci farà compagnia tutto l’anno.
In queste mie letture inaspettate, ma non inopinate, per carità, è l’autrice che sembra, tra le due, amare di più la lettrice, ossia la vittima innanzi tutto di sé stessa, perché legge per amore e devozione quanto l’amica cara a sua volta devota scrive fondamentalmente per sé stessa e per il prossimo suo, anche se non lo dà da vedere.
Adesso la critica malpensante e miscredente sono io, o meglio, “sembro io”, ma giuro di non esserlo: lo giuro, senza spergiuro, di non esserlo…Che altro dire….o che cosa fare? Far conoscere, diffondere questo momento di felicità della vita che, chi sa come, Anna Maria è riuscita a strappare , all’ovvio, ma anche alla tristezza, alle amarezze, per lasciar lietamente frondosa quella che, e chiediamo scusa, ci permettiamo di chiamare serenità, con qualche vena robusta di coraggio.
Foto di Pete Linforth da Pixabay

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