La strage del bar Sayonara di Ponticelli, così viene ricordata la sparatoria della sera dell’11 novembre del 1989. Stamane, dopo 32 anni, e così dal 2010, il ricordo a Piazzetta Egizio Sandomenico, a dieci passi dall’accaduto. Tra i massacrati, bersagli della malavita, anche tanti innocenti sul posto unicamente per caso.
Un territorio al centro di bande criminali, che registrò oltre 200 morti di camorra nello stesso anno, il sentimento di paura che padroneggiava nella testa della gente del quartiere, che vedeva scorrere sotto i propri occhi il sangue al posto delle fabbriche, i proiettili piuttosto che una libera e civile convivenza. Famiglie delle vittime lacerate e istituzioni stordite da tanto fuoco.
Il ricordo di stamane segna un punto fondamentale: trasmettere la memoria alle giovani generazioni che nel 1989 non erano nemmeno nate. Ed è questo che si è visto.
Una memoria che reagisce, che guarda avanti, che ha voglia di pensare a un’altra periferia possibile e che il proprio destino non è tragicamente segnato per sempre.
Al ritornello stonato di chi deve rappresentare una comunità di donne e uomini si contrappone un quartiere che ancora si vede chiuse in faccia strutture sportive e culturali, i primi antidoti per combattere proprio quella delinquenza che viene evocata in piazza. A corredo, verde negato e strade insicure.
Un familiare di una delle vittime innocenti mi confida che è stanco di questo ricordo, diventato costruito, liturgico, estenuante. Tuttavia in questo particolare giorno dell’anno l’asticella della vivibilità va spostata avanti, e questo, in parte, sta succedendo.
Proviamo ad ascoltare chi il quartiere lo vive e lo percorre ogni giorno, il pensionato e la massaia, quei pochi operai e tanta gioventù in cerca di fortuna.
A onorare la manifestazione vi erano anche le donne e gli uomini della Whirlpool, appena raggiunti da lettere di licenziamento. Uno dei pochi presìdi di lavoro attivi, assieme all’Ansaldo, che sta volando via, che sta lasciando un ulteriore vuoto esistenziale e di sopravvivenza in questi territori, vittime anche di macerie sociali.

Lavoratrici della Whirlpool durante la commemorazione. In copertina,
la targa che ricorda le vittime innocenti


La rappresentante che è intervenuta al momento commemorativo di quei morti innocenti, ma anche volto alla speranza di un futuro che apra alla vita, ha ribadito un concetto semplice quanto rivoluzionario. Chiudere uno stabilimento che rappresenta innanzitutto la storia di quel luogo, significa chiudere un intero territorio. Il lavoro è l’oggi e il domani del vivere. Allora non facciamoci chiudere, apriamo e apriamoci.
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