Questa mattina mi hanno telefonato all’alba; una voce che non ho riconosciuto mi ha detto “Nenè è morta”. Ero ancora assonnato; sono rimasto in silenzio forse troppo tempo perché l’anonima voce avrà pensato di aver sbagliato numero. “Scusi” mi ha detto ed ha interrotto la comunicazione.
Ho impiegato ancora qualche minuto per rendermi conto della notizia. Ma Nenè è già morta; è stata la mia prima considerazione che ho fatto dopo qualche istante di perplessità; ora potrei ricavare il numero e richiamare ma ho le idee confuse; penso che, semmai più tardi, chiamerò qualche parente per chiedere, con discrezione, se la notizia risponde a verità.
Al telefono di mia sorella una voce metallica ripete che la signora è in viaggio per le sue tournée pianistiche. Non è il caso di lasciare messaggi.
Erano anni che, in famiglia, non sentivo più parlare di Nenè, la bella francese insegnante di pianoforte; forse tutti pensavamo che fosse morta già da qualche tempo. Da quando aveva seguito la sorella in Francia, i contatti si erano diradati; per qualche anno gli auguri a Natale e Pasqua e poi nemmeno quelli.
Nenè, ripeto a me stesso; durante la giornata mi trovo molto spesso a ripetere il suo nome, una persona che è stata molto presente nella mia infanzia.
Insegnava a mia sorella che, volentieri, avrebbe preferito stare con me in giardino; ma doveva ubbidire alla nonna che riteneva necessario per una signorina di buona famiglia, come lei definiva, non so con quanta convinzione, la nostra compagine familiare, saper suonare.
Interi pomeriggi, mentre io davo la caccia alle lucertole, la poverina spingeva le sue piccole dita sui tasti; a me sembrava sempre la stessa lagna interrotta dalla voce alterata di Nenè accompagnata da un finale “cherì” nel tentativo, forse, di limitare il suo disappunto. “Ricordati di esercitarti sulle scale”, diceva prima di andar via; così appresi le mie prime rudimentali  nozioni musicali; quella nenia continua che, ogni pomeriggio, faceva da colonna sonora alle mie ore in giardino, si chiamava “scale”.
Da adulto molte ragazze si rifiutavano di ballare con me perché non riuscivo a seguire la musica; “non hai orecchio”, mi dicevano.
“Mi dispiace, è colpa di Nenè” ribattevo ridendo; ma mi sono sempre rifiutato di aggiungere altro e, in famiglia, ma anche fra gli amici, “mi dispiace, è colpa di Nenè” rimase la conclusione di ogni litigio quando qualcuno non intendeva dare altre spiegazioni.
In famiglia la nonna ricopriva un ruolo fondamentale soprattutto per l’educazione mia e di mia sorella. Lei decideva chi frequentare, quali libri leggere; insomma a lei i miei genitori avevano, tacitamente, affidato il compito di sorvegliare che tutto funzionasse secondo regole che lei aveva stabilito.
Anche come si stava seduti a tavola o come ci si dovesse comportare in casa veniva controllato da lei; non si doveva correre, se non per necessità, non si doveva gridare, non si doveva rispondere al telefono mentre si mangiava; anche il nostro impegno scolastico era seguito dalla nonna secondo una organizzazione che non ammetteva deroghe. Da adulto ho capito che questa sua presenza, a volte così ingombrante, era accettata dai miei genitori in quanto sollevava loro da compiti genitoriali dei quali, sono sicuro, non erano convinti.
Mio padre, architetto, poteva seguire i lavori in cantieri anche molto lontani mentre mia madre poteva frequentare i salotti letterari, le canaste di beneficenza e le lezioni di catechismo argomento del quale non abbiamo mai capito la sua reale competenza.
I pomeriggi estivi scorrevano più lentamente; liberi da obblighi scolastici le nostre giornate venivano, naturalmente, organizzate da mia nonna. Di sport manco a parlarne: il tennis era troppo snob ed il calcio troppo volgare così come ci era proibito frequentare palestre nelle quali si sudava mentre per un giovane corpo, così diceva mia nonna, occorre stare all’aperto e respirare aria pura.
E questo limitava di molto le possibilità dei nostri pomeriggi estivi. Del poco convinto studio al piano, di mia sorella, ho già detto, quanto a me uno scandalo scoppiato fra gli iscritti mi salvò dalla partecipazione ad un gruppo di sportivi con tendenza, ho capito poi, paramilitari. Perché mia nonna lo avesse scelto, lei che aveva subito angherie nella Spagna di Franco -sì, era di origine spagnola- è rimasto un mistero. Le sue risposte evasive alle mie domande da adulto, mi confermarono che ci doveva essere un lato oscuro della sua vita privata.
Mia sorella sospettò che, in tutta la faccenda, ci fosse una inconfessata simpatia, da parte di mia nonna, per il capitano della squadra. Lei non dette mai alcuna spiegazione dell’episodio ed io, per la prima volta quell’estate, assaporai che cosa vuol dire libertà; trascorrere la propria giornata senza dipendere da una marcia forzata di compiti decisa da altri. Il ricordo dei miei pomeriggi quando, sdraiato in giardino all’ombra del folto glicine, sfogliavo il mio fumetto preferito, Pecos Bill, appartiene alla mia formazione.
L’abitudine ed il piacere di isolarmi, per giornate intere, nella lettura comincia in quel periodo; passare a testi più impegnativi, come le avventure di Mark Twain, fu un processo di crescita naturale. E soprattutto una mia decisione, una mia scelta senza l’ingerenza della nonna la quale, però, capì e mi lasciò libero di organizzare le mie giornate. La cosa, purtroppo, rese ancora più penosi i pomeriggi di mia sorella sulla cui vita incombeva, con maggiore frequenza, anche Nenè con la sua severità nell’ascolto delle “sacale”.
Mia sorella, infatti, era diventata l’unica persona di famiglia sulla quale mia nonna ancora riusciva ad esercitare un suo personale criterio di vita o, di sopravvivenza, come a volte sentivo ripetere a mia madre, sempre a bassa voce. Anche la ragazza che, ogni giorno veniva in casa e restava quattro ore per servizi che svolgeva sotto la stretta sorveglianza, inutile dirlo, di mia nonna, aveva imparato a disinnescare ogni pretesa eccessiva di rigore e di precisione che la nonna non le risparmiava. Ad ogni rimprovero sorrideva convincendo, mia nonna, di una sua scarsa capacità di intendere; ma se qualche altro componente della famiglia era presente, la ragazza gli faceva l’occhiolino coinvolgendolo nella sua tacita manovra.
“Sin vergüenza” sentivo la nonna quando, in cucina, le rivolgeva un rimprovero. Era la stessa espressione spagnola con la quale si rivolgeva a noi anche se con un tono più dolce. In fondo ci adorava e la sola idea di doverci sgridare la lasciava senza risorse per cui, in questi casi, eravamo sicuri che, a tavola, avremmo trovato le frittelle di cui, lei sapeva, eravamo ghiotti.
Che fosse successo qualcosa di grave lo capimmo una mattina quando la nonna, con voce mai così stridula, girava la casa urlando “Sin vergüenza”, “Sin vergüenza”. Assonnati andammo in cucina dove trovammo mia madre seduta con la ragazza che le teneva un panno bagnato sulla fronte. Dunque il bersaglio delle invettive non era la ragazza.
Chiedemmo di papà ma fummo fulminati dalla nonna “quello è meglio che non si fa vedere”. Dalle parole che si scambiarono nonna e mamma, la prima urlando e mamma quasi biascicando, si capiva poco; si distinguevano solo le espressioni: tuo marito e Nené. Che rapporto ci fosse lo capii nel pomeriggio quando mia sorella si sedette al piano. “smettila” le urlò mia nonna prima di chiudersi nella sua camera.
Per qualche giorno, in casa, nessuno parlava, in un’atmosfera quasi funerea molte cose cambiarono. Mia madre si sedeva a tavola con noi solo per il minimo tempo necessario per poi ritirarsi; la nonna, intanto, aveva ritrovato la sua autorità; proibì a tutti di rispondere al telefono mentre mia sorella, per quelle reazioni difficili da spiegare o perché il suo pomeriggio le era diventato troppo vuoto, pretese di riprendere a suonare ma non chiese, con un intuito tutto femminile, perché Nenè non fosse più venuta.
Una settimana dopo la mamma disse che si recava presso una parente che aveva bisogno di aiuto. Rientrò dopo qualche giorno con papà. La cameriera, quando era sola con noi, in cucina, ci disse “hanno fatto pace” senza, però, aggiungere alcuna spiegazione. Mia nonna non gli rivolse la parola, mia madre diradò le sue canaste e i suoi salotti letterari mentre mia sorella decise di iscriversi al Conservatorio diventando poi un’ottima pianista.
Negli anni l’episodio era stato, più che dimenticato, rimosso come spesso avveniva nelle famiglie “per bene” per ripetere la locuzione usata sempre dalla nonna  la quale, se qualche volta pure capitava un accenno, bloccava ogni discorso con la sua frase “Sin vergüenza”; mio padre aggiungeva “l’uomo è cacciatore” fulminato dallo sguardo della nonna mentre mia madre, sospirando, aggiungeva “Ha rubato tutte le mie gioie”. Negli strampalati discorsi di tutti quelle di mia madre erano, a pensarci bene, le parole più adatte poiché in una famiglia borghese un tradimento veniva vissuto come una perdita dell’onore, del buon nome e di quanto più prezioso, appunto, ci fosse.
Forse proprio per non ammettere la propria sconfitta come donna, fu mia madre stessa, dopo qualche tempo, a riprendere i contatti con la bella maestra di piano fra l’indignazione della nonna e i sorrisetti di mio padre. Per mia sorella, ormai diplomata, restò il ricordo dei pomeriggi con le interminabili “scale” mentre per me rimase sempre la bella Nenè.
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L’AUTORE
Ecco un altro racconto di Francesco Divenuto ispirato alla vita, dal titolo “Nenè”. Un’infatuazione proibita narrata con la leggerezza di un ricordo d’infanzia.
Già professore ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II, Divenuto è autore di saggi, racconti e pubblicazioni collettive.

Foto da Pixabay

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