Ecco un nuovo racconto di Francesco Divenuto intitolato “Un medico” che s’ispira alla nostra realtà ormai disumanizzata, in cui molti specialisti mancano assolutamente di empatia nei confronti dei pazienti.

Dal balcone non completamente aperto,
con la luce del primo pomeriggio, entra il leggero brusio della strada. Mentre il dottore comincia a scrivere, dall’altra parte della scrivania, il paziente si guarda le mani che ha poggiato, affiancate, sulle gambe; è un gesto che compie, in maniera involontaria, ogniqualvolta vive una situazione di disagio come in questo momento.
La visita, piuttosto accurata, è terminata; il dottore, un famoso primario al quale è stato raccomandato, ha analizzato il suo ricco dossier di indagini cliniche ed altri referti, soffermandosi su ogni documento senza esprimere particolare apprensione. Per la verità non ha pronunciato  nemmeno parole di incoraggiamento e questo ha aumentato il disagio del paziente.
Nella stanza, tappezzata con un vecchio parato, tutte le pareti sono occupate da attestati di laurea, diplomi, specializzazioni e benemerenze varie; almeno all’uomo così sembra.
Brutte croste, con pretese artistiche, completano l’arredamento della stanza che emana un odore di vecchiume.  Quello che attira, però, la sua attenzione è un orologio a pendolo che con il suo ticchettio è l’unico, monotono rumore della stanza.
Un oggetto piuttosto antiquato al quale, pensa, è affidato il compito di contare le parole del paziente o, più probabilmente, misurare il tempo che il dottore gli dedica per poter poi calcolare il suo onorario. L’uomo sorride a quest’ultima considerazione ed aspetta paziente che il medico gli rivolga la parola. Cercare il lato farsesco, anche se non improbabile, della situazione lo aiuta a superare quel senso di inadeguatezza, di disagio che prova.
–  Le leggo il referto con la diagnosi e la terapia che ho compilato.
La voce del dottore interrompe i suoi pensieri.
– Oggi… ho visitato il signor… avendo acquisito la documentazione… con indagini…
Il suono della voce, altalenante, in alcuni momenti sprofonda in un indistinto mormorio gutturale; alle orecchie dell’uomo giunge un mare di parole incomprensibili, sconnesse fra le quali, a tratti, galleggiano i termini…panico…ansia…episodi…; troppo poco, evidentemente, per ritrovare e seguire un filo logico del discorso.
Poco dopo il dottore porge i due fogli al paziente.
– Ecco qui trova tutto quanto le ho prescritto; mi raccomando la puntualità nell’assumere le medicine; lo so può sembrare complicato, all’inizio le conviene segnare gli orari, ma dopo vedrà che diventerà tutto molto semplice. Bene, ci risentiamo fra un mese e vediamo che cosa è successo.
– Scusi dottore ma che cosa dovrebbe succedere, io…
– Questo me lo dirà lei stesso quando ci vedremo la prossima volta e così stabilirò come proseguire la terapia.
L’uomo rigira fra le mani i fogli senza aggiungere nulla; ma la sua espressione denunzia una certa incertezza, forse un dubbio che il dottore coglie.
– C’è qualcosa che non le è chiaro? Mi chieda pure.
– Mi scusi, lei ha ragione ma io, vede, non so come spiegarle la mia perplessità.
– In che senso?
– Vedo che mi ha segnato molti medicinali sulla cui efficacia lei stesso mi ha detto che fra qualche tempo valuteremo il risultato. E questo mi fa capire che, nonostante tutte le indagini fatte, i miei malesseri sono ancora poco chiari per cui il probabile rimedio appartiene, diciamo, ancora ad una fase sperimentale. Del resto lei ha potuto esaminare solo quello che gli accertamenti clinici hanno rilevato…
– Certo – lo interrompe il medico- ho visto che sono indagini molto accurate… ma scusi mi dica: lei è un medico?
– No, no… ma sono una persona. Non mi giudichi impertinente, dottore, ma lei si è, giustamente, fidato dei risultati delle ricerche che un laboratorio ha svolto sul mio corpo. Risultati che non discuto, del resto non ne avrei la competenza, ma vede io non sono soltanto un insieme di cellule e di organi in relazione fra loro. Nel suo referto, da quanto ho sentito, ha elencato molti termini che, sono sicuro, spiegano il mio stato di salute fisico; ma non ho sentito parole come disagio, malinconia, solitudine, parole che hanno attinenza con il nostro animo. Ho notato che lei ha esaminato con molta cura, lo ammetto, il dossier che le ho portato; ho visto che più volte, leggendo, ha alzato gli occhi dal foglio guardandomi; ma non mi ha chiesto niente. Lei di me, di me come individuo intendo, non conosce nulla e nulla le è interessato; non mi ha chiesto, ad esempio, che lavoro ho svolto, con chi vivo, se continuo ad avere una famiglia, se c’è qualcuno che si prende cura di me. Insomma della mia vita non sa nulla e, se capisco bene, nulla vuole sapere. Si è interessato solo dello stato in cui si trova il mio corpo, un oggetto da analizzare e, possibilmente, da sanare. Non mi ha chiesto, ad esempio, se vivo sereno, se sogno; sa, alla mia età avere un’attività onirica è importante, potrebbe rivelarle molto di più delle analisi cliniche svolte. Certo capisco, lei è un neurologo, e la specializzazione, immagino, esclude, come dire, ogni interferenza con altre discipline.
– Ma, aspetti – il dottore, visibilmente infastidito, interrompe l’uomo- Io credo che lei abbia piuttosto bisogno di uno psicologo.
– Capisco; lei, in altre parole, crede che io sia pazzo o quanto meno un dissociato, uno non troppo equilibrato, dica pure.
– No, per carità, non dico questo ma penso che lei abbia molte domande da fare, diciamo pure molti nodi da scogliere ed io non penso di essere la persona giusta. Posso, se vuole, suggerirle il nome di qualche bravo collega…
– Già…
L’uomo sorride sottovoce…
– La medicina a cassetti; si chiude uno e se ne apre un altro; senza alcuna possibilità di rapporto fra le diverse discipline che, soltanto collaborando, possono, io credo, affrontare il problema.
Sì, io penso che un dottore, a prescindere dalla sua specializzazione, dovrebbe guardare anche oltre il suo ambito disciplinare, cercare quel sottile filo che unisce ogni aspetto, non soltanto fisico, che determina la personalità del paziente. Mi scusi se glielo dico ma quando sono entrato ho notato che lei è rimasto seduto e non mi ha dato la mano, un dettaglio, certo; e invece io credo che quel semplice gesto debba essere il primo punto di contatto, un gesto che crea fiducia, se non proprio empatia, fra il dottore ed il paziente. Come le ho già detto, sa i vecchi si ripetono, sono una persona viva con ancora una sua capacità di pensare, una sua sensibilità e, non rida pensando alla mia età, con i suoi desideri; sì, ho detto desideri perché, ma certo questo lei lo capisce bene, non è necessario esaudire i propri desideri, ossia avere risposte del proprio corpo alle fantasie che continuano a navigare nel nostro cervello a volte senza la nostra volontà; ma quello che invece ritengo vitale, perché una vita possa essere degna di essere definita tale, è averli i desideri così come i ricordi; quando non si hanno più né gli uni né gli altri allora un uomo è soltanto “dead man walking”, già “uomo morto che cammina” ricorda? Il bel film di Tim Robbins con Sean Penn e Susan Sarandon.
– Ma, che stupido, mi  scusi, vedo che la sto annoiando. Sono imperdonabile. A volte, noi anziani crediamo di avere il diritto di richiamare tutta l’attenzione sulla nostra persona. Vogliamo essere al centro dell’interesse, oltre che della considerazione, di chi ci ascolta.
L’uomo si accorge che il dottore lo segue con un misto di perplessità e noia.
– Mi scusi ancora. Le ho rubato molto tempo; ora vado via; ho visto che ha molti pazienti che aspettano. Non si preoccupi, resti pure seduto. Pagherò alla segretaria. Arrivederci.
L’uomo esce seguito dallo sguardo del dottore, forse sconcertato, ma sicuramente infastidito.
Sulla strada si ferma appoggiandosi alla palina della fermata dei mezzi cittadini; aspetta che il cuore recuperi il suo battito normale abbandonando quel senso di rabbia, di incapacità di saper dominare la sgradevole situazione che ha appena vissuto. Alza la mano richiamando l’attenzione di un taxi ma quando la macchina si ferma fa segno di andar via mormorando parole di scusa.
L’aria calda del pomeriggio anticipa una serata piacevole, quelle che invitano a restare, ancora a lungo, fuori casa.
Attraversata la strada s’inoltra nel giardino pubblico ancora piena di ragazzini.
Giunto sul lungomare, guarda le barche e le poche persone che ancora sostano sulla spiaggia. Non vuole rientrare; ora un senso di tranquillità è subentrato ed è l’unico sentimento al quale vuole abbandonarsi. Scende sull’arenile e avanza fino alla scogliera costiera.
Si siede e toglie le scarpe lasciando che i pedi si bagnino. La città comincia ad accendere le sue luci; tutto l’arco del golfo è uno spettacolo; una scena che rimanda ad altri momenti della propria vita; ricordi che ritornano impetuosi ma senza creargli rimpianti.
– Mi scusi, posso prendere la palla?
– Oh! scusami tu, ero distratto, non mi ero accorto che si fosse fermata vicino alle mie gambe. Ecco  prendi; ma la palla resta nelle sue mani. Una bambina, bionda, aspetta lì ferma, davanti a lui, indecisa.
– Mi scusi, mia figlia le ha dato fastidio? Una giovane donna poco lontana gli ha rivolto la parola avvicinandosi.
– No, per carità, nessun fastidio. Guardavo gli occhi della sua bambina; sono veramente splendidi.
– Grazie.
– Come ti chiami?
– Lidia.
– È un nome molto bello, un nome importante lo sai?
– Sì, è il nome della mia nonna; però lei ora è morta.
– Ma sai i nonni continuano a vedere i nipotini e se questi sono bravi loro, dal cielo, accendono una stella per farsi riconoscere.
– Non ci credo; però mi piace, è una bella storia.
Oh! Lidia, non essere maleducata. Mi scusi.
– No, niente, signora, sua figlia ha ragione; però Lidia, vedi, le storie sono importanti, perché ci aiutano a sognare. Tu sei piccola e sono sicuro che le favole che mamma ti racconta sono le stesse che le ha raccontato la nonna quando era piccola come te. Ciao amore. Buona sera signora.
– Ciao signore; vieni anche domani?
– Può darsi, vedremo.
Le due donne si allontanano seguiti dallo sguardo dell’uomo.
L’umido della sera, così vicino al mare, suggerisce di allontanarsi.
Ora sorride pensando all’incontro con il dottore e se questi si lamenterà con il suo amico pazienza, pensa; lui è convinto di quanto ha detto; forse si poteva argomentare meglio, vabbè sarà per un’altra volta, ora c’è un’altra idea che gli sta girando nella mente; un pensiero in fondo semplice.
Nonostante l’età è ancora autonomo, capace di organizzare un viaggio; prendere un treno e raggiungere i suoi amati nipotini lontani gli sembra la migliore medicina.    
©Riproduzione riservata 
Foto di Herbert II Timtim da Pixabay 

L’AUTORE
Ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II di Napoli, Francesco Divenuto è autore, tra l’altro, di  numerosi saggi su riviste specializzate e di  due romanzi “Il capitello dell’imperatore. Capri: storie di luoghi, di persone e di cose” e “Vento di desideri “(edizioni scientifiche italiane). Tra gli ultimi libri realizzati, quelli a più voci dal titolo “Napoli: a bordo di una metro sulle tracce della città” coordinato con Guido D’Agostino e Antonio Piscitelli (edizioni scientifiche italiane 2019), La casa nel Parco. Un giorno tra il Museo e il Real Bosco di Capodimonte (AGE 2020) e Agorà, ombre e storia nelle piazze di Napoli (La Valle del Tempo, 2021) curati con Clorinda Irace e Mario Rovinello..
Tra i racconti, pubblicati sul nostro portale, “Variazioni Goldberg”, “Il bar di zio Peppe”, “Carmen e il professore”, “Il flacone verde (o Pietà per George)”, “Lido d’Amore”, “Frinire”, “Primo novembre”, “Due di noi”, “Il trio”, “Quattro camere e servizi”, “Mai di domenica”, “Cirù e Ritù”, “Una notte in corsia”, “Gennaro cerca lavoro (il peccato originale)”, “L’odio”, “Il vaso cinese”, e “Il nuovo parroco”, “L’eredità”, “Una caduta rovinosa”, “Cronaca nera”, “La cartellina rossa”. “L’ultima scelta”, “Un disco rotto”, “Sogno di un giorno di mezzo agosto”, “Il mare verde”.

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