Fino al 31 dicembre a Palazzo Reale di Napoli sarà possibile visitare l’installazione dell’artista Ryan Mendoza “Almost home”, ossia la casa dell’attivista afroamericana Rosa Parks montata nel cortile centrale, in bella vista già dall’ingresso che dà su Piazza Plebiscito. “You must never be fearful about what you are doing when its rights”.


Certo, Rosa Parks non poteva immaginare che la sua scelta di non cedere il posto in autobus a un uomo bianco avrebbe finalmente diffuso a macchia d’olio, negli Stati Uniti, la battaglia dei diritti civili del popolo di colore. Era il 1955. “Dicono sempre che non ho ceduto il posto perché ero stanca fisicamente. No. Non l’ho ceduto perché ero stanca di subire”.
E il progetto di Mendoza, promosso dalla Fondazione Morra Greco, ci permette di conoscere questa donna ben al di là del suo famoso atto di ribellione. Ci permette di entrare nel suo spazio privato.
La Parks aveva vissuto in tante altre case e per molto più tempo rispetto a questa, in cui ha dimorato per soli 2 anni. Ma furono 2 anni cruciali. Un modesto insieme di assi di legno che rinasce come icona con la sua padrona di casa, dopo aver rischiato la demolizione come le altre 80.000 dimore di Detroit.
Se cerchiamo la definizione della parola casa, viene fuori “abitazione costruita dall’uomo per abitarvi soli o in famiglia”. A cui possono idealmente seguire: rifugio, nido, spazio di condivisione, gabbia, trappola.
Nell’arco della nostra esistenza una casa può rappresentare tutte queste cose. Luoghi di passaggio o solidi punti di riferimento. Accoglienza o segregazione.
Nella storia dell’attivista gli spazi fisici hanno contato molto: la casa del nonno con il portico su cui attendere con ansia e paura di vedere sbucare qualcuno del Ku Klux Clan, la barberia del marito Raymond ritrovo della comunità nera, la casa del fratello condivisa con 13 nipoti, l’ufficio del membro del congresso afroamericano John Conyers, in cui lavorò come receptionist per 20 anni. E molti altri ancora.
Se oggi abbiamo la fortuna di vedere questa casa, lo dobbiamo anche alla nipote della Parks che contattò l’artista, peraltro non nuovo a questi progetti ( con “The white house” infatti riadattò la facciata di un’abitazione abbandonata di Detroit, ridipingendola di bianco, per esporla a Rotterdam) il quale accettò di prenderla con sè nel 2016 e rimontarla nel proprio giardino a Berlino.
Da allora, è stata esposta a Parigi e Providence per poi arrivare da noi grazie al legame che Mendoza ha con la Fondazione Morra, con cui ha collaborato nell’arco degli anni, almeno una quindicina, in cui ha risieduto qui.

Le foto della casa di Rosa Parks sono di Valentina Guerra


Un trasloco-viaggiante di paese in paese per dare continuità alla memoria storica di quei conflitti. Toccante l’affermazione di Ryan quando dice che sta ancora aspettando che l’America si accorga della casa di Rosa e che torni finalmente al suo posto, senza il pericolo di essere demolita.
Nasce dunque una riflessione che ognuno di noi può fare sui propri spazi e luoghi vissuti, in quelli in cui ci troviamo a vivere oggi o in cui ci troveremo a vivere in futuro.
Sui contesti e sulle nostre scelte non sempre fatte liberamente, su quanto di noi influenza ciò che “abitiamo” e viceversa, anche in senso più ampio : una città, un corpo, un ideale.
Il gesto di Mendoza di smontare per rimontare la casa altrove è un po’ come metafora del ricostruire ogni volta senza mai perdere di vista le proprie radici, quindi del preservarsi nonostante i cambiamenti intorno che sono costanti. Dell’ essere consapevoli che la prima casa da abitare siamo noi con il nostro guscio permanente che ci portiamo dietro, a volte leggero, a volte più pesante, pieno delle nostre idee, valori, contraddizioni, battaglie, rese. Nostro e soltanto nostro.
La mostra si inserisce nell’ambito del più ampio progetto “Global Forum for Education and Integration” dedicato all’educazione ed all’ integrazione sociale, con l’obiettivo di costituire un forum permanente a Napoli per il 2021. Qualcosa di necessario sicuramente, soprattutto adesso che alcuni recenti e tragici episodi di soprusi e razzismo hanno portato alla ribalta un problema mai sopito e troppo spesso sottovalutato (George Floyd e Willy Monteiro).

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