Anche la nona edizione è andata in porto, malgrado l’emergenza. La rassegna Teatro alla Deriva, si chiude alle Stufe di Nerone con lo spettacolo ‘E Cammerere, di Fabio di Gesto, liberamente ispirato a Le Serve di Jean Genet.
La rivisitazione napoletana di uno dei classici del novecento, segna la conclusione di una manifestazione arrivata in autunno inoltrato, dopo la pausa che ha coinvolto l’intero mondo dello spettacolo dal vivo.
Classe ’93, Di Gesto è uno dei drammaturghi più promettenti della scena napoletana. Il suo lavoro riscrive i classici europei, andando a pescarvi personaggi primi della tradizione partenopea, attraverso traslitterazioni, riletture, analogie.
Così le serve francesi diventano abitanti di vascio, dalla piccata capacità di esprimersi, manifestazione di linguaggi identici nel popolo di ogni latitudine e di ogni epoca storica. 

Qui sopra e in alto, “‘E Cammerere”, lo spettacolo che ha chiuso Teatro alla deriva


E Cammerere è uno spettacolo sul linguaggio. In primis, quella che Francesca Morgante e Maria Claudia Pesapane parlano sul palco, è una lingua che ripete intatta stereotipi e credenze, ritmica, ripetuta ma non ripetitiva, che fa sua la inalterata saggezza del volgo. Un napoletano non versatile che dona la circolarità di una filosofia popolare incapace di abbandonare un naturale senso di oppressione.
Il palco, una zattera posta nel mezzo della piscina circolare delle terme, rafforza questa dinamica. Se da un lato abbiamo il palco infinito, senza quinte, dall’altro, la dimensione ridotta e il senso di precarietà, immergono lo spettatore nella vicenda, forte sua evidente fisicità.
Le due protagoniste riempiono la scena, con un corpo non ritoccato, non enfatizzato nelle sue forme più attraenti e che fa sfoggio arrogate di una condizione sociale perfettamente ricostruita. 
Parlare di provocazione sarebbe facile. Il copione e la sua messa in atto parlano di eccesso, sia attraverso una lingua libera di andare ovunque, unico lusso della condizione sociale riproposta sul palco, sia con una  incontrollabile esposizione del corpo, che le due protagoniste sfruttano pienamente per la durata dell’intero spettacolo. 
La sguaiatezza sublime è  cavata fuori dallo spazio-tempo,  diventando quella delle cameriere napoletane, francesi, di ogni epoca, di ogni dove, pescate da un De Boulogne, da un Caravaggio, nella loro estetica bitorzoluta, sconvolgente nella forma in cui si è imparati a fare a meno di essa.  
Lo stravolgimento del bon ton mette abilmente in discussione la bellezza con lo sfoggio massivo di fisicità capaci di riportarci in contatto con un corpo che si è imparati a coprire e mortificare, così come fanno le due protagoniste indossando a turno gli abiti di una padrona che corrisponde a tutto quanto non possono comprendere e  non riescono a reprimere.
Abiti truci, in una lettura mortifera dell’eleganza, rivista da  una realtà abbrutita, capace di nutrirsi solo di quanto disponibile nell’immediato, nel prossimo. Non vi è possibilità di aprirsi al fuori, non si profila la via di scampo di una finestra sul mondo.
Le due protagoniste sono l’una per l’altra vittima e carnefice, in uno scambio di ruoli e di giochi di forza che gradualmente progredisce dalla fantasia alla più cupa, mortale pazzia.
Se il buon senso è l’affermazione che tutto ha una linearità, il paradosso è l’accettazione di dimensioni dissimili alla stesso momento, direbbe Deleuze.
E situazioni in contrasto, si inseguono senza sosta in un gioco al rialzo che lascia dubbi ad ogni livello del visibile.
Si è in dubbio sulla veridicità di tutto quanto si osserva, dei legami tra le protagoniste, persino della loro effettiva esistenza. Chi sono queste due cammarere? Chi servono? Sono amiche, sorelle, amanti? Hanno mai avuto una padrona? Esistono realmente?
Uno spettacolo che va verso il parossismo, chiudendosi di schianto, così come era cominciato.
Lo spettatore è trascinato nel vivo della scena da stoccate linguistiche che gli impediscono qualsiasi difesa, stravolgendo la sua capacità di dire se quanto visto duri da un’ora o da un minuto. La recitazione è ben tenuta, per tutto il tempo, con esplosioni emotive che rendono arduo discernere tra la parte recitata e una improvvisa isteria.
‘E Cammarere chiude energicamente  la rassegna ideata da Ernesto Colutta. La rilettura che Fabio Di Gesto dà dei classici europei, ha il pregio di mischiare fonti letterarie apparentemente distanti in modo efficace e colto.
Non si banalizza il valore dell’opera originale e la si unisce agevolmente a narrative nostrane di difficile espressione nel panorama teatrale attuale. 
Una rivalutazione della cultura partenopea, aperta alla provocazione e alla coscienza sociale, che incarna la necessità di approdare a nuove dimensioni dello spettacolo, e che fa ben sperare per il futuro del teatro napoletano. 
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