Sulla bandiera che sovrastava
“The Globe” era riportato il motto
Totus mundus agit histrionem”
 

Torna l’Orchestra di Piazza Vittorio con un’altra delle opere liriche la cui vita artistica non dà segni di stanchezza né tantomeno di assuefazione da parte del pubblico internazionale. Il personaggio tratteggiato con sapienti chiaroscuri da Tirso de Molina qualche secolo fa ha offerto materia d’analisi a psicologi, studiosi e filosofi, allettati dal bivacco offerto loro dalle infinite sfaccettature di una personalità da scandagliare, analizzare, magari giudicare e indulgentemente assolvere o condanna all’inferno, con la riserva che  l’ultima parola spetta a Dio.
Il nostro eroe intanto ha varcato secoli e confini logistici, linguistici e stilistici, conservando la sua aria scanzonata, forse si potrebbe definire  nonchalance, di grande conquistatore spinto dall’ inappagabile ansia di vivere un’eterna giovinezza dove l’amore, pur ingrediente di base, ha posto solo se accompagnato dalla leggerezza e dalla gioia. Eccolo dunque, il nostro Peter Pan varcar la finestra sul suo raggio di luna a cercar tra le stelle la fonte dell’eterna giovinezza alla quale gli altri non sono in grado di attingere.
E nel suo gioco di fiori, di picche e di cuori, e spesso anche di spade, il nostro personaggio  diventa a suo modo un eroe nazionale, di molte nazioni, s’intende, che invidiano alla supposta Siviglia natia questo splendido esemplare di giovin signore di tutti i tempi la cui statua troneggia in piazza inducendo alla tentazione, pardon ‘riflessione’ che, come lui vorrebbe possedere ogni donna, in ognuna della quale si nasconde quella stilla di gioia che alimenta la sua, così ogni donna vorrebbe posseder e lui: un’ambiguità che la corrispondenza amorosa può talvolta conciliare, ma solo se levitata dalla gioia.
Materia di un dramma giocoso, come a dire di un’opera buffa splendidamente diffusa nel mondo dall’opera di Da Ponte-Mozart, il Don Giovanni s’inserisce in quel tipo e in quel tempo del teatro che, uscendo dagli schemi che ne limitavano la comprensione alle classi più elevate e più colte, era reso intelligibile al popolo che non solo ne comprendeva le parole, ma partecipava alla vicenda perché i personaggi non erano dei o eroi, ma gente comune nella quale era facile immedesimarsi.
Basti del resto  pensare al Globe di Shakespeare, al teatro elisabettiano, o anche risalire alle arene dei gladiatori dove le gradinate del popolo erano diverse da quelle dei sovrani, ma lo spettacolo era lo stesso per entrare in una concezione dell’arte teatrale che solo nel tempo si sono differenziate e hanno differenziato il loro pubblico, a lungo considerato, e a giusta ragione, universale sotto ogni punto di vista.
Ci sembra, a tal punto, di dedurne che quel che ci sembra essere il principale elemento che fa dell’Orchestra di Piazza Vittorio un unicum non solo come compattezza, ma come esemplare di Compagnia teatrale, sia proprio la scelta del linguaggio che supera e amalgama i generi tra loro lasciandone in evidenza  le caratteristiche che ne indicano i tempi, i luoghi e i motivi del nascere.
La multietnicità degli attori consente loro di portarsi dentro e di offrirci una molteplicità espressiva che non sta solo nella varietà dei ritmi, dal rock o pop o jazz o reggae o la lenta e dolce saudade e l’ardita trionfante tromba del ribelle Leporello, ma in una sorta di atemporalità che l’opera conserva per tutta la sua durata rendendo la mutuabilità stilistica dei costumi espressione di altrettante metamorfosi di stati d’animo. E intanto l’eros va espandendosi con alata leggerezza anche se chi conserva alto il vento è lui, l’eterno innamorato della vita purché l’amore, come la morte, vada vissuta con leggerezza, e perfino con gioia.
L’Orchestra di Piazza Vittorio ha aperto al pubblico internazionale un capolavoro rendendo superflue le informazioni sull’identità dell’orchestra e del direttore che l’eseguiranno, essenziali per quella categoria di pubblico al quale viene riservato l’ascolto dell’opera lirica e della musica clssica.
Eccoci invece dinanzi a una tavola imbandita per chiunque sappia gustarne i vari sapori.  Gli effetti musicali, i tempi, l’ambiente, la scena, i tempi e le voci sono trasformati, ma senza aggressioni, senza contaminazioni, termine quanto mai da aborrire, senza modernizzare ma eliminando i tempi e fondendoli tra loro insieme ai ritmi delle parole e delle musiche.
Senza violenze, l’Orchestra di Piazza Vittorio ci consegna la sua opera, ce la porta tra le braccia,  con leggerezza, ci dà i suoi punti di riferimento universali, i sassolini bianchi delle sue celebri arie quasi tutte citate in nome del rispetto profondo per l’opera che hanno contribuito a rendere universale, come spetta a tutte le opere dei geni, ma senza alcuna operazione che ne violenti l’essenza.
Piccoli mutamenti del ritmo e del tono di voce, specialmente nella seconda parte, sembrano affidare agli attori un duplice ruolo, sia pure senza cambiare personaggio, i personaggi che abbiamo imparato ad amare con tutti i loro difetti e malgrado le loro virtù, come l’ambiguo Don Ottavio e la superambigua Donn’Anna, a comprenderne le ragioni del cuore, proprio quelle che la ragione non conosce, come quelle della desolata Donna Elvira e della vezzosa Zerlina, che nasconde sotto il suo corsetto un cuore almeno bilocale come del resto e a modo loro il nostro mutevole Leporello e l’infelice e tenero Masetto.
Quanto al Commendatore, continuiamo a non capire le ragioni di un padre che si fa uccidere per rivendicare ostinatamente qualcosa di incerta entità, ma naturalmente il nostro amore verso questo Don Giovanni continua, specialmente per la sua ostinazione a mangiare col morto Commendatore, convivio considerato di malaugurio che, in tutti i paesi del Mediterraneo.
Con accorta strategia scenica il padre onorato viene fatto precipitare morto alla maniera di un eroe hollywoodiano, una specie di 007, mentre l’inferno conserva la sua promessa di luogo caldo e luminoso, dove tirare le fila di quel percorso nei sentimenti dove, almeno per alcuni, non vanno esclusi né l’amore né la gioia perché, forse, l’inferno potrebbe non esserci.
Interpreti, regista e tutti quanti hanno contribuito a dar voce e scena a questo neonato Don Giovanni sono padroni del loro campo ed esercitano la loro arte con raffinata agilità, padronanza dei tempi e degli spazi teatrali, da Petra Magoni  a Mama Marjas, da Andrea Renzi a Leandro Piccioni alla costumista Ortensia De Francesco, ma andrebbero citati tutti. E a tutti va il nostro applauso e il nostro grazie.

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Per saperne di più
http://www.teatrobellini.it/

 

Qui sopra, la statua di Don Giovanni a Siviglia. In alto, una scena dello spettacolo
Qui sopra, la statua di Don Giovanni a Siviglia. In alto, una scena dello spettacolo

Don Giovanni di Mozart
secondo L’Orchestra di Piazza Vittorio
Fino al 30 ottobre al teatro Bellini di Napoli

 

Con Petra Magoni, Simona Boo, Hersi Matmuja, Mama Marjas,
Evandro Dos Reis, Omar Lopez Valle, Houcine Ataa
pianoforte Leandro Piccioni, contrabbasso Pino Pecorelli,
batteria Davide Savarese, chitarre Emanuele Bultrini, tastiere Andrea Pesce
elaborazioni musicali Mario Tronco, Leandro Piccioni, Pino Pecorelli
scene Barbara Bessi
costumi Ortensia de Francesco
luci Daniele Davino
direzione artistica e regia Mario Tronco
regia Andrea Renzi
direzione musicale Leandro Piccioni
coproduzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini,
Accademia Filarmonica Romana
Les nuits de Fourvière – Lione
produzione originale Accademia Filarmonica Romana,
Les nuits de Fourvière – Lione 2017