Al di là del muro è un progetto creato dal circolo di cultura omosessuale Arci Gay Napoli “Antinoo”. Il circolo Arco Blu Angels è in piena sinergia con loro e partecipa attivamente alle iniziative.
Il progetto va avanti da due anni. Noi operatori visitiamo i detenuti della casa circondariale di Poggioreale di Napoli. Ancora non ci siamo abituati a quelle mura, ancora non riusciamo a essere indifferenti alle storie dei ragazzi che esprimono sempre il desiderio di dignità e libertà.
Lo fanno con la coscienza di dover pagare il reato e scontare la pena, ma dai loro scritti, disegni e parole emerge una prospettiva di riscatto, di reintegro al lavoro e nella società. I detenuti hanno espresso ancora una volta la volontà di pubblicare le loro lettere. Riporteremo alcuni scritti e disegni come quelli di Juma (un ragazzo/a che vorrebbe gli fosse riconosciuta la sua vera sessualità). Vuole fare il percorso di transazione, la sua età è quella di un diciannovenne, il suo modo di esprimersi è delicato, incisivo.
Si definisce un dark rocker, a nostro avviso un gothic rocker, ma comunque i suoi disegni sono inquietanti, e discutendo insieme ci fa capire quanta simbologia e disagio ci siano in quei colori.
«Salve a tutti mi chiamo Juma, sono una ragazza trans, mi trovo a Poggioreale per incomprensioni e perché i miei non tollerano determinate cose, e forse non potrebbero mai accettarmi. Sono caduta nel mondo della droga, forse per mancanza di affetto, forse perché non accetto e non ho mai accettato il mio corpo. Fin da piccola ho sempre adorato il mondo degli anime giapponesi da cui prende spunto il mio nome. Ho vissuto l’inferno in una cittadina dove vige l’ignoranza totale, ho subito il bullismo e gli insulti, versando miliardi di lacrime in una completa solitudine».
Il suo sogno è quello di diventare donna a tutti gli effetti. «Sono una persona molto fragile, mi sento incompresa. Non sapevo che esistessero persone che si interessassero delle problematiche di noi trans, poi in queste mura ho conosciuto Daniela Lourdes Falanga, la presidente di Arci Gay Napoli, la mia visione del futuro è cambiata, ho visto negli occhi di Daniela tanta forza, mi ha trasmesso speranza sicurezza, dignità, abbiamo parlato del nostro passato, ho scoperto tante similitudini e somiglianze nelle nostre storie, e la mia visione del futuro è cambiata totalmente. Confido tanto in lei, spero che mi aiuti anche nel mio percorso di transizione, anche perché non ce la faccio più… voglio vivere, farmi vedere come sono senza vergogna di truccarmi, per camuffare i miei peli, che torturano il mio essere».
Ma Daniela non è stata l’unica capace di sintonizzarsi con lui. «Poi anche Pasquale Ferro un altro operatore, nonostante non sia trans, è entrato nel mio complicato mondo, regalandomi bei momenti, spiegandomi che il mio futuro di donna non doveva essere per forza di cose, la prostituzione, facendomi esempi di tante trans che sono avviate a un lavoro regolare, a volte con grande successo… Li ringrazio entrambi».


Daniela Lourdes Falanga insieme ad Antonello Sannino e Pasquale Ferro, con la loro grande sensibilità nei confronti di un universo poco conosciuto dal mondo, sono molto vicini a questo/a ragazzo/a, senza mai escludere le priorità degli abitanti momentanei di celle carcerarie , a cui auguriamo di rivedere presto i cieli del mondo, sdraiati a pancia in su, sognando i loro sogni, magari in una spiaggia oppure in un prato, e perché no, lavorando. Passiamo, adesso, a un’altra lettera: è quella di Gianni, vuole diventare Jennifer anagraficamente.  «Otto mesi che sono qui, a Poggioreale, per la prima volta. Vedo mia madre una volta a settimana, e quello è il giorno più bello della mia vita. La convivenza forzata crea molti disagi, ma è una grande scuola, certo sto malissimo dentro, anche perché se non ti comporti come dicono le regole, perdi i semestri. La vita è crudele, ma questo è un destino che ci prendiamo con le nostre mani. Da oggi vorrei riuscire a essere come i cinesi, cospargermi d’olio per farmi scivolare tutto addosso, devo essere lucido, pensare al prossimo appello, senza recidiva, posso avere dei benefici, dipende solo da me. Il carcere lo devi provare per capire come funziona e quanta sofferenza. Baci, Jennifer».
In questi scritti non c’è niente di scontato: parole semplici e dolorose che escono dall’anima, come in quest’altro messaggio: «Buona sera mondo, ti scrivo le mie sensazioni. Da quando sono entrata in un posto come Poggioreale, per prima cosa ho visto aprire e chiudersi alle mie spalle tanti cancelli, e da lì è incominciato il mio incubo. Cancelli neri, chiavi enormi d’orate. Poi mi misero in una fredda cella, per quattro ore, mi congelavo avevo brividi di freddo. Ed ecco come è iniziato il mio percorso. Per prima sono stata al padiglione Roma per oltre due mesi. Proprio lì è uscita una parte del mio carattere che fuori non ho mai avuto, quella di una persona cattiva, e questo mi dispiace, perché io mi conosco bene: sempre con il sorriso, da quando mi svegliavo fino a quando andavo a dormire».
Il carcere gli ha cambiato al vita.  «Ho perso quella maschera che ho sempre indossato, l’ho messa in un’altra parte di me, come saper piangere, conoscere il valore della mia famiglia, e il valore di ogni cosa. Non davo valore a niente.  Il carcere è diventata la mia casa:  ci vivo, ci faccio tutto, pulisco, cucino, dormo, nella mia cella come un numero…  come tanti numeri di celle che ho cambiato, ho pensato che al finale, io sono giudicata solo da un numero. Quando uscirò da qui mi giocherò al lotto tutti i numeri delle celle che ho cambiato, numeri vincenti della mia  vita, una vita creata da odore di profumo, che poi si è trasformata in odore di dolore, che oggi si è trasformato in odore d’amore. Credo che oggi a 30 anni l’amore in tutte le sue facce è il dolore più bello della mia vita».
A questa lettera vorrei rispondere così: «Mia cara se fuori eri allegra, gioviale e buona, non deve essere il carcere a imbruttire la tua anima, anzi la detenzione ti deve servire a far crescere il tuo essere, a avere pensieri positivi per quando esci. Purtroppo a volte si hanno dei comportamenti “cattivi” ma solo per difesa, le persone non nascono cattive».
E poi c’è  F (usiamo sempre nomi di fantasia)… Ha scritto solo una frase, si esprime benissimo attraverso la parola. F è un uomo, sensibile, buono, pieno di ideali di interessi, ha una progettualità futura importante. Dopo tante avversità ho capito che nella vita, basta poco per essere sereni.
E’ una persona positiva ma la sua preoccupazione è che a fine pena lui potrebbe essere stanco d’affrontare il mondo esterno. Replichiamo che se la sua forza interiore è importante adesso, lo sarà anche al momento della desiderata libertà, anzi pensiamo che la vita al di fuori delle mura ringiovanisca e colori il suo essere.
In un’altra lettera, troviamo tanto dolore: «Mi trovo in queste mura, solo senza niente, disperato, non ho un abbraccio della mia famiglia come tutti gli altri ragazzi che stanno qua. Mi manca tanto l’amore dei miei cari, vorrei unirmi a loro che stanno lassù per scappare da questo inferno. Sono stato accusato di una cosa che non ho fatto, però dio esiste e sa tutto di me, perché sono un ragazzo buono, non ho mai fatto del male».
A volte si resta ammutoliti, nemmeno le parole di conforto forse servono. Possiamo solo dirgli che la giustizia farà il suo corso. Con un grande in bocca al lupo.
E ancora: «Purtroppo vengo da una famiglia separata, ma in queste mura ho trovato una persona che mi ama, già a volte in posti dove esiste la bruttura e trovi l’amore. Qua ho imparato a capire il mondo come non l’avevo mai visto prima. Fuori se ricevevo una cattiveria ci passavo sopra, ma nel padiglione devo difendermi, non è facile. Sto da febbraio in questo posto, vedo la mia famiglia una volta a settimana, e quando vanno via la malinconia mi assale… devo solo darmi forza».
Uragani di sentimenti, richieste di aiuto, forza di volontà, pentimenti e desideri, tutto si accavalla in queste parole. A volte queste sensazioni hanno il tono delle scritte che imbrattano le mura delle città, realizzate con le bombolette di vernice da giovani che vogliono urlare il loro disagio, il loro pensiero… il loro credo.
«Spero che da morto perda tutti i sentimenti, perché questa vita mi ha reso vittima di molte sofferenze, un mondo ingiusto e corroso, può provocare solo sofferenza. Io sento di essere speciale, non do spazio a ciò che potrebbe essere apprezzato. I veri talenti muoiono, soltanto allora daranno importanza a ciò che eri, e ciò che potevi essere… non è triste?».
Continua: «Non posate i fiori sulla mia tomba perché sono allergico». Seguono parole forti importanti che ti stringono il cuore…
Non conosciamo i reati di questi ragazzi, non li chiediamo, interagiamo con loro cercando di creare un armonia fatta di parole, cercando di entrare nel loro mondo, e come loro chiediamo semplicemente … dignità.
Chiudiamo con uno scritto vecchio pubblicato da noi. «Visitare i detenuti in qualità di operatore non è semplice, devi avere il buon gusto di essere discreto, rispettando la persona che ti trovi di fronte, devi essere tu a entrare nel loro mondo usando il loro linguaggio, dimostrando che sei uno di loro, che si possono fidare di te, solo così le barriere di difesa si abbassano e iniziano a colloquiare con te. Allora scopri velleità e sentimenti nascosti, si parla di tutto: di musica di letteratura, ma soprattutto di… vita. Non vogliamo far diventare questa nostra rubrica Tutti i colori del mondo una sorta di posta del cuore ma nelle nostre risposte c’è il dovere di andare incontro alle loro richieste di aiuto morale, al loro doloroso percorso, un percorso che avrà sempre un finale: ci auguriamo che sia sempre positivo. Grazie ragazzi».
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In foto, lettere e disegni dei detenuti